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Modello Organizzativo

Modello Organizzativo

MODELLO DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO
Adottato ai sensi del Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231

PARTE GENERALE

Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo ex d.lgs. 231/2001

INDICE

PREMESSA


PRINCIPI GENERALI



Helena Rubinstein Italia S.p.A. (di seguito anche “Helena Rubinstein Italia” o la “Società”) nell’ambito della più ampia politica aziendale e cultura etica comune a tutto il Gruppo, sensibile all’esigenza di assicurare condizioni di correttezza e di trasparenza nella conduzione degli affari e delle attività aziendali, a tutela della Società stessa, nonché delle aspettative e degli interessi del Gruppo, ha ritenuto opportuno analizzare e rafforzare tutti gli strumenti di controllo e di governance societaria già adottati, procedendo all’attuazione ed al regolare aggiornamento del Modello di organizzazione, gestione e controllo, previsto dal d.lgs. 231/2001 (di seguito anche “Modello”).
Il 21 dicembre 2009 il Consiglio di Amministrazione di Helena Rubinstein Italia ha adottato la prima versione del proprio Modello. In considerazione dei successivi interventi del legislatore miranti ad estendere l’ambito di applicazione del d.lgs. 231/2001, di nuovi orientamenti giurisprudenziali nel frattempo consolidatisi, la Società ha avviato un progetto di aggiornamento del proprio Modello adottando così la presente versione – che, pur rappresentandone l’evoluzione, va a sostituire integralmente la precedente – con delibera del Consiglio di Amministrazione del 1 aprile 2014.


FINALITÀ DEL MODELLO



Con l’adozione del presente Modello, Helena Rubinstein Italia si propone di perseguire le seguenti principali finalità:
• ribadire che ogni condotta illecita è assolutamente condannata dalla Società, anche se ispirata ad un malinteso interesse sociale ed anche se Helena Rubinstein Italia non fosse apparentemente in condizione di trarne vantaggio, in quanto contrarie, oltre che a disposizioni normative, anche alle norme e regole di condotta cui Helena Rubinstein Italia si ispira e a cui si attiene nella conduzione della propria attività aziendale;
• determinare in tutti coloro che operano in nome e per conto di Helena Rubinstein Italia e, in particolare, nelle aree individuate “a rischio” di realizzazione dei reati rilevanti ai sensi del Decreto, la consapevolezza del dovere di conformarsi alle disposizioni ivi contenute e più in generale alla regolamentazione aziendale;
• informare i Destinatari che la commissione anche tentata di un Reato – anche se effettuata a vantaggio o nell’interesse di Helena Rubinstein Italia - rappresenta una violazione del Modello organizzativo e del Codice Etico di Helena Rubinstein Italia e costituisce un illecito passibile di sanzioni, sul piano penale ed amministrativo, non solo nei confronti dell’autore del Reato, ma anche nei confronti della Società, con la conseguente applicazione alla medesima delle relative sanzioni;
• consentire alla Società, grazie a un’azione di stretto controllo e monitoraggio sulle aree a rischio e sulle attività sensibili rispetto alla potenziale commissione di reati rilevanti ai fini del Decreto e all’implementazione di strumenti ad hoc, di intervenire tempestivamente per prevenire o contrastare la commissione dei reati stessi.
Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo ex d.lgs. 231/2001


STRUTTURA DEL MODELLO



Il presente documento si compone di una Parte Generale e di una Parte Speciale.
La Parte Generale descrive i contenuti del Decreto, richiamando le fattispecie di reato che determinano la responsabilità amministrativa in capo ad un ente, le possibili sanzioni e le condizioni per l’esenzione della responsabilità (Sezione prima), nonché la struttura organizzativa e di governance della Società e le attività svolte per la costruzione, diffusione e aggiornamento del Modello (Sezione seconda).
La Parte Speciale contiene i protocolli ovvero un insieme di regole e di principi di controllo e di comportamento ritenuti idonei a governare le aree per le quali è stato rilevato un rischio di potenziale commissione dei reati presupposto della responsabilità amministrativa ex d.lgs. 231/2001.
Sono inoltre parte integrante del Modello i seguenti documenti:
- Allegato 1: Glossario
- Allegato 2: Elenco dei reati presupposti
- Allegato 3 : Codice Etico
- Allegato 4 : Elenco Protocolli di Decisione e Procedure rilevanti ex D.Lgs. 231/01


DESTINATARI DEL MODELLO



Le regole contenute nel Modello si applicano ai seguenti Destinatari:
- tutti i componenti degli organi sociali (Consiglio di Amministrazione e Collegio Sindacale)
- i dirigenti (ovvero coloro che risultano inquadrati in tal modo in base al CCNL applicabile)
- i dipendenti (ovvero i lavoratori con contratto di lavoro subordinato, anche a termine)
- i Soggetti Terzi.
I Soggetti Terzi devono essere vincolati al rispetto delle prescrizioni dettate dal d.lgs. 231/2001 e dei principi etici e comportamentali adottati dalla Società attraverso il Codice Etico mediante la sottoscrizione di apposite clausole contrattuali, che consentano alla Società, in caso di inadempimento, di risolvere unilateralmente i contratti stipulati e di richiedere il risarcimento dei danni eventualmente patiti (ivi compresa l’eventuale applicazione di sanzioni ai sensi del Decreto).




PARTE GENERALE


SEZIONE PRIMA IL DECRETO LEGISLATIVO 8 GIUGNO 2001, N. 231

1. LA RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA DEGLI ENTI



1.1 IL REGIME GIURIDICO DELLA RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA DEGLI ENTI

Il Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231 (d’ora in avanti, “Decreto 231” o il “Decreto1”) in parziale attuazione della legge delega 29 settembre 2000, n. 300, disciplina – introducendola per la prima volta nell’ordinamento giuridico nazionale – la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica per alcuni reati commessi nell’interesse di queste: a) dai cd. soggetti in posizione apicale, vale a dire persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell'ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione ed il controllo dello stesso; b) dai cd. soggetti sottoposti, ovvero persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a) (in sostanza, nel caso delle società, i dipendenti dell’ente);
Si tratta di un ampliamento della responsabilità che coinvolge nella punizione di alcuni illeciti penali, oltre alla persona fisica che ha materialmente commesso il fatto, gli enti che hanno tratto vantaggio dalla commissione dell’illecito o nel cui interesse l’illecito è stato commesso. Il “vantaggio” o “interesse” rappresentano due distinti criteri di imputazione della responsabilità, potendo l’ente essere responsabile per il sol fatto che l’illecito viene commesso nel suo interesse, a prescindere dal conseguimento o meno di un concreto vantaggio.
La responsabilità amministrativa degli enti si applica alle categorie di reati espressamente contemplate nel Decreto 231 e può configurarsi anche in relazione a reati commessi all’estero, purché per tali reati non proceda lo Stato del luogo in cui è stato commesso il fatto e sempre che sussistano le particolari condizioni previste dal d.lgs. 231/2001.
E’ previsto un articolato sistema sanzionatorio che muove dalle più blande sanzioni pecuniarie fino ad arrivare alle più pesanti sanzioni interdittive, ivi compresa la sanzione “capitale” dell’interdizione dall’esercizio dell’attività. E’ inoltre sanzionata la commissione nelle forme del tentativo
Le sanzioni amministrative previste dal Decreto possono infatti essere applicate esclusivamente dal giudice penale, nel contesto garantistico del processo penale, solo se sussistono tutti i requisiti oggettivi e soggettivi fissati dal legislatore: la commissione di un Reato nell’interesse o a vantaggio dell’Ente, da parte di soggetti qualificati (apicali o ad essi sottoposti).
La responsabilità amministrativa in capo ad un Ente consegue nei seguenti casi:
• commissione di un Reato nel suo interesse, ossia ogniqualvolta la condotta illecita sia posta in essere con l’intento esclusivo di arrecare un beneficio all’Ente;
• lo stesso tragga dalla condotta illecita un qualche vantaggio (economico o non) di tipo indiretto, pur avendo l'autore del Reato agito senza il fine esclusivo di recare un beneficio all’Ente.
Al contrario, il vantaggio esclusivo dell’agente (o di un terzo rispetto all’ente) esclude la responsabilità dell’Ente, versandosi in una situazione di assoluta e manifesta estraneità del medesimo alla commissione del Reato.


Ai fini dell’affermazione della responsabilità dell’Ente, oltre all’esistenza dei richiamati requisiti che consentono di collegare oggettivamente il reato all’ente, il legislatore impone inoltre l’accertamento della colpevolezza dell’ente. Siffatto requisito soggettivo si identifica con una colpa da organizzazione, intesa come violazione di regole autoimposte dall’ente medesimo a prevenire le specifiche ipotesi di Reato.

 

1.2 I REATI CHE DETERMINANO LA RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA DELL’ENTE
Le fattispecie di reato suscettibili di configurare la responsabilità amministrativa della Società sono soltanto quelle espressamente indicate dal legislatore all’interno del Decreto, che, al momento dell’emanazione contemplava solo alcuni reati nei confronti della Pubblica Amministrazione. Il legislatore, anche in applicazione di successive direttive comunitarie, ha nel corso degli anni notevolmente ampliato il catalogo dei Reati sottoposti all’applicazione del d.lgs. 231/2001, che oggi comprende, in particolare:
- reati contro la pubblica amministrazione e contro il patrimonio della pubblica amministrazione (art. 24 e 25);
- Reati informatici e trattamento illecito di dati (art. 24- bis);
- Delitti di criminalità organizzata (art. 24- ter);
- Reati in materia di falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo e in strumenti o segni di riconoscimento (art. 25- bis);
- Delitti contro l’industria e il commercio (art. 25- bis.1);
- Reati societari, compreso il reato di corruzione tra privati (art. 25-ter);
- Reati commessi con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico (art. 25- quater);
- Reati contro la personalità individuale (art. 25- quinquies);
- Reati ed illeciti amministrativi di abuso e manipolazione del mercato2 (art. 25- sexies);
- Reati di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro (art. 25- septies);
- Ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita (art. 25- octies);
- Delitti in materia di violazione del diritto d'autore (art. 25- novies);
- Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria (art. 25- decies);
- Reati ambientali (art. 25- undecies);
- Impiego di cittadini in Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (art. 25 – duodecies)
- Reati trasnazionali (legge 16.3.06 n.146).
Per un dettaglio delle singole fattispecie di reato per le quali è prevista la responsabilità amministrativa ex d.lgs. 231/2001 si rimanda al catalogo allegato presente Modello (Allegato 2).


1.3 LE SANZIONI APPLICABILI ALL’ENTE
Il Decreto stabilisce un articolato sistema di sanzioni amministrative nel caso in cui l’Ente sia responsabile per un Reato commesso da un suo rappresentante.
Tale sistema prevede quattro specie di sanzioni, applicabili in caso di condanna definitiva:
• sanzioni pecuniarie; • sanzioni interdittive; • confisca del profitto; • pubblicazione della sentenza.
Le sanzioni pecuniarie vengono comminate in ogni caso di condanna definitiva. La determinazione della misura della sanzione, a norma dell’art. 10 del Decreto, si basa su un complesso sistema di quote. L’importo di una quota va da un minimo di Euro 258 ad un massimo di Euro 1.549. Per ogni specie di Reato il Decreto prevede l’applicazione della sanzione pecuniaria fino a un determinato numero di quote.
La sanzione da irrogarsi in concreto viene stabilita dal giudice, sulla base dei criteri stabiliti dall’art. 11 del Decreto ovvero, gravità del fatto, grado della responsabilità dell’ente, attività svolta dall’ente per delimitare o attenuare le conseguenze del fatto e prevenire la commissione di ulteriori reati, condizioni economiche e patrimoniali dell’ente.
Le sanzioni interdittive consistono nelle seguenti misure:
• interdizione dall'esercizio dell'attività; • sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione del Reato; • divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio; • esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e eventuale revoca di quelli già concessi; • divieto di pubblicizzare beni o servizi.
La durata delle sanzioni interdittive non può essere inferiore ai tre mesi, né eccedere i due anni.
L’applicazione di esse è prevista solo per alcuni dei Reati specificamente indicati nel Decreto 231.
Condizione per la comminazione delle sanzioni interdittive è il ricorrere di uno dei seguenti presupposti: (a) che l’ente abbia tratto dal Reato un profitto di rilevante entità e, al contempo, che il Reato sia stato commesso da un soggetto in posizione apicale o, se commesso da soggetti sottoposti, che la commissione del Reato sia stata agevolata da carenze del Modello organizzativo; ovvero, in alternativa, (b) che vi sia stata reiterazione del Reato.
Nella scelta della sanzione interdittiva applicabile il giudice deve attenersi agli stessi criteri già visti sopra per le misure pecuniarie. In particolare, è richiesto che la sanzione interdittiva abbia il carattere della specificità, ossia abbia ad oggetto la specifica attività alla quale si riferisce l’illecito dell’ente. Fra le varie misure interdittive, quella della sospensione dall’esercizio dell’attività non può esser comminata se non quando l’irrogazione di ogni altra sanzione risulti inadeguata. E’ anche possibile che più sanzioni interdittive vengano applicate congiuntamente. Nei casi in cui sussistono i presupposti per comminare una sanzione interdittiva che comporta l’interruzione dell’attività dell’ente, se l’ente svolge un pubblico servizio o un servizio di pubblica necessità la cui interruzione può comportare un grave pregiudizio per la collettività, ovvero se l’interruzione dell’attività, date le dimensioni dell’ente e le condizioni economiche del territorio sul quale si trova, può avere rilevanti ripercussioni sull’occupazione, è previsto che il giudice possa, in luogo della sanzione interdittiva, disporre che l’attività dell’ente continui sotto la guida di un commissario per un periodo pari alla durata della sanzione che sarebbe stata inflitta. Le misure interdittive sono, in linea di principio, temporanee. Tuttavia, nel caso in cui una stessa persona giuridica venga condannata per almeno tre volte nei sette anni successivi all’interdizione temporanea dall’attività, e se ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità, il Decreto prevede la sanzione dell’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività.
La confisca del prezzo o del profitto del Reato è sempre disposta in caso di condanna. Quando non è possibile eseguire la confisca dei beni che hanno costituito il prezzo o il profitto del reato, la stessa può avere ad oggetto somme di danaro, beni o altre utilità di valore equivalente.
La pubblicazione della sentenza di condanna in uno o più giornali indicati dal giudice a spese dell’ente condannato può esser disposta dal giudice nei casi in cui viene irrogata una sanzione interdittiva.
Durante le more del procedimento penale, su richiesta del pubblico ministero, il giudice può disporre alcune delle misure interdittive descritte supra in via cautelare. Ciò è possibile in presenza di gravi indizi circa la sussistenza della responsabilità dell'ente e di fondati e specifici elementi che fanno ritenere concreto il pericolo che vengano commessi illeciti della stessa indole di quello per cui si procede. Le misure cautelari non possono avere durata superiore a un anno. Anche in sede cautelare è possibile che in luogo delle sanzioni interdittive si disponga il commissariamento dell’ente per tutto il tempo della durata della sanzione che sarebbe stata applicata.


1.4 L’ESENZIONE DALLA RESPONSABILITÀ: IL MODELLO DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO


Il d.lgs. 231/2001 espressamente prevede, agli artt. 6 e 7, l’esenzione dalla responsabilità amministrativa qualora l’Ente si sia dotato di effettivi ed efficaci modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire Reati della specie di quello verificatosi. L’adeguata organizzazione rappresenta pertanto il solo strumento in grado di negare la “colpa” dell’Ente e, conseguentemente, di escludere l’applicazione delle sanzioni a carico dello stesso.

Precisamente, una volta accertato che un soggetto in posizione apicale ha commesso un reato nell’interesse o a vantaggio dell’ente, l’ente potrà andare esente da responsabilità solo dimostrando che, già prima della commissione del Reato:
a) l’Ente aveva adottato ed efficacemente attuato un Modello organizzativo idoneo a prevenire la commissione di reati della specie di quello commesso;

b) era stato istituito all’interno dell’ente un organismo dotato di poteri di iniziativa e controllo (il cd. Organismo di Vigilanza) incaricato di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli e di curarne l’aggiornamento;

c) le persone che hanno commesso il Reato hanno eluso fraudolentemente i modelli di organizzazione e gestione.

d) non vi è stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla lettera b).

Nel caso di commissione del Reato ad opera di un soggetto sottoposto, la responsabilità dell’Ente sussiste se la commissione del Reato è stata resa possibile dall’inosservanza degli obblighi di direzione e vigilanza. Secondo l’art. 5 del Decreto 231, non vi è inosservanza degli obblighi di direzione e vigilanza se l’Ente, prima della commissione del fatto, ha adottato ed efficacemente attuato il Modello di organizzazione, gestione e controllo.

L’onere probatorio della dimostrazione della mancata adozione del Modello organizzativo, tuttavia, diversamente dal caso del reato commesso dai soggetti in posizione apicale, ricade sull’accusa.

Fulcro della disciplina della responsabilità amministrativa degli enti è costituito dalle previsioni relative ai Modelli di organizzazione, gestione e controllo, che tuttavia non costituiscono un obbligo per gli Enti, bensì una mera facoltà.

L’adozione ed effettiva attuazione di un Modello organizzativo il cui contenuto corrisponda a quello richiesto dal Decreto costituisce, infatti, la circostanza oggettiva che permette di escludere la sussistenza della colpa organizzativa dell’ente, e, di conseguenza, la responsabilità di questo in caso di reati commessi dai suoi rappresentanti o dipendenti.
Ai Modelli organizzativi il sistema del Decreto attribuisce molteplici funzioni. Essi, se approntati prima della commissione del Reato, comportano la esenzione da responsabilità della persona giuridica; se adottati in seguito alla commissione del Reato (purché prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado), possono determinare una riduzione della sanzione pecuniaria e l’esclusione delle sanzioni interdittive; se adottati in seguito all’applicazione di una misura cautelare, possono comportarne la sospensione a norma dell’art. 49 del Decreto.

Quanto all’efficacia del Modello, il legislatore, all’art. 6, comma 2, d.lgs. 231/2001, statuisce che il Modello deve soddisfare le seguenti esigenze:

a) individuare le attività nel cui ambito esiste la possibilità che vengano commessi i Reati previsti dal Decreto;

b) prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente in relazione ai reati da prevenire;

c) individuare le modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei Reati; d) prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza del modello; e) introdurre un sistema disciplinare interno idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello.


La caratteristica dell’effettività del Modello è invece legata alla sua efficace attuazione che, a norma dell’art. 7, comma 4, d.lgs. 231/2001, richiede:

a) una verifica periodica e l’eventuale modifica dello stesso quando sono scoperte significative violazioni delle prescrizioni ovvero quando intervengono mutamenti nell’organizzazione o nell’attività (aggiornamento del Modello);

b) un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel Modello.

2. FONTI PER LA COSTRUZIONE DEL MODELLO: LINEE GUIDA DI CONFINDUSTRIA



L’art. 6, comma 3 del Decreto 231 stabilisce che i modelli organizzativi possono esser adottati sulla base di codici di comportamento (o linee guida) redatti dalle associazioni rappresentative di categoria e comunicati al Ministero della Giustizia. In particolare Confindustria ha pubblicato le proprie “Linee Guida per la costruzione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ex D. Lgs. 231/2001” già nel marzo 2002, provvedendo ad aggiornarle, a seguito delle varie modifiche subite dal Decreto 231, nel marzo 2008.
Il Ministero di Grazia e Giustizia in data 9 Aprile 2008 ha approvato dette Linee Guida, ritenendo che l’aggiornamento effettuato sia da considerarsi “complessivamente adeguato ed idoneo al raggiungimento dello scopo fissato dall’art. 6 del Decreto”.
Le Linee Guida di Confindustria individuano uno schema fondato sui processi di risk management e risk assessment che può essere in sintesi così riepilogato:
• individuazione delle aree di rischio, volta a verificare in quale area/settore aziendale sia possibile la realizzazione degli eventi pregiudizievoli previsti dal d.lgs. 231/2001;
• predisposizione di un sistema di controllo in grado di prevenire i rischi attraverso l’adozione di appositi protocolli. Le componenti più rilevanti del sistema di controllo ideato da Confindustria sono:
- codice etico;
- sistema organizzativo;
- procedure manuali ed informatiche;
- poteri autorizzativi e di firma;
- sistemi di controllo di gestione;
- comunicazione al personale e sua formazione.
Le componenti del sistema di controllo devono essere informate ai seguenti principi: • verificabilità, documentabilità, coerenza e congruenza di ogni operazione; • applicazione del principio di separazione delle funzioni (nessuno può gestire in autonomia un intero processo); • documentazione dei controlli; • previsione di un adeguato sistema sanzionatorio per la violazione delle norme del codice etico e delle procedure previste dal Modello; • individuazione dei requisiti dell’Organismo di Vigilanza, riassumibili come segue: autonomia e indipendenza; professionalità; continuità di azione; • obblighi di informazione da parte dell’Organismo di Vigilanza.
Per la predisposizione del proprio Modello, Helena Rubinstein ha quindi espressamente tenuto conto:
• delle disposizioni del d.lgs. 231/2001, della relazione ministeriale accompagnatoria e del decreto ministeriale 26 giugno 2003 n. 201 recante il regolamento di esecuzione del d.lgs. 231/2001;
• delle linee guida predisposte da Confindustria;
• della dottrina e della giurisprudenza formatesi ad oggi.



SEZIONE SECONDA

IL CONTENUTO DEL MODELLO DI HELENA RUBINSTEIN ITALIA S.P.A.

1. ADOZIONE DEL MODELLO



1.1 L’ATTIVITÀ E LA STRUTTURA ORGANIZZATIVA DI HELENA RUBINSTEIN ITALIA S.P.A.


Helena Rubinstein Italia S.p.A. (controllata al 100% da Parbel of Florida Inc, a sua volta controllata al 100% da L’Oréal SA), è la società italiana del Gruppo L’Oréal il cui oggetto sociale consiste nella rappresentanza, vendita, diffusione e distribuzione di prodotti (propri e di terzi) di profumeria, cosmetici ed eventuali prodotti accessori.

La struttura organizzativa di Helena Rubinstein Italia S.p.A. è descritta in dettaglio nell’organigramma aziendale nel quale vengono individuate le Direzioni e le Funzioni nonché i relativi responsabili. Tale struttura organizzativa è di continuo aggiornata, in ragione delle eventuali evoluzioni e/o modificazioni aziendali, e sarà cura delle funzioni competenti della Società darne tempestivamente comunicazione all’Organismo di Vigilanza.

La Società è amministrata da un Consiglio di Amministrazione composto da 3 membri cui spettano tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione nei limiti previsti dallo Statuto. Al Presidente del Consiglio di Amministrazione, dall’Amministratore Delegato e, nei limiti delle attribuzioni conferite dal consiglio, ai Consiglieri Delegati spetta la rappresentanza legale della Società di fronte ai terzi ed in giudizio, con facoltà di promuovere azioni ed istanze giudiziarie ed amministrative per ogni grado di giurisdizione e nominare all’uopo avvocati e procuratori alle liti.

Il Collegio Sindacale nominato dall’assemblea e composto da tre membri effettivi e due supplenti, ha compiti di vigilanza sull’osservanza della legge. 

 

1.1.1 IL CONTESTO DI GRUPPO

La Società è parte del Gruppo L’Oréal (di seguito, anche il “Gruppo”), composto di una pluralità di società assoggettate al controllo di L’Oréal SA. In tale contesto, L’Oréal Italia S.p.A. esercita l’attività di direzione e coordinamento delle società del Gruppo con sede legale in Italia e riconduce ad economica unità ciascun settore di business. La forte integrazione tra le diverse società che fanno parte del Gruppo in Italia e la scelta di accentramento in capo a L’Oréal Italia componenti dello stesso gruppo di specifiche funzioni operative, amministrative, contabili ed informatiche hanno, difatti, reso necessario lo sviluppo di un progetto comune, che – tenendo in debito conto la distribuzione dei poteri e delle funzioni all’interno del Gruppo in Italia, nonché le necessarie interazioni tra le diverse società dello stesso – evidenziasse, tuttavia, per ciascuna società del Gruppo, le caratteristiche peculiari e le principali criticità connesse all’adeguamento al Decreto. Tale iniziativa, unitamente all‘emanazione di una carta etica di Gruppo, è stata assunta nella convinzione che l’adozione da parte di ciascuna società del Gruppo in Italia di un modello di organizzazione, gestione e controllo – al di là delle prescrizioni del Decreto, che indicano il modello stesso come elemento facoltativo e non obbligatorio – possa costituire, insieme al Codice Etico adottato dalle società del Gruppo e già vigente, un valido strumento di sensibilizzazione nei confronti di tutti i dipendenti delle società e di tutti gli altri soggetti alle medesime cointeressati (clienti, fornitori, partners, collaboratori a diverso titolo), affinché gli stessi, nell’espletamento delle proprie attività, adottino comportamenti corretti e lineari, tali da prevenire il rischio di commissione dei reati contemplati nel Decreto.


1.1.2. RECEPIMENTO DEL MODELLO ADOTTATO DALLA CAPOGRUPPO

La struttura organizzativa di Helena Rubinstein Italia SpA si inserisce nella logica di appartenenza al Gruppo L’Oréal, volta alla centralizzazione, in capo a specifiche società dello stato di appartenenza, di alcune funzioni, al fine di un miglior sfruttamento delle economie di scala e sinergie di Gruppo, sempre nel rispetto delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di separatezza organizzativa e contabile. In quest’ottica, presso L’Oréal Italia SpA sono accentrate le Direzioni/ Funzioni che erogano i seguenti servizi ad Helena Rubinstein Italia SpA: • Servizi Amministrativi (in merito alle aree: Direzione Generale, Direzione Operativa/ Economica, Risorse Umane, Approvvigionamenti) • Servizi Commerciali (in merito alle aree: Customer Care Service, Recupero Credito, Gestione Portafoglio, Sviluppo Commerciale, Merchandising, Key account, Area Manager). Da tali circostanze emerge che L’Oréal Italia SpA concorre attivamente – direttamente attraverso i propri esponenti aziendali e altri soggetti in posizione apicale – alle scelte gestionali e di business della Società. Alla luce di quanto sopra, nell’elaborazione del presente Modello, pur adottato in piena autonomia, la Società si è ispirata ai principi contenuti nel modello approvato da L’Oréal Italia SpA. L’adozione di un modello coerente a livello di Gruppo in Italia consente, infatti, di garantire unitarietà e coordinamento all’azione di contrasto degli illeciti di cui al Decreto e di prevenire in capo alle società controllate la realizzazione di tali condotte illecite non solo nel proprio interesse diretto, ma anche nell’interesse di L’Oréal Italia SpA e/o del Gruppo unitariamente considerato. Il modello tiene conto altresì dei principi e delle regole comportamentali e procedurali dettate dalla Capogruppo nella Carta Etica e negli altri documenti etici- comportamentali del Gruppo L’Oréal. L’Oréal Italia SpA , nell'esercizio della sua peculiare funzione di Capogruppo delle società italiane, ha il potere di verificare mediante le funzioni preposte (Direzione Legale), la rispondenza dei Modelli delle società italiane appartenenti al Gruppo ai criteri e alle direttive di carattere generale fornite dalla stessa. La Società, pertanto, prenderà in considerazione nelle sedi competenti le eventuali modifiche ed integrazioni che L’Oréal Italia SpA dovesse apportare ai principi generali riportati nel proprio Modello, valutandone i possibili impatti. L’avvenuta adozione del Modello, nonché delle eventuali successive modifiche che la Società riterrà tempo per tempo opportuno apportare, corredata dell’illustrazione di eventuali scostamenti rispetto al modello adottato da L’Oréal Italia SpA, è comunicata al Consiglio di Amministrazione e all’Organismo di Vigilanza di L’Oréal Italia SpA medesima e, per informativa, alla Direzione Legale.

1.2 I PRINCIPI ISPIRATORI DEL MODELLO
Il presente Modello è stato predisposto nel rispetto delle peculiarità dell’attività della Società e della sua struttura organizzativa e pertanto perfeziona ed integra gli specifici strumenti già esistenti e diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni aziendali e ad effettuare i controlli sulle attività aziendali, e specificamente dei seguenti: • Strumenti di Governance; • Sistema di controllo interno.

1.2.1 GLI STRUMENTI DI GOVERNANCE
Nella costruzione del Modello di Helena Rubinstein Italia si è tenuto conto degli strumenti di governo dell’organizzazione della Società che ne garantiscono il funzionamento, sviluppati internamente e a livello di Gruppo, che possono essere così riassunti:
• Statuto - che, in conformità con le disposizioni di legge vigenti, contempla diverse previsioni relative al governo societario volte ad assicurare il corretto svolgimento dell’attività di gestione.
• Sistema delle deleghe e delle procure - che stabilisce i poteri per rappresentare o impegnare la società, e, attraverso il sistema di deleghe interne, le responsabilità per quanto concerne gli aspetti in tema di ambiente e sicurezza. L’aggiornamento del sistema di deleghe e procure avviene in occasione di revisione/modifica della Struttura organizzativa e/o delle disposizioni organizzative o su segnalazione da parte di singole Direzioni.
• Standard Etici di Gruppo –Codice dell’Etica di Affari e linee guida pratiche definite a livello Gruppo su argomenti specifici tra cui i comportamenti da tenere con i fornitori e i concorrenti (“The way we buy” e “The way we compete”) nonché con tutte le terze parti (avvocati, consulenti, agenti..) che rappresentano l’Oréal nei confronti della Pubblica Amministrazione e di soggetti privati (“The way we prevent corruption”). Tali documenti sono stati adottati da Helena Rubinstein Italia a conferma dell’importanza attribuita dal Vertice aziendale ai valori etici ed a comportamenti improntati a rigore, trasparenza ed integrità. La gestione di tali documenti è in capo alla Direzione Etica di Gruppo competente anche nella definizione di linee guida per l’attività di sensibilizzazione e formazione in materia che devono essere implementate in tutti i paesi in cui il Gruppo è presente.
• Sistema di gestione integrato ambiente e sicurezza predisposto rispettivamente in conformità agli standard ISO 14001 ed alla normativa internazionale OHSAS 18001.
• Contratti di servizio - che regolano formalmente le prestazioni di servizi rese tra la Società e L’Oréal Italia SpA, assicurando trasparenza agli oggetti delle prestazioni erogate ed ai relativi corrispettivi.
• Corpo procedurale di L’Oréal Italia SpA – costituito da procedure, istruzioni operative e comunicazioni di L’Oréal Italia SpA volte a regolamentare in modo chiaro ed efficace i processi rilevanti della Società svolti dal personale del Gruppo.
Le regole, le procedure e i principi contenuti nella documentazione sopra elencata, pur non essendo riportati dettagliatamente nel presente Modello, costituiscono un prezioso strumento a presidio di comportamenti illeciti in generale, inclusi quelli di cui al d.lgs. 231/2001 che fa parte del più ampio sistema di organizzazione, gestione e controllo che il Modello intende integrare e che tutti i soggetti destinatari sono tenuti a rispettare, in relazione al tipo di rapporto in essere con la Società.
1.2.2 IL SISTEMA DI CONTROLLO INTERNO Il sistema di controlli interni già esistente e attuato da Helena Rubinstein Italia è un sistema strutturato ed organico di attività, procedure, regole comportamentali, comunicazioni di servizio e strutture organizzative finalizzato a presidiare nel continuo i rischi della Società, che pervade tutta l’attività aziendale e coinvolge soggetti differenti.

I principali obiettivi del sistema dei controlli interni della Società si sostanziano nel garantire con ragionevole sicurezza il raggiungimento di obiettivi operativi, d’informazione e di conformità:
• l’obiettivo operativo del sistema dei controlli interni concerne l’efficacia e l’efficienza della Società nell’impiegare le risorse, nel proteggersi da perdite e nella salvaguardia del patrimonio aziendale: in tal caso, il sistema dei controlli interni mira ad assicurare che in tutta l’organizzazione il personale operi per il conseguimento degli obiettivi aziendali e senza anteporre altri interessi a quelli della Società;
• l’obiettivo di informazione si esplica nella predisposizione di rapporti tempestivi ed affidabili per il processo decisionale all’interno dell’organizzazione e risponde, altresì, all’esigenza di assicurare documenti affidabili diretti all’esterno, nel rispetto della tutela della riservatezza del patrimonio informativo aziendale;
• l’obiettivo di conformità assicura che tutte le operazioni siano condotte nel rispetto delle leggi e dei regolamenti, dei requisiti prudenziali, nonché delle pertinenti procedure interne.

Il sistema dei controlli coinvolge ogni settore dell’attività svolta dalla Società attraverso la distinzione dei compiti operativi da quelli di controllo, attutendo ragionevolmente ogni possibile conflitto di interesse.
Alla base di questa articolazione dei controlli stanno i seguenti principi generali:
• ogni operazione, transazione, azione deve essere verificabile, documentata, coerente e congrua: per ciascuna operazione, vi deve essere un adeguato supporto documentale che consenta di poter procedere, in ogni momento, all’effettuazione di controlli che attestino le caratteristiche e le motivazioni dell’operazione ed individuino chi ha autorizzato, effettuato, registrato e verificato l’operazione stessa. Al fine di ridurre al minimo i rischi di distruzione o perdita, anche accidentale, dei dati, di accesso non autorizzato o di trattamento non consentito o non conforme alle norme di legge, sono adottate misure di sicurezza adeguate
• nessuno può gestire in autonomia un intero processo: l’osservanza di tale principio è garantito dall’applicazione del principio di separazione delle funzioni e dei compiti applicato all’interno di Helena Rubinstein Italia, in base al quale persone e funzioni diverse hanno la responsabilità di autorizzare un’operazione, di contabilizzarla, di attuare l’operazione e/o di controllarla. Inoltre, a nessuno sono attribuiti poteri illimitati, i poteri e le responsabilità sono definiti e diffusi all’interno di Helena Rubinstein Italia, i poteri autorizzativi e di firma sono coerenti con le responsabilità organizzative;
• il sistema di controllo deve poter documentare l’effettuazione dei controlli, anche di supervisione.

L’impianto dei controlli interni della Società comprende tutti i controlli finanziari, operativi e di altra natura posti in essere nella prestazione dei servizi offerti dalle Società del Gruppo (L’Oréal Italia e L’Oréal SA).

Helena Rubinstein Italia, sulla base di linee guida e programmi operativi emanati a livello Gruppo, sensibile all’identificazione e gestione dei rischi di frode sia interne sia esterne alla società, ha implementato programmi anti frode e programmi anticorruzione in tutti i Paesi in cui opera, tra cui l’Italia, finalizzati a rinforzare il sistema di controllo interno delle singole Società e a monitorare regolarmente il livello di compliance alle normative interne.

La scelta del Consiglio di Amministrazione di Helena Rubinstein Italia di dotarsi di un Modello si inserisce nella più ampia politica d’impresa della Società – comune a tutto il Gruppo di appartenenza – che si esplicita in interventi ed iniziative volte a sensibilizzare sia tutto il personale alla gestione trasparente e corretta della Società, al rispetto delle norme giuridiche vigenti e dei fondamentali principi di etica degli affari nel perseguimento dell’oggetto sociale.
Per questo motivo, negli anni passati, la Società aveva già adottato un proprio Modello di organizzazione, gestione e controllo ex d.lgs. 231/2001 e, In forza dell’evoluzione normativa si è reso opportuno avviare un progetto di aggiornamento dello stesso.
La “costruzione” del presente Modello ha preso l’avvio dall’analisi del sistema di governance, della struttura organizzativa e di tutti i principi ispiratori di cui al precedente paragrafo 1.2, ed ha tenuto in espressa considerazione le indicazioni ad oggi rilevate dalla giurisprudenza e dai pronunciamenti anche provvisori dell’Autorità Giudiziaria, unitamente a quelle espresse dalle Associazioni di Categoria (tipicamente Confindustria). 

Il processo di costruzione del Modello si è dunque sviluppato in diverse fasi, basate sul rispetto dei principi di tracciabilità e verificabilità delle attività svolte.
Il punto di partenza è stato l’individuazione della mappa delle attività a rischio ovvero delle attività svolte dalla Società nel cui ambito possono essere commessi i Reati (cfr. infra paragrafo1.3.1), secondo quanto espressamente previsto dall’art. 6, c. 2, lett. a) del Decreto. 

Si è quindi provveduto alla valutazione del sistema di controllo interno a presidio dei rischi individuati, all’adozione del Codice Etico e di specifici Protocolli, finalizzati a governare i profili di rischio enucleati a seguito dell’attività di mappatura delle attività societarie (cfr. paragrafo 1.3.2), secondo quanto richiesto dall’art. 6 c. 2 lett. b) del d.lgs. 231/01.
In conformità a quanto richiesto dagli artt. 6 c. 2 lett. d) e lett. e) del Decreto, si è provveduto quindi:
• a definire le caratteristiche, i ruoli e i compiti dell’Organismo di Vigilanza (così come riportato nel successivo par. 2), espressamente preposto al presidio dell’effettiva applicazione del Modello ed alla sua costante verifica in termini di adeguatezza ed efficacia;
• a delineare un apparato sanzionatorio (riportato nel successivo par. 3) avverso a tutte le violazioni al Modello;
• a definire le modalità di diffusione del Modello e di relativa formazione del personale (così come indicato nel successivo par. 4);
• a definire le modalità di aggiornamento del Modello stesso (riportato nel successivo par. 5).

1.3.1 LA MAPPA DELLE ATTIVITÀ A RISCHIO
Il Modello di Helena Rubinstein Italia si basa sulla individuazione della mappa delle attività a rischio, ovvero delle attività nel cui ambito possono essere commessi i reati, secondo quanto espressamente previsto dall’art. 6, c. II, lett. a) del Decreto.
La mappatura delle attività a rischio è stata realizzata tenendo conto della storia e delle vicende di Helena Rubinstein Italia e valutando gli specifici ambiti operativi e la struttura organizzativa della Società e di L’Oréal Italia SpA, con riferimento ai rischi di reato in concreto prospettabili.
La metodologia seguita ha visto il coinvolgimento di un gruppo di lavoro integrato composto da professionisti esterni - con competenze di risk management e controllo interno, legali e penalistiche – e risorse interne della Società.

Di seguito sono esposte le metodologie seguite e i criteri adottati nelle varie fasi. I fase: raccolta e analisi di tutta la documentazione rilevante

Propedeutica all’individuazione delle attività a rischio è stata l’analisi documentale: si è innanzitutto proceduto a raccogliere la documentazione ufficiale rilevante e disponibile presso la Società al fine di meglio comprendere l’attività della Società e identificare le aree aziendali oggetto d’analisi.

A titolo esemplificativo e non esaustivo è stata analizzata la seguente documentazione:
• statuto;
• organigramma aziendale;
• regolamenti operativi e procedure formalizzate, anche di L’Oréal Italia SpA;
• deleghe e procure;
• elementi relativi alle sanzioni disciplinari previste dai C.C.N.L. applicabili;
• Codice Etico;
• Codice dell’Etica di Affari e altre linee guida pratiche per la gestione etica dei rapporti con fornitori e concorrenti (“The Way we buy”, “The Way we compete”, “The way we prevent corruption”);
• Modello Organizzativo e protocolli precedentemente adottati;
• contratti significativi;
• altra documentazione (Travel policy, Car Policy, procedure informatiche, ecc…).

Si è altresì tenuto conto di tutte le vicende che hanno interessato la Società con riferimento alle aree sensibili legate al Decreto.
II fase: risk assessment

Scopo della fase in oggetto è stata la preventiva identificazione dei processi, sottoprocessi ed attività aziendali e quindi l’individuazione delle aree di rischio ovvero delle aree aziendali nel cui ambito possono essere commessi i reati.

È opportuno rammentare che il Modello organizzativo della Società prevede l’esternalizzazione di attività aziendali, o parti di esse, presso altre società del Gruppo3.
Gli incarichi di esternalizzazione dei servizi sono stati formalizzati in appositi contratti scritti che definiscono, tra l’altro, l’oggetto e i limiti della deleghe conferite e individuano le linee guida dell’attività. Tali deleghe ovviamente non liberano gli organi aziendali dalle responsabilità loro assegnate da leggi, regolamenti o altre disposizioni del settore.
In particolare i contratti di fornitura di servizi definiscono gli obiettivi assegnati all’esternalizzazione, sia in rapporto alla complessiva strategia aziendale sia in relazione agli standard quali/quantitativi attesi dal processo (service level agreements).
3 in merito alle funzioni/direzioni accentrate presso altre società del Gruppo si veda anche quanto enunciato nel par. 1.1.2.”Recepimento del modello adottato dalla Capogruppo”

Le attività aziendali sono quindi state suddivise nei seguenti processi di riferimento:
• Marketing e comunicazione (attività svolta anche da parte di L’Oréal Italia SpA);
• Commerciale (attività svolta anche da parte di L’Oréal Italia SpA – Divisione DLL);
• Supply Chain & Customer Service (attività svolta anche da parte di L’Oréal Italia SpA – Divisione DLL);
• Studi e conformità prodotto (attività svolta da parte di L’Oréal Italia SpA);
• Controllo di Gestione (attività svolta anche da parte di L’Oréal Italia SpA – Divisione DLL);
• Gestione credito (attività svolta anche da parte di L’Oréal Italia SpA);
• Sicurezza, Ambiente e Servizi Generali (attività svolta con la collaborazione di L’Oréal Italia SpA);
• Risorse umane (attività svolta da parte di L’Oréal Italia SpA);
• Contabilità, Bilancio e Fiscale (attività svolta da parte di L’Oréal Italia SpA);
• Finanza e Tesoreria (attività svolta da parte di L’Oréal Italia SpA);
• Acquisti (attività svolta da parte di L’Oréal Italia SpA);
• Legale e Societario (attività svolta da parte di L’Oréal Italia SpA);
• Sistemi informativi (attività svolta da parte di L’Oréal Italia SpA).

A fronte di tale classificazione, sono state quindi identificate le risorse aziendali, anche di L’Oréal Italia SpA, con una conoscenza approfondita dei citati processi aziendali e dei meccanismi di controllo esistenti, che sono state intervistate dal gruppo di lavoro al fine di costruire un Modello il più possibile aderente agli specifici ambiti operativi e alla struttura organizzativa della società, con riferimento ai rischi di reato in concreto prospettabili. Le interviste infatti, finalizzate altresì ad avviare il processo di sensibilizzazione rispetto alle previsioni di cui al d.lgs. 231/2001, alle attività di adeguamento della Società al predetto Decreto, all’importanza del rispetto delle regole interne adottate dalla Società per la prevenzione dei reati, sono state condotte con l’obiettivo di individuare i processi e le attività potenzialmente a rischio di commissione dei reati previsti dal Decreto nonché i presidi già esistenti atti a mitigare i predetti rischi. E’ stata così effettuata una mappatura di tutti i processi della Società, articolati in sottoprocessi ed attività con evidenza delle Aree di riferimento (Corporate OI, LUXE OI, HR) e delle relative Direzioni/Funzioni aziendali a vario titolo coinvolte. Per ogni attività è stato quindi evidenziato il profilo di rischio attraverso l’indicazione dei potenziali Reati associabili e l’esemplificazione delle possibili modalità di realizzazione dei reati stessi. I risultati di tale attività sono stati formalizzati in specifico documento denominato “Mappa delle attività a rischio 231” che è poi stata condivisa ed approvata dai referenti aziendali e rimane a disposizione dell’Organismo di Vigilanza per l’ attività istituzionale ad esso demandata.

E’ importante evidenziare che la mappa delle attività a rischio fotografa la situazione esistente alla data di redazione del presente Modello. L’evolvere delle attività aziendali richiederà il necessario aggiornamento della mappatura, al fine di ricomprendere gli eventuali rischi associabili alle nuove attività.

Conformemente a quanto previsto dall’art. 6, comma 2, lett. a) d.lgs. 231/01 si riportano le aree di attività aziendali individuate come a rischio, ovvero nel cui ambito potrebbero essere presenti rischi potenziali di commissione delle fattispecie di reato previste dal Decreto.

In particolare sono state identificate le seguenti aree di rischio: • Adempimenti in materia ambientale; • Adempimenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro; •

Approvvigionamenti di beni e servizi; • Consulenze e incarichi professionali a terzi; • Contabilità, bilancio e operazioni sul patrimonio; • Gestione degli omaggi, sponsorizzazioni liberalità e spese di rappresentanza; • Gestione dei rapporti con i soci e gli altri organi sociali; • Gestione dei rapporti e degli adempimenti con la Pubblica Amministrazione; •

Gestione dei rapporti infragruppo; • Gestione del contenzioso e accordi transattivi; • Gestione della comunicazione esterna e dei rapporti con i Media; • Gestione delle attività di vendita; • Gestione flussi monetari e finanziari • Gestione marchi, brevetti e dichiarazioni di conformità; • Gestione operazioni a premio e concorsi; • Individuazione e gestione dei rapporti di agenzia e di assistenza commerciale; • Individuazione e gestione di partner commerciali; • Richiesta e gestione di finanziamenti pubblici; • Selezione, assunzione e gestione del personale; • Sistemi informativi.

In tali aree si sono ritenuti maggiormente rilevanti i rischi di commissione di alcune fattispecie di reato indicati negli artt. 24, 24-bis, 24-ter, 25, 25-bis, 25-bis.1, 25-ter, 25-quater, 25-quinquies, 25-sexies, 25septies, 25-octies, 25-novies, 25-decies, 25-undecies e 25 duodecies del Decreto.

Relativamente agli altri reati ed illeciti (e tipicamente quelli in materia di pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili, i reati in materia di falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo) si è ritenuto che la specifica attività svolta da Helena Rubinstein Italia non presenti profili di rischio tali da rendere ragionevolmente fondata la possibilità della loro commissione nell’interesse o a vantaggio della stessa. Si è pertanto stimato esaustivo il richiamo ai principi contenuti sia nel presente Modello che nel Codice

Etico, ove si vincolano gli esponenti aziendali, i collaboratori ed i partners commerciali al rispetto dei valori di solidarietà, tutela della personalità individuale, correttezza, moralità e rispetto delle leggi.
III fase: Gap Analysis

Scopo di tale fase è consistito nell’individuazione, per ciascuna area di rischio, dei presidi organizzativi, di controllo e comportamento esistenti a presidio delle specifiche fattispecie di reato richiamate dal Decreto, nella valutazione della loro idoneità a prevenire i rischi evidenziati nella precedente fase di risk assessment e quindi nelle azioni di miglioramento da apportare.

É stata fatta quindi un analisi comparativa tra il Modello di organizzazione gestione e controllo esistente (“as is”) ed un Modello di riferimento a tendere valutato sulla base del contenuto del Decreto, delle indicazioni dell’ampia giurisprudenza e delle linee guida di Confindustria (“to be”).

In particolare l’analisi è stata condotta con l’obiettivo di verificare:
• l’esistenza di regole comportamentali di carattere generale a presidio delle attività svolte; • l’esistenza e l’adeguatezza di procedure che regolino lo svolgimento delle attività nel rispetto dei principi di controllo; • il rispetto e l’attuazione concreta del generale principio di separazione dei compiti; • l’esistenza di livelli autorizzativi a garanzia di un adeguato controllo del processo decisionale; • l’esistenza di specifiche attività di controllo e di monitoraggio sulle attività sensibili.
Da tale confronto sono state identificate le aree di miglioramento del sistema di controllo interno esistente che, condivise con la Direzione Legale di L’Oréal Italia SpA, saranno implementate nei Protocolli e nel corpo procedurale.

1.3.2. I PROTOCOLLI

A seguito della identificazione delle attività a rischio e in base al relativo sistema di controllo esistente, la Società ha elaborato specifici Protocolli, in conformità a quanto prescritto dall’art. 6 c. 2 lett. b) d.lgs. 231/2001, che contengono un insieme di regole e di principi di controllo e di comportamento ritenuti idonei a governare il profilo di rischio individuato.
Per ciascuna area di rischio non ritenuta sufficientemente presidiata dal corpo procedurale interno o di Gruppo, è stato creato un Protocollo, ispirato alla regola di rendere documentate e verificabili le varie fasi del processo decisionale, onde sia possibile risalire alla motivazione che ha guidato la decisione.
Nell’ambito di ciascun Protocollo si rilevano: • obiettivi del documento; • ambito di applicazione; • ruoli e responsabilità degli attori coinvolti nell’attività; • descrizione sintetica delle attività; • principi di comportamento; • principi di controllo; • flussi informativi verso l’Organismo di Vigilanza;
I principi di controllo riportati nei Protocolli fanno riferimento a: • livelli autorizzativi; • segregazione funzionale delle attività autorizzative, operative e di controllo; • principi di comportamento; • controlli specifici; • formalizzazione; • tracciabilità del processo decisionale e archiviazione della documentazione a supporto.
I Protocolli sono stati sottoposti all’esame dei soggetti aventi la responsabilità della gestione delle attività a rischio per la loro valutazione e approvazione, rendendo così ufficiali ed obbligatorie le regole di condotta ivi contenute nei confronti di tutti coloro che si trovino a compiere l’attività nell’ambito della quale è stato individuato un profilo di rischio. Per il dettaglio dei Protocolli vigenti si veda l’allegato 4.

La definizione dei Protocolli si completa e si integra con il Codice Etico, a cui la Società intende uniformare la gestione delle proprie attività anche in relazione ai comportamenti che possono integrare le fattispecie di reato disciplinate dal d.lgs. 231/2001.

I principi etici sono il fondamento della cultura aziendale e rappresentano gli standard di comportamento quotidiano all’interno e all’esterno di L’Oréal.
In particolare, la Società si impegna a:
• operare nel rispetto della legge e della normativa vigente;
• improntare su principi di eticità, trasparenza, correttezza, legittimità ed integrità i rapporti con la Pubblica Amministrazione;
• mantenere nei rapporti con i clienti, fornitori ed appaltatori un comportamento collaborativo caratterizzato da lealtà e disponibilità e volto ad evitare conflitti di interesse. Laddove ritenuto opportuno, si provvederà alla emanazione di apposite procedure interne che recepiscano nel dettaglio le singole disposizioni.
Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo ex d.lgs. 231/2001

2. ORGANISMO DI VIGILANZA



2.1 LE CARATTERISTICHE DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA

L’esenzione dalla responsabilità amministrativa – come disciplinata dall’art. 6 comma 1 d.lgs. 231/2001 – prevede anche l’obbligatoria istituzione di un Organismo di Vigilanza interno all’Ente, dotato sia di un autonomo potere di controllo (che consenta di vigilare costantemente sul funzionamento e sull’osservanza del Modello), sia di un autonomo potere di iniziativa, a garanzia dell’aggiornamento del Modello medesimo, al fine di assicurare un’effettiva ed efficace attuazione del Modello.

La caratteristica dell’autonomia dei poteri di iniziativa e controllo in capo all’OdV è rispettata se:
• è garantita all’OdV l’indipendenza gerarchica rispetto a tutti gli organi sociali sui quali è chiamato a vigilare facendo in modo che lo stesso riporti direttamente al Consiglio di Amministrazione;
• i suoi componenti non siano direttamente coinvolti in attività gestionali che risultino oggetto del controllo da parte del medesimo Organismo;
• sia dotato di autonomia finanziaria per il corretto svolgimento delle proprie attività.
Oltre all’autonomia dei poteri prevista dallo stesso Decreto, la Società ha ritenuto di allinearsi anche alle Linee Guida di Confindustria nonché alle pronunce della magistratura in materia, che hanno indicato come necessari anche i requisiti di professionalità e di continuità di azione.

Per quanto attiene al requisito della professionalità, è necessario che l’OdV sia in grado di assolvere le proprie funzioni ispettive rispetto all’effettiva applicazione del Modello e che, al contempo, abbia le necessarie qualità per garantire la dinamicità del Modello medesimo, attraverso proposte di aggiornamento da indirizzare al vertice societario.
Quanto, infine, alla continuità di azione, l’OdV dovrà garantire la costante attività di monitoraggio e di aggiornamento del Modello e la sua variazione al mutare delle condizioni aziendali di riferimento e rappresentare un referente costante per i Destinatari del Modello.

Per quanto concerne la possibile composizione dell’OdV, la dottrina e la prassi hanno elaborato diverse soluzioni, in ragione delle caratteristiche dimensionali ed operative dell’Ente, delle relative regole di corporate governance e della necessità di realizzare un equo bilanciamento tra costi e benefici. Sono pertanto ritenute percorribili sia ipotesi di definizione di strutture appositamente create nell’Ente, che l’attribuzione dei compiti dell’OdV ad organi già esistenti. Del pari, possono prescegliersi sia strutture a composizione collegiale che monosoggettiva. Infine, nell’enucleazione dei componenti dell’OdV, è possibile affidare detta qualifica a soggetti esterni, che posseggano le specifiche competenze necessarie per la migliore esecuzione dell’incarico.

Da ultimo ai sensi dell’art. 6 comma 4 bis del Decreto, introdotto dall’art. 14 comma 12, della Legge 12 novembre 2011, n. 183, nelle società di capitali la funzione di Organismo di Vigilanza può essere svolta dal collegio sindacale, dal consiglio di sorveglianza o dal comitato per il controllo della gestione.

2.2 L’IDENTIFICAZIONE DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA

Salvo il caso in cui l’Ente decida di affidare l’incarico di Organismo di Vigilanza ad uno dei soggetti indicati all’art. 6 comma 4 bis del d.lgs. 231/2001, la concreta costituzione di tale organismo è rimessa all’iniziativa organizzativa dell’Ente, sempre in funzione del quadro delineato dal Decreto.

In considerazione di quanto sopra, nel caso di specie, la Società, tenuto conto dell’ampiezza e della complessità della sua struttura e delle attività che vengono svolte, ha scelto di dotarsi di un organismo plurisoggettivo composto da tre membri, di cui uno con funzioni di presidente, al fine di garantire una maggiore effettività dei controlli demandati dal Decreto 231/2001 all’OdV.
Tutti i componenti dell’Organismo di vigilanza, sempre nel rispetto dei requisiti di indipendenza, autorevolezza e autonomia dei poteri di iniziativa e controllo, sono stati individuati in soggetti esterni all’organizzazione garantendo in tal modo l’apporto di competenze diversificate.

L’OdV è nominato con delibera del Consiglio di Amministrazione e rimane in carica per un periodo di tre anni. Ciascun componente dell’Organismo di Vigilanza può essere rieletto.
La nomina quale componente dell’Organismo di Vigilanza è condizionata dalla presenza dei requisiti soggettivi di eleggibilità, la cui ricorrenza e la permanenza verranno di volta in volta accertate dal Consiglio di Amministrazione.
In primis, i componenti dell’Organismo di Vigilanza, ai fini della valutazione del requisito di indipendenza, dal momento della nomina e per tutta la durata della carica, non dovranno:
• trovarsi in una posizione, neppure potenziale, di conflitto di interessi con Helena Rubinstein Italia o con le Società Controllate
• rivestire incarichi esecutivi o delegati nel Consiglio di Amministrazione della Società;
• svolgere, all’interno della Società, funzioni di tipo esecutivo direttamente connesse al business e/o attività di gestione operativa della Società. Qualora i componenti dell’Organismo di Vigilanza siano soggetti interni alla struttura aziendale, essi devono godere di una posizione organizzativa adeguatamente elevata e, comunque, tale da non poterli configurare come dipendenti da organi esecutivi;
• avere rapporti di parentela, coniugio o affinità entro il quarto grado con i componenti degli organi sociali, persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione di Helena Rubinstein Italia o di una sua struttura organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, nonché con persone che esercitano – anche di fatto – la gestione e il controllo di Helena Rubinstein Italia, e la società di revisione.
Inoltre la Società ha stabilito che i componenti dell’OdV devono essere in possesso dei requisiti di professionalità e di onorabilità di cui all’art. 109 del d.lgs. 1 settembre 1993, n. 385. In particolare, i componenti dell’Organismo di Vigilanza devono essere nominati tra soggetti con professionalità adeguata in materia giuridica e di controllo e gestione dei rischi aziendali e non devono essere stati condannati con sentenza ancorché non definitiva, o con sentenza di applicazione della pena su richiesta (emessa ex artt. 444 e ss. c.p.p.) e anche se con pena condizionalmente sospesa, salvi gli effetti della riabilitazione:

1. alla reclusione per un tempo non inferiore ad un anno per uno dei delitti previsti dal regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (cd. legge fallimentare);

2. a pena detentiva per un tempo non inferiore ad un anno per uno dei reati previsti dalle norme che disciplinano l’attività bancaria, finanziaria, mobiliare, assicurativa e dalle norme in materia di mercati e valori mobiliari, di strumenti di pagamento;

3. alla reclusione per un tempo non inferiore ad un anno per un delitto contro la Pubblica Amministrazione, contro la fede pubblica, contro il patrimonio, contro l’economia pubblica, per un

delitto in materia tributaria;

4. per un qualunque delitto non colposo alla pena della reclusione per un tempo non inferiore a due anni;

5. per uno dei reati previsti dal titolo XI del libro V del codice civile così come riformulato del d.lgs. 61/02 (Disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le società commerciali);

6. per un reato che importi e abbia importato la condanna ad una pena da cui derivi l’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici, ovvero l’interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese;

7. per una delle misure di prevenzione previste dall’art. 10, comma 3, della legge 31 maggio 1965, n. 575, come sostituito dall’articolo 3 della legge 19 marzo 1990, n. 55 e successive modificazioni (Disposizioni contro la mafia);

8. per le sanzioni amministrative accessorie previste dall’art. 187- quater del Decreto Legislativo n. 58/1998 (TUF - Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria).

L’eventuale revoca dei componenti dell’Organismo di Vigilanza potrà esclusivamente disporsi per ragioni connesse a gravi inadempimenti rispetto al mandato assunto, ivi comprese le violazioni degli obblighi di riservatezza e le intervenute cause di ineleggibilità sopra riportate. A titolo meramente esemplificativo, costituiscono giusta causa di revoca dei componenti dell’OdV una comprovata grave negligenza e/o grave imperizia nel vigilare sulla corretta applicazione del Modello e sul suo rispetto, nonché – più in generale – nello svolgimento del proprio mandato.
La revoca del mandato dovrà, in ogni caso, essere deliberata dal Consiglio di Amministrazione della Società con atto che specifichi chiaramente i motivi della decisione intrapresa.
I componenti dell’Organismo di Vigilanza decadono dalla carica nel momento in cui vengano a trovarsi successivamente alla loro nomina:

1. in una delle situazioni contemplate nell’art. 2399 c.c. comma 1 lett. a), b) e c) e nello specifico:

a. coloro che si trovano nelle condizioni previste dall'articolo 2382 c.c. (l'interdetto, l'inabilitato, il fallito, o chi è stato condannato ad una pena che importa l'interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici o l'incapacità ad esercitare uffici direttivi);

b. il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori della Società, gli amministratori, il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori delle società da questa controllate, delle società che la controllano e di quelle sottoposte a comune controllo;

c. coloro che sono legati alla società o alle società da questa controllate o alle Società che la controllano o a quelle sottoposte a comune controllo da un rapporto di lavoro o da un rapporto continuativo di consulenza o di prestazione d'opera retribuita, ovvero da altri rapporti di natura patrimoniale che ne compromettano l'indipendenza.

2. condannati con sentenza definitiva (intendendosi per sentenza di condanna anche quella pronunciata ex art. 444 c.p.p.) per uno dei reati indicati ai numeri 1, 2, 3, 4, 5, 6 e delle condizioni di ineleggibilità innanzi indicate.
Costituiscono inoltre cause di decadenza dalla funzione di componente dell’Organismo di Vigilanza:

1. la condanna con sentenza non definitiva per uno dei reati dei numeri da 1 a 6 delle condizioni di ineleggibilità innanzi indicate;
2. l’applicazione di una delle pene di cui ai numeri da 1 a 6 delle condizioni di ineleggibilità innanzi indicate;
3. l’applicazione di una misura cautelare personale;
4. l’applicazione provvisoria di una delle misure di prevenzione previste dall’art. 10, comma 3, della legge 31 maggio 1965, n. 575, come sostituito dall’articolo 3 della legge 19 marzo 1990, n. 55 e successive modificazioni e delle sanzioni amministrative accessorie previste dall’art. 187- quater del Decreto Legislativo n. 58/1998 (TUF).
Costituiscono infine ulteriori cause di ineleggibilità o decadenza per i membri dell’OdV rispetto a precedentemente delineate le seguenti:

a) l’esser stato sottoposto a misure di prevenzione disposte dall’autorità giudiziaria ai sensi della legge sulle misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità (legge n. 1423 del 56) o della legge n. 575 del 1965 (disposizioni contro la mafia)

b) l’esser indagati o condannati, anche con sentenza non definitiva o emessa ex artt. 444 e ss c.p.p. (patteggiamento) o anche se con pena condizionalmente sospesa, salvi gli effetti della riabilitazione per uno o più illeciti tra quelli tassativamente previsti dal d.lgs. 231/01;

Si precisa infine che la decadenza dalla carica di componente dell’OdV opera automaticamente sin dal momento della sopravvenienza della causa che l’ha prodotta, fermi restando gli ulteriori obblighi sotto descritti.
La nomina dei membri del Organismo di Vigilanza da parte del Consiglio di Amministrazione diviene efficace solo in seguito al rilascio da parte di ciascun membro di una formale accettazione per iscritto dell’incarico che contenga altresì una dichiarazione circa la sussistenza dei requisiti rescritti dal Modello ed in particolare quelli di eleggibilità, professionalità, autonomia e indipendenza.

Ciascun componente dell’Organismo di Vigilanza può rinunciare alla carica in qualsiasi momento, previa comunicazione da presentarsi per iscritto al Consiglio di Amministrazione ed in copia conoscenza agli altri componenti.
In caso di sopravvenuta causa di decadenza dalla carica, il membro dell’OdV interessato deve darne immediata comunicazione per iscritto al Consiglio di Amministrazione e per conoscenza al Collegio Sindacale ed agli altri membri dell’Organismo di Vigilanza medesimo. Anche in assenza della suddetta comunicazione, ciascun membro dell’Organismo di

Vigilanza che venga a conoscenza dell’esistenza di una causa di decadenza in capo ad un altro componente, deve darne tempestiva comunicazione per iscritto al Consiglio di

Amministrazione e per conoscenza al Collegio Sindacale per consentire al medesimo di adottare i necessari provvedimenti del caso.

In caso di rinuncia, sopravvenuta incapacità, morte, revoca o decadenza di un membro dell’OdV, il Consiglio di Amministrazione provvede a deliberare la nomina del sostituto, senza ritardo.

In caso di rinuncia, sopravvenuta incapacità, morte, revoca o decadenza del Presidente, subentra a questi il membro più anziano, il quale rimane in carica fino alla data in cui il C.d.A. abbia deliberato la nomina del nuovo Presidente dell’OdV.

Durante l’eventuale periodo di vacatio per il verificarsi di uno egli eventi sopra delineati, i restanti membri dell’Organismo di Vigilanza restano in carica con l’onere di richiedere al Consiglio di Amministrazione di procedere tempestivamente alla nomina del membro mancante.


2.3 LA DEFINIZIONE DEI COMPITI E DEI POTERI DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA

La disposizione di cui all’art. 6, comma 1, lett. b) del Decreto stabilisce espressamente che i compiti dell’OdV sono la vigilanza sul funzionamento e sull’osservanza del Modello, nonché la cura del suo aggiornamento.
In particolare, l’OdV dovrà svolgere i seguenti specifici compiti:

a) vigilare sul funzionamento del Modello e sull’osservanza delle prescrizioni ivi contenute da parte dei Destinatari, verificando la coerenza tra i comportamenti concreti ed il Modello definito, proponendo l’adozione degli interventi correttivi e l’avvio dei procedimenti disciplinari nei confronti dei soggetti interessati. Più precisamente dovrà:
• verificare l’adeguatezza delle soluzioni organizzative adottate per l’attuazione del Modello (definizione delle clausole standard, formazione degli amministratori e dei procuratori, provvedimenti disciplinari, ecc.), avvalendosi delle competenti strutture aziendali e/o del Gruppo;
• attivare le procedure previste per l’implementazione del sistema di controllo;
• predisporre il piano periodico delle verifiche sull’adeguatezza e funzionamento del Modello;
• effettuare verifiche periodiche, nell’ambito del piano approvato, sulle attività od operazioni individuate nelle aree a rischio;
• effettuare verifiche mirate su determinate operazioni o su atti specifici e rilevanti posti in essere dalla Società nelle aree di rischio nonché sul sistema dei poteri al fine di garantire la costante efficacia del Modello;
• promuovere incontri periodici (con cadenza almeno semestrale) con il Collegio Sindacale e la Società di Revisione per consentire lo scambio di informazioni rilevanti ai fini della vigilanza sul funzionamento del Modello;
• promuovere idonee iniziative per la diffusione della conoscenza e della comprensione dei principi del Modello;
• disciplinare adeguati meccanismi informativi prevedendo una casella di posta elettronica ed identificando le informazioni che devono essere trasmesse all’OdV o messe a sua disposizione;
• raccogliere, esaminare, elaborare e conservare le informazioni rilevanti in ordine al rispetto del Modello;
• valutare le segnalazioni di possibili violazioni e/o inosservanze del Modello;
• segnalare tempestivamente all’organo dirigente (Consiglio di Amministrazione), per gli opportuni provvedimenti disciplinari da irrogare con il supporto delle funzioni competenti, le violazioni accertate del Modello che possano comportare l’insorgere di una responsabilità in capo alla Società e proporre le eventuali sanzioni di cui al par. 3 del Modello
• verificare che le violazioni del Modello siano effettivamente ed adeguatamente sanzionate nel rispetto del sistema sanzionatorio adottato da Helena Rubinstein Italia.


b) Vigilare sull’opportunità di aggiornamento del Modello, informando nel caso il Consiglio di Amministrazione, laddove si riscontrino esigenze di adeguamento in relazione all’ampliamento del novero dei Reati che comportano l’applicazione del Decreto, evidenze di gravi violazione del medesimo da parte dei Destinatari, ovvero significative modificazioni dell’assetto interno della Società e/o delle modalità di svolgimento delle attività d’impresa. In particolare l’Organismo di Vigilanza dovrà:
• monitorare l’evoluzione della normativa di riferimento e verificare l’adeguatezza del Modello a tali prescrizioni normative, segnalando al Consiglio di Amministrazione le possibili aree di intervento;
• predisporre attività idonee a mantenere aggiornata la mappatura delle aree a rischio, secondo le modalità e i principi seguiti nell’adozione del presente Modello;
• vigilare sull’adeguatezza e sull’aggiornamento dei Protocolli rispetto alle esigenze di prevenzione dei Reati e verificare che ogni parte che concorre a realizzare il Modello sia e resti rispondente e adeguata alle finalità del Modello come individuate dalla legge, a tal fine potendosi avvalere delle informazioni e della collaborazione da parte delle strutture societarie e del Gruppo competenti;
• valutare, nel caso di effettiva commissione di Reati e di significative violazioni del Modello, l’opportunità di introdurre modifiche allo stesso;
• presentare al Consiglio di Amministrazione le proposte di adeguamento e modifica del Modello. L’adozione di eventuali modifiche è infatti di competenza dell’organo dirigente, il quale appunto, a mente dell’art. 6 comma 1 lett. A), ha la responsabilità diretta dell’adozione e dell’efficace attuazione del Modello stesso;
• verificare l’effettività e la funzionalità delle modifiche del Modello adottate dal Consiglio di Amministrazione.
Nello svolgimento delle proprie attività di vigilanza e controllo l’OdV, senza la necessità di alcuna preventiva autorizzazione:
• avrà libero accesso a tutte le strutture e uffici della Società, potrà interloquire con qualsiasi soggetto operante nelle suddette strutture ed uffici ed accedere ed acquisire liberamente tutte le informazioni, i documenti e i dati che ritiene rilevanti. In caso di diniego motivato da parte dei referenti destinatari delle richieste, l’OdV predisporrà un’apposita relazione da trasmettersi al Consiglio di Amministrazione.
• potrà richiedere l’accesso a dati ed informazioni nonché l’esibizione di documenti ai componenti degli organi sociali, alla società di revisione, ai Soggetti Terzi ed in generale a tutti i Destinatari del Modello. Con specifico riferimento ai Soggetti Terzi, l’obbligo ad ottemperare alle richieste dell’OdV deve essere espressamente previsto nei singoli contratti stipulati dalla Società.
• Potrà effettuare ispezioni periodiche nelle varie funzioni aziendali, anche con riferimento a specifiche operazioni (anche in corso di svolgimento) poste in essere dalla Società.

Laddove ne ravvisi la necessità, in funzione della specificità degli argomenti trattati, l’OdV può avvalersi del supporto delle strutture aziendali e di Gruppo istituzionalmente dotate di competenze tecniche e risorse, umane e operative, idonee a garantire lo svolgimento su base continuativa delle verifiche, delle analisi e degli altri adempimenti necessari ovvero di consulenti esterni
Ai fini di un pieno e autonomo adempimento dei propri compiti, all’OdV è assegnato un budget annuo adeguato, stabilito con delibera dal Consiglio di Amministrazione, che dovrà consentire all'OdV di poter svolgere i suoi compiti in piena autonomia, senza limitazioni che possano derivare da insufficienza delle risorse finanziarie in sua dotazione.

Per tutti gli altri aspetti, l’OdV, al fine di preservare la propria autonomia ed imparzialità, provvederà ad autoregolamentarsi attraverso la formalizzazione, nell’ambito di un regolamento, di una serie di norme che ne garantiscano il miglior funzionamento (quali la calendarizzazione dell’attività e dei controlli, la verbalizzazione delle riunioni e la disciplina dei flussi informativi) e disciplinino nel dettaglio le attività di propria competenza. L’OdV trasmetterà, per informazione, copia del regolamento citato al Consiglio di Amministrazione ed al Collegio Sindacale della Società.

2.4 I FLUSSI INFORMATIVI NEI CONFRONTI DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA

A norma dell’art. 6, comma 2, lettera d), del d.lgs. 231/2001, tra le esigenze cui deve rispondere il Modello è specificata la previsione di “obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli”.
L’OdV deve essere informato da parte dei Destinatari del Modello in merito ad eventi che potrebbero ingenerare responsabilità ai sensi dal Decreto o che comunque rappresentano infrazioni alle regole societarie. Del pari, all’OdV deve essere trasmesso ogni documento che denunci tali circostanze.
In particolare, al fine di una più efficace e concreta attuazione di quanto previsto nel Modello, la Società si avvale dei Key Officer che sono coloro che hanno la responsabilità operativa di ciascun ambito di attività aziendale nel quale sia emerso un rischio potenziale di commissione dei Reati. Tali soggetti sono individuati e nominati dall’Amministratore

Delegato della Società, con il supporto della Direzione Legale di L’Oréal Italia SpA, la quale comunicherà tempestivamente l’avvenuta nomina all’Organismo di Vigilanza. Ai Key Officer devono essere formalmente attribuite le seguenti funzioni:
• garantire personalmente e da parte dei Destinatari sottoposti alla loro direzione e vigilanza, il rispetto e l’applicazione dei principi e delle regole di condotta definiti nel Modello, nei Protocolli di decisione e nel Codice Etico;
• supportare l’OdV nell’esercizio dei compiti e delle attività connesse alla responsabilità ad esso attribuite interfacciandosi con il medesimo e assicurando flussi informativi periodici attraverso le attività di verifica e controllo.
È stato pertanto istituito un obbligo di informativa verso l’OdV, che si concretizza in flussi informativi periodici e segnalazioni occasionali:

a) Flussi informativi periodici: informazioni, dati e notizie circa l’aderenza ai principi di controllo e comportamento sanciti dal Modello, dal Codice Etico e dai Protocolli e trasmesse all’OdV dalle strutture aziendali coinvolte nelle attività potenzialmente a rischio, nei tempi e nei modi che saranno definiti e comunicati dall’OdV medesimo. Con cadenza semestrale i Responsabili delle Funzioni aziendali operanti in aree di rischio ai sensi del d.lgs. 231/2001 (Key Officer), mediante un processo di autodiagnosi complessivo sull’attività svolta, attestano il livello di attuazione del Modello con particolare attenzione al rispetto dei principi di controllo e comportamento identificati negli specifici Protocolli. Attraverso questa formale attività di autovalutazione, evidenziano le eventuali criticità nei processi gestiti, gli eventuali scostamenti rispetto alle indicazioni dettate dal Modello e/o dai Protocolli, con l’evidenziazione delle azioni e delle iniziative adottate o al piano per la soluzione.

Sono inoltre previsti flussi di rendicontazione ordinari verso l’Organismo di Vigilanza da parte del Datore di lavoro ai sensi del d.lgs. 81/2008, incentrati su relazioni periodiche in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

b) Segnalazioni occasionali: informazioni di qualsiasi genere, non rientranti nella categoria precedente, provenienti da tutti i Destinatari del presente Modello, attinenti ad eventuali violazioni delle prescrizioni del Modello o comunque conseguenti a comportamenti non in linea con le regole adottate dalla Società nonché inerenti alla commissione di reati, che possano essere ritenute utili ai fini dell’assolvimento dei compiti dell’OdV.
In particolare, tutte le funzioni aziendali devono tempestivamente riferire all’OdV ogni informazione rilevante per il rispetto e il funzionamento del Modello e precisamente:
• i provvedimenti e/o notizie provenienti da organi di polizia giudiziaria, o da qualsiasi altra autorità, fatti comunque salvi gli obblighi di segreto imposti dalla legge, dai quali si evinca lo svolgimento di indagini, anche nei confronti di ignoti, per gli illeciti per i quali è applicabile il d.lgs. 231/2001, qualora tali indagini coinvolgano la Società o comunque i Destinatari del Modello;
• i provvedimenti e/o le notizie aventi ad oggetto l’esistenza di procedimenti amministrativi o controversie civili di rilievo, fatti comunque salvi gli obblighi di segreto imposti dalla legge, dai quali si evinca lo svolgimento di indagini, anche nei confronti di ignoti, relativi a richieste o iniziative di Autorità indipendenti, dell’amministrazione finanziaria, del Ministero dell’Ambiente, di amministrazioni locali, ai contratti con la Pubblica Amministrazione, alle richieste e/o gestione di finanziamenti pubblici;
• le richieste di assistenza legale inoltrate alla Società dal personale in caso di avvio di procedimenti penali o civili nei loro confronti per i Reati di cui al Decreto 231;
• le notizie relative alle violazioni del Modello con evidenza delle iniziative sanzionatorie assunte ovvero dei provvedimenti di archiviazione dei procedimenti con le relative motivazioni;
• i rapporti e le relazioni preparati dai responsabili delle varie funzioni nonché dal Collegio Sindacale e dalla Società di Revisione da cui emergono o possano emergere comportamenti non conformi alle norme di cui al Decreto 231 e che incidano sull’osservanza del Modello
• qualunque incarico che si intenda conferire alla società di revisione (o a società ad essa collegate) diverso da quello relativo alla certificazione di bilancio;
In ogni caso, con riferimento al predetto elenco di informazioni, è demandato all’Organismo di Vigilanza il compito di richiedere, se necessario od opportuno, eventuali modifiche ed integrazioni delle informazioni da fornirsi.
Le segnalazioni dovranno essere fatte in forma scritta, preferibilmente attraverso l’indirizzo email odvhr@it.loreal.com. Le segnalazioni potranno essere fatte anche in forma anonima e trasmesse all’indirizzo di posta all'indirizzo Organismo di Vigilanza Helena Rubinstein Italia S.p.A., Via Primaticcio 155, Milano.
L’OdV valuta le segnalazioni e le informazioni ricevute e le eventuali conseguenti iniziative da porre in essere, in conformità a quanto previsto dal sistema disciplinare interno, ascoltando eventualmente l’autore della segnalazione e/o il responsabile della presunta violazione, motivando per iscritto l’eventuale decisione e dando luogo a tutti gli accertamenti e le indagini che ritiene necessarie.

L’OdV agisce garantendo i segnalanti contro qualsiasi forma di ritorsione, discriminazione o penalizzazione, ed assicurando la massima riservatezza in merito all’identità del segnalante e a qualsiasi notizia, informazione, segnalazione, a pena di revoca del mandato, fatte salve le esigenze inerenti lo svolgimento delle indagini nell’ipotesi in cui sia necessario il supporto di consulenti esterni all’OdV o di altre strutture societarie.
Tutte le informazioni, documentazioni, segnalazioni, report, previsti nel presente Modello sono conservati dall’OdV, in apposito data base (informatico o cartaceo) per un periodo di 10 anni; l’OdV avrà cura di mantenere riservati i documenti e le informazioni acquisite, anche nel rispetto della normativa sulla privacy.
L’accesso al data base è consentito esclusivamente all’OdV.

 

2.5 L’ATTIVITÀ DI REPORTING DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA

Come sopra già precisato, al fine di garantire la sua piena autonomia e indipendenza nello svolgimento delle proprie funzioni, l’Organismo di Vigilanza riporta i risultati della propria attività, in modo continuativo, all’Amministratore Delegato e, periodicamente al Consiglio di Amministrazione ed al Collegio Sindacale.
Segnatamente, semestralmente l’OdV trasmette al Consiglio di Amministrazione ed al Collegio Sindacale una dettagliata relazione sui seguenti aspetti:
• una descrizione degli eventi significativi che hanno interessato la Società;
• l’evoluzione della normativa riguardante il d.lgs. 231/2001;
• lo stato di fatto sull’aggiornamento del Modello;
• le segnalazioni ricevute dall’OdV;
• le evidenze contenute nei flussi informativi ricevuti dall’OdV in merito alle aree di rischio;
• le attività svolte;
• il piano delle attività;
• i rapporti con gli organi giudiziari rilevanti ai sensi del d.lgs. 231/2001;
• le conclusioni in merito al funzionamento, osservanza ed aggiornamento del Modello;
• il piano periodico delle verifiche predisposto per l’esercizio successivo.
In caso di gravi anomalie nel funzionamento ed osservanza del Modello o di violazioni di prescrizioni dello stesso, l’OdV riferisce tempestivamente al Consiglio di Amministrazione o al Presidente.

L’OdV potrà essere convocato in qualsiasi momento dal Consiglio di Amministrazione o potrà, a sua volta, fare richiesta – qualora lo reputi opportuno o comunque ne ravvisi la necessità – di essere sentito da tale organo per riferire su particolari eventi o situazioni relative al funzionamento e al rispetto del Modello sollecitando, se del caso, un intervento da parte dello stesso. Inoltre, l’OdV, se ritenuto necessario ovvero opportuno, potra’ chiedere di esser convocato dal Collegio Sindacale.
A garanzia di un corretto ed efficace flusso informativo, l’OdV ha inoltre la possibilità, di chiedere chiarimenti o informazioni direttamente al Presidente ed ai soggetti con le principali responsabilità operative.
Gli incontri con gli organi cui l’OdV riferisce devono essere verbalizzati e copia dei verbali deve essere custodita dall’OdV e dagli organismi di volta in volta coinvolti.

3. SISTEMA DISCIPLINARE



Ai fini della valutazione dell’efficacia e dell’idoneità del Modello a prevenire i reati indicati dal D.Lgs. 231/2001, è opportuno che il Modello individui in via esemplificativa e sanzioni i comportamenti che possono favorire la commissione di reati.
Ciò in quanto l’art. 6, comma 2, D.Lgs. 231/2001, nell’elencare gli elementi che si devono rinvenire all’interno dei modelli predisposti dagli Enti, alla lettera e) espressamente prevede che l’Ente ha l’onere di "introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate dal Modello".
Resta comunque fermo che anche qualora un certo comportamento non sia previsto fra i comportamenti di seguito individuati, qualora risulti in violazione del Modello potrà comunque essere oggetto di sanzione.


3.1 LE FUNZIONI ED I DESTINATARI DEL SISTEMA DISCIPLINARE

La Società, al fine di indurre i soggetti che agiscono in nome o per conto di Helena Rubinstein Italia. ad operare nel rispetto del Modello, ha quindi istituito un sistema disciplinare specifico, volto a punire tutti quei comportamenti che integrino violazioni del Modello, del Codice Etico e dei Protocolli, attraverso l’applicazione di sanzioni specifiche.
Tale sistema disciplinare si rivolge quindi a tutti i soggetti che collaborano con Helena Rubinstein Italia a titolo di lavoratori dipendenti ex artt. 2094 e 2095 cod. civ., lavoratori di altra società del Gruppo in regime di distacco, amministratori, sindaci, lavoratori autonomi d’opera manuale ed intellettuale, soggetti che abbiano stipulato contratti a progetto ex art. 61, l. 276/2003, che operano per conto o nell’ambito della Società e tutti coloro che hanno rapporti contrattuali con la Società per lo svolgimento di qualsiasi prestazione lavorativa o per l’esecuzione di contratti di appalto, d’opera o di servizi (anche infragruppo), continuativi o periodici, o di somministrazione di lavoro (Soggetti Terzi).
L’OdV, qualora rilevi nel corso delle sua attività di verifica e controllo una possibile violazione del Modello, del Codice Etico e dei Protocolli, potrà avviare il procedimento disciplinare o gli altri rimedi di seguito descritti contro l’autore della potenziale infrazione, in misura autonoma rispetto ad eventuali azioni penali dell’autorità giudiziaria a carico dell’autore nonché in relazione a ogni altra eventuale azione che risulti opportuna o necessaria.
Per quanto riguarda i rapporti di lavoro subordinato ex art. 2094 c.c., l’eventuale irrogazione di una sanzione disciplinare dovrà ispirarsi al principîo di proporzionalità di cui all’art. 2106 cod. civ..


3.2 LE SANZIONI
3.2.1 MISURE NEI CONFRONTI DEL PERSONALE NON DIRIGENTE

Le violazioni delle regole comportamentali previste dal Modello e dal Codice Etico nonché dei principi di controllo previsti nei Protocolli commesse dai lavoratori dipendenti costituiscono inadempimento contrattuale e pertanto potranno comportare l’adozione di sanzioni disciplinari ex artt. 2106 e 7, l. 300/1970.
Ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 50, 51, lett. l) e 52, lett. a), del C.C.N.L. per gli addetti all’industria chimica, chimico-farmaceutica del 18 dicembre 2009, il Modello, i Protocolli, il Codice Etico ed il sistema disciplinare costituiscono, unitamente, un «Regolamento interno», che fa parte integrante del codice disciplinare contenuto nel C.C.N.L. citato.

In particolare, il C.C.N.L. per gli addetti all’industria chimica, chimico-farmaceutica, che disciplina il rapporto di lavoro tra Helena Rubinstein Italia ed i suoi dipendenti, stabilisce l’applicazione dei seguenti provvedimenti disciplinari a fronte di inadempimenti contrattuali:
a) richiamo verbale;
b) ammonizione scritta;
c) multa;
d) sospensione;
e) licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa.


Le sanzioni disciplinari previste ai punti (a) e (b) sono comminate ai lavoratori dipendenti che, per negligenza, violano le regole, i principi e le procedure previste dal Modello, dal Codice Etico e dai Protocolli adottano comportamenti non conformi agli stessi o non adeguati, ma comunque tali da non minare l’efficacia dei citati documenti.

Più precisamente:
• la sanzione del richiamo verbale può essere attuata in caso di lieve inosservanza formale delle procedure previste dal Modello, dal Codice Etico e/o dai Protocolli dovuti a negligenza del dipendente. A titolo esemplificativo e non esaustivo, è punibile con il rimprovero verbale il dipendente che, per negligenza, trascuri di conservare in maniera accurata la documentazione di supporto necessaria per ricostruire l’operatività della Società nelle aree a rischio, salvo che il fatto sia punibile con una sanzione più grave;
• la sanzione dell’ammonizione scritta viene adottata in ipotesi di ripetute mancanze punite con il richiamo verbale, o in caso di violazione formale e/o sostanziale dei principi e delle procedure previste dal Modello, Codice Etico e Protocolli, attraverso un comportamento non conforme o non adeguato: a titolo esemplificativo e non esaustivo in caso di lieve ritardata segnalazione all’OdV delle informazioni dovute ai sensi del Modello oppure in caso di chi trascuri di conservare, secondo le procedure previste, la documentazione di supporto ivi indicata, salvo che il fatto sia punibile con una sanzione più grave.
Le sanzioni disciplinari di cui ai punti (c) e (d) sono comminate ai lavoratori dipendenti in caso di reiterate violazioni di cui ai precedenti punti o in caso di comportamenti colposi o dolosi posti in essere dal personale dipendente che opera in aree a rischio, che possono minare anche solo potenzialmente l’efficacia del Modello, del Codice Etico e/o dei Protocolli, indipendentemente dal fatto che abbiano creato un nocumento e a prescindere dalla sua entità.
Più precisamente:
• la multa può essere applicata in misura non superiore all’importo di tre ore della normale retribuzione. A titolo esemplificativo e non esaustivo, tra tali comportamenti rientra la violazione degli obblighi di informazione nei confronti dell'OdV di irregolarità commesse nello svolgimento delle proprie attività, ovvero la mancata reiterata partecipazione, senza giustificato motivo alle sessioni formative erogate dalla Società relative al D.Lgs. 231/2001, al Modello di organizzazione, gestione e controllo e al Codice Etico o in ordine a tematiche relative;
• la sospensione dal servizio e dalla retribuzione verrà comminata, a titolo esemplificativo e non esaustivo, nei casi di: inosservanza delle prescrizioni del Codice Etico; omissione o rilascio di false dichiarazioni relative al rispetto del Modello; inosservanza delle disposizioni dei poteri di firma e del sistema delle deleghe; omissione della vigilanza sul comportamento del personale operante all’interno della propria sfera di responsabilità al fine di verificare le loro azioni nelle aree di rischio; violazione degli obblighi di informazione nei confronti dell'OdV di ogni situazione a rischio di verificazione dei reati presupposti avvertita nello svolgimento delle proprie attività; ogni e qualsiasi altra inosservanza contrattuale o di specifica disposizione comunicata al dipendente.
Il licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa potrà essere irrogato al dipendente che ponga in essere, nell’espletamento delle sue attività, un comportamento non conforme alle prescrizioni del Modello, del Codice Etico e dei Protocolli e diretto in modo univoco al compimento o anche al mero tentativo di compiere un reato sanzionato dal Decreto e tale da poter determinare l’applicazione a carico di Helena Rubinstein Italia delle sanzioni amministrative derivanti da reato previste dal Decreto.

Più precisamente:
• il licenziamento con preavviso per giustificato motivo soggettivo, con preavviso, potrà essere irrogato, sempre in via esemplificativa e non esaustiva, nel caso di: reiterata inosservanza delle prescrizioni del Modello, del Codice etico e dei Protocolli; omissione per dolo, anche eventuale o colpa grave e/o cosciente nell’assolvimento degli adempimenti previsti dal Modello, dal Codice Etico e dai Protocolli; adozione, nelle aree aziendali a rischio, di comportamenti non conformi alle prescrizioni del Modello dirette univocamente al compimento di uno dei reati previsti dal Decreto; omessa comunicazione all’OdV di informazioni rilevanti relative alla commissione anche tentata di uno dei reati presupposto.
• il licenziamento senza preavviso per giusta causa è una sanzione inflitta nei casi di, sempre in via esemplificativa e non esaustiva: comportamento fraudolento inequivocabilmente diretto alla commissione di uno dei reati previsti dal Decreto; redazione di documentazione incompleta o non veritiera dolosamente diretta ad impedire la trasparenza e verificabilità dell’attività svolta; violazione dolosa di procedure aventi rilevanza esterna; omessa redazione della documentazione prevista dal Modello e/o dai Protocolli; violazione o elusione dolosa del sistema di controllo previsto dal Modello e/o dai Protocolli in qualsiasi modo effettuata, incluse la sottrazione, distruzione o alterazione della documentazione inerente alla procedura; realizzazione di comportamenti di ostacolo o elusione ai controlli dell’OdV, impedimento di accesso alle informazioni e alla documentazione da parte dei soggetti preposti ai controlli o alle decisioni.
Alla notizia di violazione delle regole di comportamento del Modello, del Codice Etico e dei Protocolli da parte di un dipendente non dirigente, l’OdV informa la Direzione Personale (di L’Oréal Italia SpA) per l’adozione delle opportune iniziative. Lo svolgimento del procedimento sarà affidato alla Direzione Relazioni Sindacali (di L’Oréal Italia SpA) che provvederà a comminare la relativa sanzione.


3.2.2 MISURE NEI CONFRONTI DEL PERSONALE DIRIGENTE

Il rispetto da parte dei dirigenti di Helena Rubinstein Italia delle disposizioni previste dal Modello, dal Codice Etico e dai Protocolli, così come l’adempimento dell’obbligo di far rispettare quanto previsto dai citati documenti, costituiscono specifico obbligo contrattuale relativo al rapporto sussistente tra essi e la Società.
Ogni dirigente riceverà copia del Modello e dei suoi allegati e, in caso di accertata adozione, da parte di un dirigente, di un comportamento non conforme a quanto previsto dal Modello, o qualora sia provato che abbia consentito a dipendenti a lui gerarchicamente subordinati di porre in essere condotte costituenti violazione del Modello, del Codice Etico e dei Protocolli, la Società potrà, oltre alle sanzioni di cui al punto precedente, eventualmente sospendere cautelarmente il dirigente dalla prestazione lavorativa per un periodo non superiore a sei mesi, durante il quale decorrerà la retribuzione ordinaria, e senza che tale periodo possa avere alcun efficacia per la maturazione di alcun elemento variabile della retribuzione e/o recedere con effetto immediato o con il preavviso dal rapporto di lavoro.
Resta salvo il diritto della Società a richiedere il risarcimento del maggior danno subito a causa del comportamento del dirigente.
Al dirigente potranno inoltre essere revocate le procure o le deleghe eventualmente conferitegli.
Alla notizia di violazione delle regole di comportamento del Modello, del Codice Etico e dei Protocolli da parte di un dirigente, l’OdV informa la Direzione Personale (di L’Oréal Italia SpA) per l’adozione delle opportune iniziative. Lo svolgimento del procedimento sarà affidato alla Direzione Relazioni Sindacali (di L’Oréal Italia SpA) che provvederà a comminare la relativa sanzione.


3.2.3 MISURE NEI CONFRONTI DEGLI AMMINISTRATORI

La messa in atto di azioni o comportamenti non conformi alle prescrizioni ed alle procedure richiamate dal Modello, dal Codice Etico e/o dai Protocolli di decisione da parte degli amministratori è sanzionata, con: a) la sospensione dalla carica per un periodo compreso tra un mese e sei mesi; b) la revoca delle deleghe eventualmente attribuite all’amministratore; c) la convocazione dell’assemblea per l’adozione del provvedimento di revoca di cui all’art. 2383 c.c. (ossia la revoca).
L’applicazione delle sanzioni disciplinari sopra citate non esclude la facoltà della società di promuovere, ex art. 2393 c.c., l’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori.
Ove l’Amministratore sia inoltre munito di procura con potere di rappresentare all’esterno la Società, l’irrogazione della sanzione disciplinare comporterà anche la revoca automatica della procura stessa.


3.2.4 MISURE NEI CONFRONTI DEI SINDACI

La messa in atto di azioni o comportamenti non conformi alle prescrizioni ed alle procedure richiamate dal Modello, dal Codice Etico e/o dai Protocolli di decisione da parte dei sindaci è sanzionata, in considerazione della particolare natura del rapporto, con: a) la sospensione dalla carica per un periodo compreso tra un mese e sei mesi; b) la convocazione dell’Assemblea per l’adozione del provvedimento di cui all’art. 2400 c.c., che deve essere successivamente approvato con decreto dal Tribunale, sentito il sindaco stesso.
L’applicazione delle sanzioni disciplinari sopra citate non esclude la facoltà della società di promuovere, ex art. 2407 comma 3 c.c., l’azione di responsabilità nei confronti dei sindaci.

3.2.5 MISURE NEI CONFRONTI DEI LAVORATORI DEL GRUPPO DISTACCATI PRESSO HELENA RUBINSTEIN ITALIA

Qualora, gli eventuali lavoratori che operano in regime di distacco (totale o parziale) dalla Capogruppo o altre società del Gruppo presso Helena Rubinstein Italia, si rendano responsabili di violazioni o di comportamenti non conformi a quanto prescritto dal Modello, dal Codici Etico e dai Protocolli di Helena Rubinstein Italia, il vertice aziendale, sentito l’Organismo di Vigilanza, informerà senza indugio gli organi direttivi della Società distaccante e la Direzione Personale di L’Oréal Italia affinché sia adottato ogni provvedimento ritenuto opportuno e compatibile con la vigente normativa e secondo le regole sanzionatorie interne dalla medesima Società distaccante.
Gli interventi sanzionatori nei confronti di dipendenti distaccati da altre società del Gruppo (i quali rivestano, in seno a Helena Rubinstein Italia, posizioni apicali/dirigenziali seguono la disciplina prevista per il personale di Helena Rubinstein Italia dotato della relativa qualifica. In ogni caso Helena Rubinstein Italia attiverà una specifica informativa alla Società distaccante per le ulteriori valutazioni disciplinari di eventuale competenza.
Per il personale delle società del Gruppo che operano per Helena Rubinstein Italia in base a specifico contratto di servizio infragruppo ed in assenza di distacco si applica la disciplina prevista nei confronti dei soggetti terzi (responsabilità contrattuale)di cui al seguente paragrafo.


3.2.6 MISURE NEI CONFRONTI DEI SOGGETTI TERZI

Ogni comportamento posto in essere da Soggetti Terzi che abbiano rapporti contrattuali con la Società dei tipi sopra indicati e che, in contrasto con la legge, con il presente Modello, il Codice Etico e i Protocolli, sia suscettibile di comportare il rischio di commissione di uno degli illeciti per i quali è applicabile il Decreto, determinerà, quanto previsto dalle specifiche clausole contrattuali inserite nelle lettere di incarico, nei contratti o negli accordi commerciali, clausole risolutive espresse e/o di recesso con effetto immediato dal rapporto contrattuale, oltre al pagamento dell’eventuale somma a titolo di penale, fatto salvo ogni ulteriore risarcimento del danno.
Tali comportamenti saranno valutati dall’Organismo di Vigilanza che, sentito il parere del responsabile della Direzione/Funzione aziendale che ha richiesto l’intervento del Soggetto Terzo, riferirà tempestivamente all’Amministratore Delegato e, nei casi più gravi all’intero Consiglio di Amministrazione ed al Collegio Sindacale.

 

4. DIFFUSIONE DEL MODELLO



Il regime della responsabilità amministrativa previsto dalla normativa di legge e l’adozione del Modello di organizzazione, gestione e controllo da parte di Helena Rubinstein Italia formano un sistema che deve trovare nei comportamenti operativi dei destinatari una coerente ed efficace risposta.
Al riguardo è fondamentale un’attività di comunicazione e di formazione finalizzata a favorire la diffusione di quanto stabilito dal Decreto e dal Modello organizzativo adottato nelle sue diverse componenti, affinché la conoscenza della materia e il rispetto delle regole che dalla stessa discendono costituiscano parte integrante della cultura professionale di ciascun dipendente e collaboratore.
Helena Rubinstein Italia ha quindi strutturato un piano di comunicazione interna, informazione e formazione rivolto a tutti i dipendenti aziendali ma diversificato a seconda dei destinatari cui si rivolge, che ha l’obiettivo di creare una conoscenza diffusa e una cultura aziendale adeguata alle tematiche in questione, mitigando così il rischio della commissione di illeciti.
Il piano è gestito dalle competenti strutture aziendali, in coordinamento con l’Organismo di Vigilanza.
In particolare, per ciò che concerne la comunicazione si prevede:
• una comunicazione iniziale su impulso del Consiglio di Amministrazione ai membri degli organi sociali, alla Società di Revisione, ai dipendenti circa l’adozione del presente Modello;
• la diffusione del Modello e del Codice Etico sulla intranet aziendale;
• per tutti coloro che non hanno accesso alla intranet il Modello ed il Codice Etico vengono messi a loro disposizione con mezzi alternativi, quali ad esempio l’allegazione al cedolino;
• idonei strumenti di comunicazione saranno adottati per aggiornare i destinatari circa le eventuali modifiche al Modello e/o al Codice Etico ed ai Protocolli.
Relativamente ai meccanismi di informazione, si prevede che:
• i componenti degli organi sociali ed i soggetti con funzioni di rappresentanza della Società ricevano copia cartacea del Modello e del Codice Etico al momento dell’accettazione della carica loro conferita e sottoscrivano una dichiarazione di osservanza dei principi in essi contenuti;
• siano fornite ai Soggetti Terzi, da parte dei procuratori aventi contatti istituzionali con gli stessi, con metodologia approvata dall’Organismo di Vigilanza, apposite informative sui principi e sulle politiche adottate da Helena Rubinstein Italia - sulla base del presente Modello e del Codice Etico - nonché sulle conseguenze che comportamenti contrari alla normativa vigente ovvero ai principi etici adottati possano avere con riguardo ai rapporti contrattuali, al fine di sensibilizzarli all’esigenza della Società a che il loro comportamento sia conforme alla legge, con particolare riferimento ai quanto disposto dal d.lgs. 231/2001;
• i neo assunti ricevono, all’atto dell’assunzione, unitamente alla prevista restante documentazione, copia del Modello e del Codice Etico. La sottoscrizione di un’apposita dichiarazione attesta la consegna dei documenti, l’integrale conoscenza dei medesimi e l’impegno ad osservare le relative prescrizioni.
Per quanto infine concerne la formazione, è previsto un piano di formazione avente l’obiettivo di far conoscere a tutti i dirigenti e dipendenti della Società i contenuti del Decreto, il nuovo Modello e il Codice Etico.
Il piano di formazione, costruito e gestito dalla Direzione Legale di L’Oréal Italia SpA con il supporto della Direzione Learning for Development (LFD) di L’Oréal Italia SpA, sentito l’OdV, tiene in considerazione molteplici variabili, in particolare: • i target (i destinatari degli interventi, il loro livello e ruolo organizzativo), • i contenuti (gli argomenti attinenti al ruolo delle persone); • gli strumenti di erogazione (aula, e-learning)
Il piano prevede: • una formazione di base con modalità e-learning per tutto il personale che consente la divulgazione tempestiva e capillare dei contenuti comuni a tutto il personale – normativa di riferimento (d.lgs. 231/2001 e reati presupposto), Modello e suo funzionamento, contenuti del Codice Etico – ed è arricchito da test di autovalutazione ed apprendimento. • specifici interventi di aula per le persone che operano nelle strutture in cui maggiore è il rischio di comportamenti illeciti, in cui vengono illustrati anche gli specifici Protocolli. • Moduli di approfondimento in caso di aggiornamenti normativi o procedurali interni. 

I corsi di formazione predisposti per i dipendenti hanno frequenza obbligatoria: è compito della Direzione Legale di L’Oréal Italia SpA informare l'Organismo di Vigilanza sui risultati in termini di adesione e gradimento di tali corsi.

5. AGGIORNAMENTO DEL MODELLO



L’attività di aggiornamento, intesa sia come integrazione sia come modifica, è volta a garantire l’adeguatezza e l’idoneità del Modello, valutate rispetto alla funzione preventiva di commissione dei Reati indicati dal d.lgs. 231/2001.
Il Modello è stato adottato dal Consiglio di Amministrazione di Helena Rubinstein Italia, nella cui competenza rientrano le modifiche ed integrazioni dello stesso che si rendessero opportune o necessarie, in relazione a;
• significative violazioni delle prescrizioni del Modello adottato;
• modifiche normative che comportano l’estensione della responsabilità amministrativa degli enti ad altre tipologie di reato per le quali si reputi sussistente un rischio di commissione nell’interesse o a vantaggio della Società;
• significative modifiche intervenute nella struttura organizzativa, nel sistema dei poteri e nelle modalità operative di svolgimento delle attività a rischio e dei controlli a presidio delle stesse.
Le proposte di modifica ed integrazione del Modello e dei suoi allegati potranno essere presentate dall'Organismo di Vigilanza al Consiglio di Amministrazione, sentite le competenti funzioni aziendali.
Tutte le modifiche e integrazioni di cui sopra, sono prontamente recepite, previo adeguamento, ove necessario, dalle Società Controllate che abbiano adottato il Modello.

6. ALLEGATI



1.Glossario

2. Elenco dei reati rilevanti ex d.lgs. 231/2001

3. Codice Etico

4. Elenco Protocolli di Decisione e Procedure rilevanti ex D.Lgs. 231/01

 

 

 

MODELLO DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO

Adottato ai sensi del Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231

Allegato 1 – Glossario

Le seguenti definizioni si riferiscono a tutte le parti del Modello, fatte salve ulteriori eventuali definizioni contenute nelle singole parti.


Autorità

L’Autorità Giudiziaria, le Autorità di Vigilanza, le forze dell’ordine e qualunque Pubblico Ufficiale o Incaricato di Pubblico Servizio che abbia poteri ispettivi.
Attività Sensibili Le specifiche attività a rischio Reato. 

Codice Etico

Il codice etico adottato da Helena Rubinstein Italia e approvato dal Consiglio di Amministrazione di Helena Rubinstein Italia e relativi aggiornamenti (Allegato 3 al Modello). 

Collaboratori Esterni

Gli agenti, gli informatori scientifici, i procacciatori, i distributori, gli agenti, i consulenti, gli appaltatori, i fornitori, gli intermediari, i collaboratori, i consulenti nonché quanti operano in Italia e all’estero direttamente ed indirettamente in nome e/o per conto e/o sotto il controllo di Helena Rubinstein Italia e/o delle Società appartenenti al Gruppo.

Decreto 231 o Decreto

Il Decreto Legislativo n. 231 dell’8 giugno del 2001 e successive modifiche e integrazioni.

Destinatari del Codice

I Dipendenti, i membri degli organi sociali, i membri della società di revisione della Società, i dipendenti delle Società appartenenti al Gruppo che svolgono attività per Helena Rubinstein Italia in forza di apposito contratto di service infragruppo e i Collaboratori Esterni.

Destinatari del Modello

I Dipendenti, i membri del Consiglio di Amministrazione, i membri della società di revisione della Società, i dipendenti delle Società appartenenti al Gruppo che svolgono attività per Helena Rubinstein Italia in forza di apposito contratto di service infragruppo e i Collaboratori Esterni.

Dipendenti

I collaboratori legati alla Società da un rapporto di lavoro subordinato, indipendentemente dal contratto applicato, dalla qualifica e/o dall’inquadramento aziendale riconosciuti (ad esempio dirigenti, quadri, impiegati, operai, lavoratori a tempo determinato, lavoratori con contratto di inserimento etc.), nonché dall’eventuale distacco presso altri datori di lavoro in Italia o all’estero.

Incaricato di un pubblico servizio

Ai sensi dell’art. 358 c.p. “sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio. Per pubblico servizio deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di quest’ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale”.


Helena Rubinstein Italia o la Società

Helena Rubinstein Italia S.p.A.


Modello di Organizzazione e di Gestione o Modello

Il Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo adottato da Helena Rubinstein Italia ai sensi del Decreto 231 comprensivo dei suoi allegati.

Organismo di Vigilanza o OdV:

L'organismo interno di controllo, preposto alla vigilanza sul funzionamento e sull'osservanza del Modello nonché al relativo aggiornamento.

Pubblica Amministrazione

Gli enti pubblici, le pubbliche amministrazioni e, in ogni caso, con gli interlocutori istituzionali, sia italiani che esteri.

Pubblico Ufficiale

Ai sensi dell’art. 357 c. p. “sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa. Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi e caratterizzata dalla formazione o manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi”.

Reato

Le fattispecie di reato alle quali si applica la disciplina prevista dal Decreto 231. (Allegato 2 al Modello)

 

 

MODELLO DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO

Adottato ai sensi del Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231

Allegato 2 – I reati e gli illeciti amministrativi rilevanti ai sensi del D.Lgs.231/01

 

I REATI E GLI ILLECITI AMMINISTRATIVI RILEVANTI AI SENSI DEL D.LGS. 231/2001

Si fornisce qui di seguito una breve descrizione dei reati e degli illeciti amministrativi1 la cui commissione da parte di soggetti funzionalmente legati all’Ente, rivestano essi posizione apicale ovvero siano sottoposti all’altrui controllo e vigilanza, determina, al ricorrere dei presupposti previsti dal D.Lgs. 231/2001, l’insorgenza della responsabilità amministrativa dell’Ente medesimo ai sensi e per gli effetti della citata normativa.
* * * *


1 REATI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE [artt. 24 e 25 D.lgs. 231/2001]
1.1 Malversazione a danno dello Stato

Il reato di malversazione a danno dello Stato consiste nell’impiego di finanziamenti erogati dallo Stato, da altro Ente Pubblico o dalle Comunità Europee per la realizzazione di opere ed attività di pubblico interesse, per finalità diverse da quelle per le quali sono stati erogati.
L’ipotesi criminosa si caratterizza pertanto per l’ottenimento di finanziamenti pubblici in modo lecito e per il successivo utilizzo degli stessi per finalità diverse da quelle sottese all’erogazione.


Art. 316-bis. c.p. “Malversazione a danno dello Stato” Chiunque, estraneo alla pubblica Amministrazione, avendo ottenuto dallo Stato o da altro ente pubblico o dalle Comunità europee contributi, sovvenzioni o finanziamenti destinati a favorire iniziative dirette alla realizzazione di opere od allo svolgimento di attività di pubblico interesse, non li destina alle predette finalità, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Con riferimento al reato di malversazione a danno dello Stato, occorre chiarire che, con la formula “contributi, sovvenzioni o finanziamenti”, il legislatore ha voluto intendere ogni forma di intervento economico, ivi compresi i mutui agevolati mentre con il riferimento ad opere o attività di pubblico interesse sembra che il legislatore si sia voluto riferire non tanto alla natura dell’opera o dell’attività in sé e per sé considerata quanto piuttosto allo scopo perseguito dall’ente erogante.

1.2 Truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche e indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato 

I reati di truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche e di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato si caratterizzano per l’ottenimento illecito di erogazioni da parte dello Stato, delle Comunità Europee o di altri enti pubblici. A differenza della malversazione ai danni dello Stato che mira a reprimere l’impiego illecito di contributi lecitamente ottenuti, i reati in questione sono rivolti a sanzionare la percezione indebita dei contributi pubblici.
Art. 640-bis c.p.– “Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche” La pena è della reclusione da uno a sei anni e si procede d'ufficio se il fatto di cui all'articolo 640 riguarda contributi, finanziamenti, mutui agevolati ovvero altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee.
Art. 316-ter.c.p.“Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato” Salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall'articolo 640-bis, chiunque mediante l'utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l'omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità europee è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Quando la somma indebitamente percepita è pari o inferiore a lire sette milioni settecentoquarantacinquemila si applica soltanto la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro da dieci a cinquanta milioni di lire. Tale sanzione non può comunque superare il triplo del beneficio conseguito

1.3 Truffa in danno dello Stato

Ai fini dell’applicazione di quanto previsto dal D.Lgs 231/2001, la fattispecie di truffa assume rilievo soltanto nel caso in cui il soggetto passivo degli artifici e raggiri che caratterizzano la relativa condotta sia lo Stato o altro Ente pubblico.
Art. 640 c.p. “Truffa” Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire centomila a due milioni. La pena è della reclusione da uno a cinque anni e della multa da lire seicentomila a tre milioni: 1) se il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico o col pretesto di far esonerare taluno dal servizio militare; 2) se il fatto è commesso ingenerando nella persona offesa il timore di un pericolo immaginario o l'erroneo convincimento di dovere eseguire un ordine dell'Autorità. Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo che ricorra taluna delle circostanze previste dal capoverso precedente o un'altra circostanza aggravante.

1.4 Frode Informatica ai danni dello Stato

Ai fini dell’applicazione di quanto previsto dal D.Lgs 231/2001, la fattispecie di frode informativa assume rilievo soltanto nel caso in cui l’alterazione del sistema informatico o telematico o dei dati in essi contenuti sia perpetrata ai danni dello Stato o di altro Ente Pubblico.

Per “sistema informatico” deve intendersi l’hardware (insieme degli elementi costituenti l’unità centrale di elaborazione) ed il software (insieme dei programmi che permettono all’elaboratore centrale di effettuare operazioni), nonché gli altri elementi che arricchiscono le funzionalità ed le utilità di sistema (stampanti, video, scanner, tastiere), che permettono l’attività di elaborazione automatica di dati ed il trattamento automatico delle informazioni, mentre per sistema telematico deve intendersi l’insieme di oggetti, collegati fra loro, che sfrutta principi e tecnologie legati al computer ed alle telecomunicazioni e che presuppone l’accesso dell’utente a banche dati memorizzate su un elaboratore centrale (ad esempio, costituisce un sistema telematico il computer collegato alla rete telefonica tramite modem).
Art. 640-ter c.p.- “Frode informatica” Chiunque, alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire centomila a due milioni. La pena è della reclusione da uno a cinque anni e della multa da lire seicentomila a tre milioni se ricorre una delle circostanze previste dal numero 1 del secondo comma dell'articolo 640, ovvero se il fatto è commesso con abuso della qualità di operatore del sistema. Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo che ricorra taluna delle circostanze di cui al secondo comma o un'altra circostanza aggravante.

1.5 Concussione e induzione indebita a dare o promettere utilità


Con la recente Legge n. 190 del 6.11.2012, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 13.11.2012, il Legislatore italiano ha apportato alcune modifiche di sostanza all’art. 317 c.p. (concussione) e introdotto nel D.Lgs. 231/01 il nuovo reato di induzione indebita a dare o promettere utilità (art. 319-quater c.p. )
In merito all’intervento normativo sul precedente reato di Concussione previsto dall’art. 317 c.p., si osserva che la condotta delittuosa originaria è stata in sostanza scissa in due diverse fattispecie criminose ora contenute all’art. 317 come novellato ed all’art. 319-quater. Prima nel reato di concussione era punito “il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità”. Oggi: - è punito per il reato di concussione (art. 317 c.p.) il solo pubblico ufficiale (non più l’incaricato di pubblico servizio), solo quando costringe (non più quando induce) taluno a dare o promettere indebitamente denaro o altra utilità; - tanto il pubblico ufficiale quanto l’incaricato di pubblico servizio qualora inducano taluno a dare o promettere indebitamente denaro o altra utilità, realizzeranno il diverso reato di “Induzione indebita a dare o promettere utilità” (art. 319 quater c.p.). Il risultato, ricavabile dal dato letterale, appare il seguente: ora l’incaricato di pubblico servizio che costringa taluno alla dazione non è più perseguibile, non più a sensi art. 317 c.p. e neppure in base al nuovo art. 319-quater.

Art. 317 c.p. “Concussione” Il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da sei a dodici anni.

Art. 319- quater c.p. “Induzione indebita a dare o promettere utilità” Salvo che il fatto costituisca più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da tre a otto anni. Nei casi previsti dal primo comma, chi da' o promette denaro o altra utilità è punito con la reclusione fino a tre anni.

1.6 Corruzione

La corruzione si manifesta quando le parti essendo in posizione paritaria fra di loro pongono in essere un vero e proprio accordo diversamente dalla concussione (o dell’induzione indebita a dare o promettere utilità) che invece presuppone lo sfruttamento da parte del funzionario della propria posizione di superiorità alla quale corrisponde nel privato una situazione di soggezione o costrizione. Per tale ragione sia il corrotto che il corruttore subiscono le pene, secondo quanto di seguito specificato.
L’oggetto della corruzione può essere costituito sia da un atto contrario ai doveri d’ufficio (c.d. corruzione propria), sia per l’esercizio della funzione (c.d. impropria). Si distingue, altresì, il caso in cui il fatto di corruzione si riferisca ad un atto che l’incaricato di un pubblico servizio deve ancora compiere (c.d. antecedente) dal caso in cui si riferisca ad un atto che il funzionario ha già compiuto (c.d. susseguente).
Le fattispecie di corruzione rilevanti ai sensi del D.Lgs 231/2001 sono le seguenti:
art. 318 – Corruzione per l'esercizio della funzione Il pubblico ufficiale, che, per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sé o per un terzo, in denaro od altra utilità, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Con la recente Legge n. 190 del 6.11.2012, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 13.11.2012, il Legislatore italiano ha apportato alcune modifiche di sostanza all’art. 318 c.p. e all’art. 322 c.p. (Istigazione alla corruzione, si veda oltre) Tali modifiche evidenziano come il legislatore si sia discostato, quanto alle finalità della dazione o promessa, - sia dalla precedente impostazione che così disponeva: “per compiere un atto del suo ufficio”, - sia da quanto previsto dalla Convenzione di Strasburgo del 27 gennaio 1999, ratificata con Legge n. 110 del 28.6.2012 che impone, agli artt. 2 e 3, di considerare reato la corruzione attiva e passiva in caso di promesse, offerte o dazioni fatte affinché il pubblico ufficiale “compia o si astenga dal compiere un atto nell’esercizio delle sue funzioni”.
Oggi sono puniti ai sensi degli artt. 318 e 322 c.p.: - il pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che riceva indebitamente la dazione o la promessa (318 c.p.) o che solleciti la dazione o promessa (322 co. 3 c.p.) semplicisticamente “per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri” e - chiunque offra o prometta la dazione al pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio (322 co. 1 c.p.) “per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri”.

E’ evidente che tale modifica non è solo terminologica, ma è sostanziale perché slega la condotta delittuosa dal compimento di un atto. E’ invece utilizzata una formula più ampia, ma sicuramente dai contorni alquanto sfumati, che determinerà non pochi problemi interpretativi nell’applicazione della fattispecie normativa ai casi concreti. art. 319 – Corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio Il pubblico ufficiale che, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri d’ufficio, riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da quatto a otto anni

Ai sensi dell’art. 319 bis c.p. (“Circostanze aggravanti”), la pena è aumentata se il fatto di cui alla disposizione precedente ha per oggetto il conferimento di pubblici impieghi o stipendi o pensioni o la stipulazione di contratti nei quali sia interessata l'amministrazione alla quale il pubblico ufficiale appartiene.
art. 319-ter – Corruzione in atti giudiziari Se i fatti indicati negli articoli 318 e 319 sono commessi per favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo, si applica la pena da quattro a dieci anni. Se dal fatto deriva l’ingiusta condanna di taluno alla reclusione non superiore a cinque anni, la pena è della reclusione è da cinque a dodici anni; se deriva l’ingiusta condanna alla reclusione superiore a cinque anni o all’ergastolo, la pena è della reclusione da sei a venti anni.
Ai sensi dell’art. 321 c.p. (“Pene per il corruttore”), le pene stabilite dalla precedenti disposizioni, in relazione alle fattispecie degli artt. 318 e 319, si applicano anche a chi dà o promette al pubblico ufficiale o all’incaricato di un pubblico servizio il denaro o altra utilità.
art. 320 – Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio Le disposizioni degli articoli 318 e 319 si applicano anche all'incaricato di un pubblico servizio. In entrambi i casi la pena è ridotta in misura non superiore a un terzo.

Tale norma – che secondo parte della dottrina descrive una figura di reato autonoma – estende l’applicabilità delle disposizioni di cui all’art. 319 cod. pen. ad ogni incaricato di un pubblico servizio (anche se non riveste la qualità di pubblico impiegato), nonché delle disposizioni di cui all’art. 318 cod. pen. all’incaricato di un pubblico servizio che rivesta la qualità di pubblico impiegato. In tali casi è prevista la riduzione delle pene, in misura non superiore ad un terzo.
art. 322 – Istigazione alla corruzione Chiunque offre o promette denaro o altra utilità non dovuti ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, soggiace, qualora l’offerta o la promessa non sia accettata, alla pena stabilita nel primo comma dell’art. 318, ridotta di un terzo. Se l’offerta o la promessa è fatta per indurre un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio ad omettere o a ritardare un atto del suo ufficio, ovvero a fare un atto contrario ai suoi doveri, il colpevole soggiace, qualora l’offerta o la promessa non sia accettata, alla pena stabilita nel primo comma dell’art. 319, ridotta di un terzo. La pena di cui al primo comma si applica al pubblico ufficiale o all'incaricato di un pubblico servizio che sollecita una promessa o dazione di denaro o altra utilita' per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri.

La pena di cui al secondo comma si applica al pubblico ufficiale o all’incaricato di un pubblico servizio che sollecita una promessa o dazione di denaro o altra utilità da parte di un privato per le finalità indicate nell’art. 319.
Per la recente modifica apportata all’articolo dalla Legge n. 190 del 6.11.2012 si veda quanto descritto precedentemente per l’art. 318 c.p. (Corruzione per l'esercizio della funzione).
art. 322-bis – Peculato, concussione, induzione indebita a dare o promettere utilità, corruzione e istigazione alla corruzione di membri degli organi delle Comunità europee e di funzionari delle Comunità europee e di Stati esteri Ai fini dell’applicazione dei reati sopra elencati, ai pubblici ufficiali ed agli incaricati di pubblico servizio vanno equiparati, in forza del disposto di cui all’art 322-bis (“Peculato, concussione, corruzione e istigazione alla corruzione di membri degli organi delle Comunità europee e di funzionari delle Comunità europee e di Stati esteri”) del codice penale, i seguenti soggetti: • membri della Commissione delle Comunità europee, del Parlamento europeo, della Corte di Giustizia e della Corte dei conti delle Comunità europee; • funzionari e agenti assunti per contratto a norma dello statuto dei funzionari delle Comunità europee o del regime applicabile agli agenti delle Comunità europee; • persone comandate dagli Stati membri o da qualsiasi ente pubblico o privato presso le Comunità europee, che esercitino funzioni corrispondenti a quelle dei funzionari o agenti delle Comunità europee; • membri e agli addetti a enti costituiti sulla base dei Trattati che istituiscono le Comunità europee; • coloro che, nell'ambito di altri Stati membri dell'Unione europea, svolgono funzioni o attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di un pubblico servizio.


2. REATI INFORMATICI E TRATTAMENTO ILLECITO DI DATI [art. 24-bis D.lgs. 231/2001]

A far data dal 5 aprile 2008, la Legge 48/08 di ratifica della Convenzione sulla Criminalità Informatica ha esteso, con l’introduzione dell’articolo 24-bis nel D.Lgs. 231/01, la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche ai reati di "criminalità informatica".
Rispetto al reato di Frode Informatica (art. 640-ter c.p.) già contemplato dal Decreto (art. 24) e che presuppone che il reato assume rilievo solo se realizzato in danno della P.A., i nuovi reati estendono la responsabilità degli enti anche quando questi siano commessi nei confronti di privati, se realizzati nell’interesse o a vantaggio dell’ente.
Gli articoli del codice penale richiamati dall’art. 24-bis sono i seguenti:
− art. 491-bis – Falsità in un documento informatico pubblico o privato; − art. 615-ter – Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico; − art. 615-quater – Detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici; − art. 615-quinquies – Diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico; − art. 617-quater – Intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche;

− art. 617- quinquies – Installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni informatiche o telematiche; − art. 635-bis – Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici; − art. 635-ter – Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o comunque di pubblica utilità; − art. 635-quater – Danneggiamento di sistemi informatici o telematici; − art. 635- quinquies – danneggiamento di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità; − art. 640-quinquies – frode informatica del soggetto che presta servizi di certificazione di firma elettronica.
Di seguito si evidenzia quanto previsto negli articoli sopra menzionati.


2.1 Falsità in un documento informatico

[…] Se alcuna delle falsità previste nel presente capo riguarda un documento informatico pubblico o privato avente efficacia probatoria, si applicano le disposizioni del capo stesso concernenti rispettivamente gli atti pubblici e le scritture private.
La norma, di portata generale, estende le sanzioni previste per le falsità degli atti pubblici e privati, alle falsità riguardanti, rispettivamente, un documento informatico pubblico o privato avente efficacia probatoria secondo le norme civilistiche2.
Tra i reati richiamati dall’art. 491 bis, sono punibili a querela della persona offesa la falsità in scrittura privata (art. 485 c.p.) e, se riguardano una scrittura privata, l’uso di atto falso (art. 489 c.p.) e la soppressione, distruzione e occultamento di atti veri (art. 490 c.p.).
La condotta illecità può quindi concretizzarsi nell’ alterazione di dati contenuti su Hard Disk e di documenti elettronici (file), pubblici o privati, con finalità probatoria (tra cui a titolo esemplificativo e non esaustivo: accettazioni contrattuali, disposizioni bancarie, documenti di word di vario genere, e-mail contenenti informazioni rilevanti, file di log, algoritmo della firma elettronica, ecc..).


2.2 Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico

Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni.
La pena è della reclusione da uno a cinque anni:


1) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato, o con abuso della qualità di operatore del sistema; 2) se il colpevole per commettere il fatto usa violenza sulle cose o alle persone, ovvero se è palesemente armato; 3) se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema o l'interruzione totale o parziale del suo funzionamento, ovvero la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi in esso contenuti. Qualora i fatti di cui ai commi primo e secondo riguardino sistemi informatici o telematici di interesse militar o relativi all'ordine pubblico o alla sicurezza pubblica o alla sanità o alla protezione civile o comunque di interesse pubblico, la pena è, rispettivamente, della reclusione da uno a cinque anni e da tre a otto anni. Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa; negli altri casi si procede d'ufficio.

La norma in esame punisce l’accesso non autorizzato ad un sistema informatico o telematico altrui, protetto da misure di sicurezza interne al medesimo, siano esse di tipo hardware o software, al fine di acquisire informazioni riservate commerciali o industriali. La condotta illecita può concretizzarsi sia in un’attività di “introduzione” che di “permanenza” abusiva nel sistema informatico o telematico del proprietario del medesimo. Non è richiesto che il reato sia commesso a fini di lucro o di danneggiamento del sistema; può pertanto realizzarsi anche qualora lo scopo sia quello di dimostrare la propria abilità e la vulnerabilità dei sistemi altrui, anche se più frequentemente l’accesso abusivo avviene al fine di danneggiamento o è propedeutico alla commissione di frodi o di altri reati informatici. Il reato in questione, ad esempio, contrasta il fenomeno dei c.d. “hackers”, e cioè di quei soggetti che si introducono nei sistemi informatici altrui, attraverso le reti telematiche, aggirando le protezioni elettroniche create dai proprietari di tali sistemi per tutelarsi dagli accessi indesiderati. Nel contesto aziendale il reato può essere commesso anche da un dipendente che, pur possedendo le credenziali di accesso al sistema aziendale o di terzi, acceda a parti di esso a lui precluse, oppure acceda, senza esserne legittimato,, attraverso: • utilizzo delle credenziali di altri colleghi abilitati; • inserimento nel PC di un collega mediante l’individuazione di falle nella sicurezza dei PC; • promozione del proprio utente ad amdministrator mediante l'uso di SW di hacking; • accesso a siti web mediante inserimento di opportune stringhe di caratteri; • accessi a siti web utilizzando cookies; • accessi a siti web mediante il superamento della capacità della memoria RAM; • accesso a sistemi informatici utilizzando virus inseriti in e-mail. Il reato è aggravato, tra gli altri casi, se commesso da un soggetto che abusa della sua qualità di operatore del sistema informatico o telematico.

2.3 Detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici


Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto o di arrecare ad altri un danno, abusivamente si procura, riproduce, diffonde, comunica o consegna codici, parole chiave o altri mezzi idonei all'accesso ad un sistema informatico o telematico, protetto da misure di sicurezza, o comunque fornisce indicazioni o istruzioni idonee al predetto scopo, è punito con la reclusione sino ad un anno e con la multa sino a lire dieci milioni.

La pena è della reclusione da uno a due anni e della multa da lire dieci milioni a venti milioni se ricorre taluna delle circostanze di cui ai numeri 1) e 2) del quarto comma dell'Art. 617quater.
La norma in esame, tutelando la riservatezza dei codici di accesso, punisce la condotta di chi si procura illecitamente codici, parole chiave o altri mezzi idonei per accedere ad un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza. Tra le condotte illecite tipizzate dalla norma rientrano anche le attività di diffusione, comunicazione o consegna a terzi dei predetti codici idonei all’accesso, nonché di comunicazione di indicazioni o istruzioni idonee al predetto scopo. La norma sanziona solo le condotte prodromiche e preparatorie all’accesso abusivo al sistema informatico o telematico.


2.4 Diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico e telematico


Chiunque, allo scopo di danneggiare illecitamente un sistema informatico o telematico, le informazioni, i dati o i programmi in esso contenuti o ad esso pertinenti ovvero di favorire l’interruzione, totale o parziale, l’alterazione del suo funzionamento, si procura, produce, riproduce, importa, diffonde, comunica, consegna o, comunque, mette a disposizione di altri apparecchiature, dispositivi o programmi informatici, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa sino a euro 10.329.
La norma in esame sanziona quelle condotte abusive che si sostanziano nella diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico. L’ipotesi tipica è quella di creazione dei c.d. “virus”, che diffondendosi e riproducendosi minano la funzionalità dei sistemi ove riescano ad introdursi e più precisamente Il reato potrebbe essere commesso attraverso l’Utilizzo scorretto della posta elettronica tramite la quale e’ possibile inviare in allegato dei file “nocivi” (virus) o un link per il suo download, finalizzato alla distruzione di dati/informazioni di enti concorrenti, pubblici o privati.

 

2.5 Intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche

Chiunque fraudolentemente intercetta comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico o intercorrenti tra più sistemi, ovvero le impedisce o le interrompe, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la stessa pena si applica a chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, in tutto o in parte, il contenuto delle comunicazioni di cui al primo comma. I delitti di cui ai commi primo e secondo sono punibili a querela della persona offesa. Tuttavia si procede d'ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso: • in danno di un sistema informatico o telematico utilizzato dallo Stato o da altro ente pubblico o da impresa esercente servizi pubblici o di pubblica necessità; • da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, ovvero con abuso della qualità di operatore del sistema; • da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.
La condotta punita dalla norma consiste nell’intercettare fraudolentemente comunicazioni (via Internet o attraverso qualsiasi altra rete) relative ad un sistema informatico o telematico o intercorrenti tra più sistemi, o nell’impedimento o interruzione delle stesse all’insaputa del soggetto che trasmette la comunicazione. L’intercettazione può avvenire sia mediante dispositivi tecnici, sia con l’utilizzo di software (c.d. spyware). L’impedimento od interruzione delle comunicazioni può anche consistere in un rallentamento delle comunicazioni e può realizzarsi non solo mediante impiego di virus informatici, ma anche ad esempio sovraccaricando il sistema con l’immissione di numerosissime comunicazioni fasulle ovvero con l’installazione non autorizzata di un software da parte di un dipendente. Il reato è aggravato, tra gli altri casi, se commesso da un soggetto che abusa della sua qualità di operatore del sistema informatico o telematico.


2.6 Installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire od interrompere comunicazioni informatiche o telematiche

Chiunque, fuori dai casi consentiti dalla legge, installa apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico ovvero intercorrenti tra più sistemi, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è della reclusione da uno a cinque anni nei casi previsti dal quarto comma dell'Art. 617quater.
La norma in esame punisce la condotta di installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire od interrompere comunicazioni informatiche o telematiche, posta in essere al di fuori dei casi espressamente consentiti dalla legge.

2.7 Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque distrugge, deteriora, cancella, altera o sopprime informazioni, dati o programmi informatici altrui è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni. Se ricorre la circostanza di cui al numero 1) del secondo comma dell’articolo 6353 ovvero se il fatto è commesso con abuso della qualità di operatore del sistema, la pena è della reclusione da uno a quattro anni e si procede d’ufficio.
La norma punisce chiunque distrugge, deteriora, cancella, altera, sopprime, informazioni, dati o programmi informatici altrui . Il reato è aggravato, tra gli altri casi, se commesso da un soggetto che abusa della sua qualità di operatore del sistema informatico o telematico. Il reato potrebbe essere commesso attraverso l’intrusione non autorizzata nel sistema informativo di una società concorrente, al fine di alterare o cancellare informazioni e dati di 3 Art. 635 - Danneggiamento “Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui è punito, a querela della persona offesa con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire seicentomila. La pena è della reclusione da sei mesi a tre anni e si procede d'ufficio, se il fatto è commesso: 1) con violenza alla persona o con minaccia; 2) da datori di lavoro in occasione di serrate, o da lavoratori in occasione di sciopero, ovvero in occasione di alcuno dei delitti preveduti dagli artt. 330, 331 e 333; 3) su edifici pubblici o destinati a uso pubblico all'esercizio di un culto, o su altre delle cose indicate nel n. 7 dell'articolo 625; 4) sopra opere destinate all'irrigazione; 5) sopra piante di viti, di alberi o arbusti fruttiferi, o su boschi, selve o foreste, ovvero su vivai forestali destinati al rimboschimento”. quest’ultima (quali ad esempio quelli relativi al bilancio o alle quote di mercato), ad esempio con sistemi operativi distribuiti su live CD in modo da bypassare le regole di sicurezza e catturare dati sul disco fisso, ovvero con virus inseriti nelle e-mail, mediante l'installazione di software di hacking, l'inserimento di opportune stringhe di caratteri, ecc..;

2.8 Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro Ente Pubblico o comunque di pubblica utilità

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette un fatto diretto a distruggere, deteriorare, cancellare, alterare o sopprimere informazioni, dati o programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o ad essi pertinenti, o comunque di pubblica utilità, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. Se dal fatto deriva la distruzione, il deterioramento, la cancellazione, l’alterazione o la soppressione delle informazioni, dei dati o dei programmi informatici, la pena è della reclusione da tre a otto anni. Se ricorre la circostanza di cui al numero 1) del secondo comma dell’articolo 635 ovvero se il fatto è commesso con abuso della qualità di operatore del sistema, la pena è aumentata.
La norma punisce le condotte dirette a colpire informazioni, dati o programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o ad essi pertinenti, o comunque di pubblica utilità. Rientrano pertanto in tale fattispecie anche le condotte riguardanti dati, informazioni e programmi utilizzati da enti privati, purché siano destinati a soddisfare un interesse di pubblica necessità. Il reato potrebbe essere commesso attraverso l’intrusione fraudolenta nel sistema informatico della Pubblica Amministrazione al fine di alterare o cancellare informazioni o dati concernenti, ad esempio, l’esito dei controlli effettuati dall’Autorità di Vigilanza, dichiarazioni fiscali, ecc...

2.9 Danneggiamento di sistemi informatici o telematici

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, mediante le condotte di cui all’articolo 635-bis, ovvero attraverso l’introduzione o la trasmissione di dati, informazioni o programmi, distrugge, danneggia, rende, in tutto o in parte, inservibili sistemi informatici o telematici altrui o ne ostacola gravemente il funzionamento è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Se ricorre la circostanza di cui al numero 1) del secondo comma dell’articolo 635 ovvero se il fatto è commesso con abuso della qualità di operatore del sistema, la pena è aumentata.
La norma in questione punisce le condotte di danneggiamento di cui all’art. 635 bis c.p. aventi ad oggetto il funzionamento di un sistema informatico, tra cui rientrano quella di “rendere in tutto od in parte inservibile” il sistema informatico e quella di averne “ostacolato gravemente” il funzionamento. Il riferimento al fatto che il danneggiamento punito possa essere commesso anche attraverso “l’introduzione o la trasmissione di dati” dimostra l’attenzione del Legislatore alla punizione delle condotte che si concretizzano nella diffusione di virus informatici.

2.10 Danneggiamento di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità
Se il fatto di cui all’articolo 635-quater è diretto a distruggere, danneggiare, rendere, in tutto o in parte, inservibili sistemi informatici o telematici di pubblica utilità o ad ostacolarne gravemente il funzionamento,la pena è della reclusione da uno a quattro anni.

Se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema informatico o telematico di pubblica utilità ovvero se questo è reso, in tutto o in parte, inservibile, la pena è della reclusione da tre a otto anni. Se ricorre la circostanza di cui al numero 1) del secondo comma dell’articolo 635 ovvero se il fatto è commesso con abuso della qualità di operatore del sistema, la pena è aumentata.
La norma in questione punisce le medesime condotte descritte nell’articolo che precede anche se gli eventi lesivi non si realizzino in concreto; il loro verificarsi costituisce circostanza aggravante della pena (va però osservato che il concreto ostacolo al funzionamento del sistema non rientra espressamente fra gli “eventi” aggravanti). Deve però trattarsi di condotte che mettono in pericolo sistemi informatici o telematici di pubblica utilità. Il reato è aggravato, tra gli altri casi, se commesso da un soggetto che abusa della sua qualità di operatore del sistema informatico o telematico. E’ da ritenere che le fattispecie di danneggiamento di sistemi assorbano le condotte di danneggiamento di dati e programmi qualora queste rendano inutilizzabili i sistemi o ne ostacolino gravemente il regolare funzionamento. Qualora le condotte descritte conseguano ad un accesso abusivo al sistema, esse saranno punite ai sensi del sopra illustrato art. 615 ter c.p..

2.11 Frode informatica del soggetto che presta servizi di certificazione di firma elettronica

Il soggetto che presta servizi di certificazione di firma elettronica, il quale, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto ovvero di arrecare ad altri danno, viola gli obblighi previsti dalla legge per il rilascio di un certificato qualificato, è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da 51 a 1.032 euro.
La norma in esame punisce la frode informatica commessa esclusivamente dal soggetto che presta servizi di certificazione di firma elettronica ovvero fornisce altri servizi connessi con quest’ultimo, secondo quanto previsto dal Codice dell’Amministrazione Digitale ex D.Lgs. 82/2005.


3.1 Associazione per delinquere

Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni. Per il solo fatto di partecipare all'associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni. I capi soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori. Se gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie si applica la reclusione da cinque a quindici anni. La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più. Se l'associazione è diretta a commettere taluno dei delitti di cui agli articoli 6005, 6016 e 6027, si applica la reclusione da cinque a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da quattro a nove anni nei casi previsti dal secondo comma.
Con riferimento alle fattispecie di associazioni per delinquere sopra considerate, la sanzione penale è ricollegata al solo fatto della promozione, costituzione, partecipazione ad una associazione criminosa formata da tre o più persone, indipendentemente dall’effettiva commissione (e distinta punizione) dei reati che costituiscono il fine dell’associazione.

3.2 Associazione di tipo mafioso

Chiunque fa parte di un'associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da sette a dodici anni. Coloro che promuovono, dirigono o organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da nove a quattordici anni. L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali. Se l'associazione è armata si applica la pena della reclusione da nove a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da dodici a ventiquattro anni nei casi previsti dal secondo comma. L'associazione si considera armata quando i partecipanti hanno la disponibilità, per il conseguimento della finalità dell'associazione, di armi o materie esplodenti, anche se occultate o tenute in luogo di deposito. Se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà. Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alla camorra e alle altre associazioni, comunque localmente denominate, anche straniere, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso.
L’associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.) si distingue dalla associazione per delinquere generica per il fatto che coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per 5 riduzione o al mantenimento in schiavitù (art.600 c.p.) 6 tratta e commercio di schiavi (art.601 c.p.) 7 acquisto e alienazione di schiavi (art.602 c.p.); commettere delitti, oppure - anche non mediante la commissione di delitti, ma pur sempre con l’uso del metodo mafioso - per acquisire in modo diretto od indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.


3.3 Scambio elettorale politico-mafioso

La pena stabilita dal primo comma dell'articolo 416-bis si applica anche a chi ottiene la promessa di voti prevista dal terzo comma del medesimo articolo 416-bis in cambio della erogazione di denaro.


3.4 Sequestro di persona a scopo di estorsione

Chiunque sequestra una persona allo scopo di conseguire, per sé o per altri, un ingiusto profitto come prezzo della liberazione, è punito con la reclusione da venticinque a trenta anni. Se dal sequestro deriva comunque la morte, quale conseguenza non voluta dal reo, della persona sequestrata, il colpevole è punito con la reclusione di anni trenta. Se il colpevole cagiona la morte del sequestrato si applica la pena dell'ergastolo. Al concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera in modo che il soggetto passivo riacquisti la libertà, senza che tale risultato sia conseguenza del prezzo della liberazione, si applicano le pene previste dall'articolo 605. Se tuttavia il soggetto passivo muore, in conseguenza del sequestro, dopo la liberazione, la pena è della reclusione da sei a quindici anni. Nei confronti del concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera, al di fuori del caso previsto dal comma precedente, per evitare che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori ovvero aiuta concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella raccolta di prove decisive per l'individuazione o la cattura dei concorrenti, la pena dell'ergastolo è sostituita da quella della reclusione da dodici a venti anni e le altre pene sono diminuite da un terzo a due terzi. Quando ricorre una circostanza attenuante, alla pena prevista dal secondo comma è sostituita la reclusione da venti a ventiquattro anni; alla pena prevista dal terzo comma è sostituita la reclusione da ventiquattro a trenta anni. Se concorrono più circostanze attenuanti, la pena da applicare per effetto delle diminuzioni non può essere inferiore a dieci anni, nell'ipotesi prevista dal secondo comma, ed a quindici anni, nell'ipotesi prevista dal terzo comma. I limiti di pena preveduti nel comma precedente possono essere superati allorché ricorrono le circostanze attenuanti di cui al quinto comma del presente articolo..

3.5 Associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope

Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti tra quelli previsti dall'articolo 73, chi promuove, costituisce, dirige, organizza o finanzia l'associazione è punito per ciò solo con la reclusione non inferiore a venti anni. Chi partecipa all'associazione e' punito con la reclusione non inferiore a dieci anni. La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più o se tra i partecipanti vi sono persone dedite all'uso di sostanze stupefacenti o psicotrope. Se l'associazione è armata la pena, nei casi indicati dai commi 1 e 3, non può essere inferiore a ventiquattro anni di reclusione e, nel caso previsto dal comma 2, a dodici anni di reclusione. L'associazione si considera armata quando i partecipanti hanno la disponibilità di armi o materie esplodenti, anche se occultate o tenute in luogo di deposito. La pena e' aumentata se ricorre la circostanza di cui alla lettera e) del comma 1 dell'articolo 80.

Se l'associazione è costituita per commettere i fatti descritti dal comma 5 dell'articolo 73, si applicano il primo e il secondo comma dell'articolo 416 del codice penale. Le pene previste dai commi da 1 a 6 sono diminuite dalla metà a due terzi per chi si sia efficacemente adoperato per assicurare le prove del reato o per sottrarre all'associazione risorse decisive per la commissione dei delitti. Quando in leggi e decreti è richiamato il reato previsto dall'articolo 75 della legge 22 dicembre 1975, n. 685, abrogato dall'articolo 38, comma 1, della legge 26 giugno 1990, n. 162, il richiamo si intende riferito al presente articolo.

3.6 Delitti in tema di armi e di esplosivi

Delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo, escluse quelle previste dall’articolo 2, comma terzo, della legge 18 aprile 1975, n. 110.
I delitti in tema di armi e di esplosivi sono fattispecie previste dalle leggi speciali vigenti in materia (in particolare dalla L. n. 110/1975 e dalla L. n. 895/1967), che puniscono le condotte di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, vendita, cessione, detenzione e porto abusivo di esplosivi, di armi da guerra e di armi comuni da sparo.

4 REATI CONNESSI ALLA FALSIFICAZIONE DI VALORI E DI SEGNI DI RICONOSCIMENTO [art. 25-bis D.lgs. 231/2001]

Gli articoli del codice penale richiamati dall’art. 25-bis sono i seguenti:
− art. 453 – Falsificazione di monete, spendita e introduzione nello Stato, previo concerto, di monete falsificate; − art. 454 – Alterazione di monete; − art. 455 – Spendita e introduzione nello Stato, senza concerto, di monete falsificate; − art. 457 – Spendita di monete falsificate ricevute in buona fede; − art. 459 – Falsificazione di valori di bollo, introduzione nello Stato, acquisto, detenzione o messa in circolazione di valori di bollo falsificati; − art. 460 – Contraffazione di carta filigranata in uso per la fabbricazione di carte di pubblico credito o di valori di bollo; − art. 461 – Fabbricazione o detenzione di filigrane o di strumenti destinati alla falsificazione di monete, di valori di bollo o di carta filigranata. − art. 464 – Uso di valori di bollo contraffatti o alterati; − art. 473 – Contraffazione, alterazione o uso di marchi o segni distintivi ovvero di brevetti, modelli e disegni. − art. 474 – Introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi
Tra gli articoli richiamati, in particolare si evidenziano i seguenti.

4.1 Reati legati alla gestione di valori

Art. 453 “Falsificazione di monete, spendita e introduzione nello Stato, previo concerto, di monete falsificate” È punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa da lire un milione a sei milioni:

1) chiunque contraffa monete nazionali o straniere, aventi corso legale nello Stato o fuori;

2) chiunque altera in qualsiasi modo monete genuine, col dare ad esse l'apparenza di un valore superiore;

3) chiunque, non essendo concorso nella contraffazione o nell'alterazione, ma di concerto con chi l'ha eseguita ovvero con un intermediario, introduce nel territorio dello Stato o detiene o spende o mette altrimenti in circolazione monete contraffatte o alterate;

4) chiunque, al fine di metterle in circolazione, acquista o comunque riceve, da chi le ha falsificate, ovvero da un intermediario, monete contraffatte o alterate.


Art. 454 “Alterazione di monete”. Chiunque altera monete della qualità indicata nell'articolo precedente, scemandone in qualsiasi modo il valore, ovvero, rispetto alle monete in tal modo alterate, commette alcuno dei fatti indicati nei numeri 3 e 4 del detto articolo, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire duecentomila a un milione.
Art. 455 “Spendita e introduzione nello Stato, senza concerto, di monete falsificate” Chiunque, fuori dei casi preveduti dai due articoli precedenti, introduce nel territorio dello Stato, acquista o detiene monete contraffatte o alterate, al fine di metterle in circolazione, ovvero le spende o le mette altrimenti in circolazione, soggiace alle pene stabilite nei detti articoli, ridotte da un terzo alla metà.
Art. 457 c.p. “Spendita di monete falsificate ricevute in buona fede”. Chiunque spende, o mette altrimenti in circolazione monete contraffatte o alterate, da lui ricevute in buona fede, è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a lire due milioni.
Art. 459 c.p. “Falsificazione dei valori di bollo, introduzione nello Stato, acquisto, detenzione o messa in circolazione di valori di bollo falsificati”. Le disposizioni degli articoli 453, 455 e 457 si applicano anche alla contraffazione o alterazione di valori di bollo e alla introduzione nel territorio dello Stato, o all'acquisto, detenzione e messa in circolazione di valori di bollo contraffatti; ma le pene sono ridotte di un terzo. Agli effetti della legge penale, si intendono per valori di bollo la carta bollata, le marche da bollo, i francobolli e gli altri valori equiparati a questi da leggi speciali.
Art. 460 c.p. “Contraffazione di carta filigranata in uso per la fabbricazione di carte di pubblico credito o di valori di bollo” . Chiunque contraffà la carta filigranata che si adopera per la fabbricazione delle carte di pubblico credito o dei valori di bollo, ovvero acquista, detiene o aliena tale carta contraffatta, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione da due a sei anni e con la multa da lire seicentomila a due milioni.
Art. 461 c.p. “Fabbricazione o detenzione di filigrane o di strumenti destinati alla falsificazione di monete, di valori di bollo o di carta filigranata”. Chiunque fabbrica, acquista, detiene o aliena filigrane, programmi informatici o strumenti destinati esclusivamente alla contraffazione o alterazione di monete, di valori di bollo o di carta filigranata è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire duecentomila a un milione.
Art. 464 c.p. “Uso di valori di bollo contraffatti o alterati”. Chiunque, non essendo concorso nella contraffazione o nell'alterazione, fa uso di valori di bollo contraffatti o alterati è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a lire un milione.

Le condotte relative agli articoli sopra esposti possono essere distinte in:

1. contraffazione: produzione di valori, da parte di chi non è autorizzato, in modo da ingannare il pubblico e quindi ledere gli interessi tutelati dalla norma;
2. alterazione: modifica delle caratteristiche materiali o formali di valori genuini, volta a creare l’apparenza di un valore monetario diverso;
3. introduzione, detenzione, spendita, messa in circolazione di valori contraffatti o alterati: − l’introduzione consiste nel far giungere nel territorio dello Stato valori altrove contraffatti; − la detenzione rappresenta la disposizione, a qualsiasi titolo, anche momentaneamente, dei valori contraffatti o alterati; − la spendita e la messa in circolazione, invece, sono rispettivamente integrate dall’utilizzare come mezzo di pagamento o dal far uscire dalla propria sfera di custodia, a qualsiasi titolo, i valori contraffatti o alterati;
4. acquisto o ricezione di valori falsificati da parte di un contraffattore o di un intermediario al fine di metterli in circolazione: − l’acquisto rappresenta una vera e propria compravendita di valori; − la ricezione, invece, è rappresentata dal semplice rendersi destinatari dei predetti valori per effetto di un trasferimento differente dalla compravendita. Ai fini della sussistenza del reato, è necessario che il soggetto agisca con la precisa finalità di mettere in circolazione i valori contraffatti o alterati.
Per valori si intendono: monete, valori di bollo, carte filigranate, carte e cedole al portatore emessi dai Governi (ossia banconote, biglietti dello Stato, carte al portatore) e gli altri valori equiparati a questi da leggi speciali (sono tali ad esempio le marche assicurative, i francobolli di Stati esteri, le cartoline, i biglietti postali, i bollettini e i francobolli per pacchi emessi dallo Stato, i francobolli emessi da altri enti pubblici o privati per concessione dello Stato).
La rilevazione è finalizzata ad individuare le eventuali condotte che mettono in pericolo la certezza e l’affidabilità del traffico monetario (c.d. “reati di falso”). Le condotte delittuose sono indicate nell’art. 453 cod. pen., mentre i successivi articoli citati prevedono ipotesi analoghe con alcune specifiche peculiarità.
Mentre, da un punto di vista pratico, appaiono difficilmente configurabili ipotesi in cui possa ravvisarsi la responsabilità della Società nei reati di falsificazione o alterazione di monete o contraffazione di carta filigranata, risultano pienamente ipotizzabili i reati di spendita – eventualmente in buona fede – di monete falsificate, nel caso in cui non siano adottati i presidi previsti dalla legge per il ritiro dalla circolazione delle monete false comunque pervenute nella disponibilità della Società.

4.2 Reati legati alla gestione di segni di riconoscimento

Art. 473 c.p. “Contraffazione, alterazione o uso di marchi o segni distintivi ovvero di brevetti, modelli e disegni”. Chiunque, potendo conoscere dell'esistenza del titolo di proprietà industriale, contraffà o altera marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, di prodotti industriali, ovvero chiunque, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali marchi o segni contraffatti o alterati, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 2.500 a euro 25.000.

Soggiace alla pena della reclusione da uno a quattro anni e della multa da euro 3.500 a euro 35.000 chiunque contraffà o altera brevetti, disegni o modelli industriali, nazionali o esteri, ovvero, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali brevetti, disegni o modelli contraffatti o alterati.
La norma punisce le condotte di chi, pur potendo accertare l’altrui appartenenza di marchi e di altri segni distintivi di prodotti industriali, ne compie la contraffazione, o altera gli originali, ovvero fa uso dei marchi falsi senza aver partecipato alla falsificazione8. Integrano la contraffazione le ipotesi consistenti nella riproduzione identica o nell’imitazione degli elementi essenziali del segno identificativo, in modo tale che ad una prima percezione possa apparire autentico. Si tratta di quelle falsificazioni materiali idonee a ledere la pubblica fiducia circa la provenienza di prodotti o servizi dall’impresa che è titolare, licenziataria o cessionaria del marchio registrato. Secondo la giurisprudenza è tutelato anche il marchio non ancora registrato, per il quale sia già stata presentata la relativa domanda, in quanto essa lo rende formalmente conoscibile. E’ richiesto il dolo, che potrebbe sussistere anche qualora il soggetto agente, pur non essendo certo dell’esistenza di altrui registrazioni (o domande di registrazione), possa dubitarne e ciononostante non proceda a verifiche. Il secondo comma sanziona le condotte di contraffazione, nonché di uso da parte di chi non ha partecipato alla falsificazione, di brevetti, disegni e modelli industriali altrui9. Anche questa disposizione intende contrastare i falsi materiali che, nella fattispecie, potrebbero colpire i documenti comprovanti la concessione dei brevetti o le registrazioni dei modelli. La violazione dei diritti di esclusivo sfruttamento economico del brevetto è invece sanzionata dall’art. 517-ter c.p..

Art. 474 c.p. “Introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi” Fuori dei casi di concorso nei reati previsti dall'articolo 473, chiunque introduce nel territorio dello Stato, al fine di trarne profitto, prodotti industriali con marchi o altri segni distintivi, nazionali o esteri, contraffatti o alterati è punito con la reclusione da uno a quattro anni e con la multa da euro 3.500 a euro 35.000. Fuori dei casi di concorso nella contraffazione, alterazione, introduzione nel territorio dello Stato, chiunque detiene per la vendita, pone in vendita o mette altrimenti in circolazione, al fine di trarne profitto, i prodotti di cui al primo comma è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a euro 20.000.

I delitti previsti sono punibili a condizione che siano state osservate le norme delle leggi interne, dei regolamenti comunitari e delle convenzioni internazionali sulla tutela della proprietà intellettuale o industriale.
Il bene giuridico tutelato dalle ultime due fattispecie di reato è comunemente individuato nella fede pubblica e, più precisamente, nell’interesse dei consumatori alla distinzione della fonte di provenienza dei prodotti posti sul mercato. Queste norme sono dunque volte a sanzionare l’ampio ventaglio di condotte che intercorrono tra la contraffazione o alterazione dei marchi o segni distintivi registrati ovvero delle invenzioni industriali, opere dell’ingegno, modelli e disegni assoggettati a brevetti, fino alla commercializzazione dei prodotti con segni falsi. 

5 DELITTI CONTRO L’INDUSTRIA E IL COMMERCIO [art. 25-bis 1. D.lgs. 231/2001]

la Legge n. 99 del 23 luglio 2009 "Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia", in un più ampio quadro di iniziative di rilancio dell’economia e di tutela del “Made in Italy”, dei consumatori e della concorrenza, oltre a modificare l'articolo 25-bis, ha introdotto nel D.Lgs. 231/01 il nuovo articolo 25-bis.1 "Delitti contro l'industria e il commercio" portando nell’ambito della responsabilità da reato degli Enti numerose norme penali, alcune delle quali dalla stessa legge emanate o riformulate. I reati in oggetto prevedono la sanzionabilità della Società per i delitti contro l’industria e il commercio dei seguenti articoli del codice penale:
− art. 513 – Turbata libertà dell'industria o del commercio; − art. 513-bis – Illecita concorrenza con minaccia o violenza; − art. 514 – Frodi contro le industrie nazionali; − art. 515 – Frode nell'esercizio del commercio; − art. 517 – Vendita di prodotti industriali con segni mendaci; − art. 516 – Vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine; − art. 517-quater – Contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari. − art. 517-ter – Fabbricazione e commercio di beni realizzati usurpando titoli di proprietà industriale;
Tra gli articoli richiamati, in particolare si evidenziano i seguenti.

5.1 Reati contro il libero svolgimento delle attività industriali e commerciali

Art. 513 c.p. “Turbata libertà dell'industria o del commercio” Chiunque adopera violenza sulle cose ovvero mezzi fraudolenti per impedire o turbare l'esercizio di un'industria o di un commercio è punito, a querela della persona offesa, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione fino a due anni e con la multa da euro 103 a euro 1.032.
Art. 513-bis c.p. “Illecita concorrenza con minaccia o violenza” Chiunque nell'esercizio di un'attività commerciale, industriale o comunque produttiva, compie atti di concorrenza con violenza o minaccia è punito con la reclusione da due a sei anni. La pena è aumentata se gli atti di concorrenza riguardano un'attività finanziaria in tutto o in parte ed in qualsiasi modo dallo Stato o da altri enti pubblici.
5.2 Frodi commerciali
Art. 514 c.p. “Frodi contro le industrie nazionali” Chiunque, ponendo in vendita o mettendo altrimenti in circolazione, sui mercati nazionali o esteri, prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi contraffatti o alterati, cagiona un nocumento all'industria nazionale è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa non inferiore a euro 516 .

Se per i marchi o segni distintivi sono state osservate le norme delle leggi interne o delle convenzioni internazionali sulla tutela della proprietà industriale, la pena è aumentata e non si applicano le disposizioni degli articoli 473 e 474.
Art. 515 c.p. “Frode nell'esercizio del commercio” Chiunque, nell'esercizio di un'attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all'acquirente una cosa mobile per un'altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a euro 2.065. Se si tratta di oggetti preziosi, la pena è della reclusione fino a tre anni o della multa non inferiore a euro 103.

L’illecito, sempre che non sussistano gli estremi della truffa, consiste nella consegna all’acquirente da parte di chi esercita un’attività commerciale di una cosa mobile per un altra, o che, pur essendo della stessa specie, per origine, provenienza, qualità o quantità, sia diversa da quella pattuita.

Art. 517 c.p. “Vendita di prodotti industriali con segni mendaci” Chiunque pone in vendita o mette altrimenti in circolazione opere dell'ingegno o prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti a indurre in inganno il compratore sull'origine, provenienza o qualità dell'opera o del prodotto, è punito, se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a ventimila euro.
E’ sufficiente che i segni distintivi, anche in relazione alle altre circostanze del caso concreto (prezzi dei prodotti, loro caratteristiche, modalità della vendita) possano ingenerare nel comune consumatore confusione con i prodotti affini (ma diversi per origine, provenienza o qualità) contrassegnati dal marchio genuino. La norma tutela l’onestà nel commercio e si applica sussidiariamente, quando non ricorrano gli estremi delle più gravi incriminazioni degli artt. 473 e 474 c.p.. In essa ricadono casi quali la contraffazione e l’utilizzo di marchi non registrati, l’uso di recipienti o di confezioni con marchi originali, ma contenenti prodotti diversi, l’uso da parte del legittimo titolare del proprio marchio per contraddistinguere prodotti con standard qualitativi diversi da quelli originariamente contrassegnati dal marchio (il caso non ricorre se la produzione sia commissionata ad altra azienda, ma il committente controlli il rispetto delle proprie specifiche qualitative).

5.3 Reati aventi ad oggetto sostanze alimentari/prodotti agroalimentari

Art. 516 c.p. “Vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine” Chiunque pone in vendita o mette altrimenti in commercio come genuine sostanze alimentari non genuine è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 1.032.
Art. 517-quater. C.p. “Contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari” Chiunque contraffà o comunque altera indicazioni geografiche o denominazioni di origine di prodotti agroalimentari è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a euro 20.000. Alla stessa pena soggiace chi, al fine di trarne profitto, introduce nel territorio dello Stato, detiene per la vendita, pone in vendita con offerta diretta ai consumatori o mette comunque in circolazione i medesimi prodotti con le indicazioni o denominazioni contraffatte.

Si applicano le disposizioni di cui agli articoli 474-bis, 474-ter, secondo comma, e 517-bis, secondo comma. I delitti previsti dai commi primo e secondo sono punibili a condizione che siano state osservate le norme delle leggi interne, dei regolamenti comunitari e delle convenzioni internazionali in materia di tutela delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari.


5.4 Usurpazione dei titoli di proprietà industriale

Art. 517-ter c.p.: “Fabbricazione e commercio di beni realizzati usurpando titoli di proprietà industriale” Salva l'applicazione degli articoli 473 e 474 chiunque, potendo conoscere dell'esistenza del titolo di proprietà industriale, fabbrica o adopera industrialmente oggetti o altri beni realizzati usurpando un titolo di proprietà industriale o in violazione dello stesso è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a euro 20.000 Alla stessa pena soggiace chi, al fine di trarne profitto, introduce nel territorio dello Stato, detiene per la vendita, pone in vendita con offerta diretta ai consumatori o mette comunque in circolazione i beni di cui al primo comma. Si applicano le disposizioni di cui agli articoli 474-bis, 474-ter, secondo comma, e 517-bis, secondo comma. I delitti previsti dai commi primo e secondo sono punibili sempre che siano state osservate le norme delle leggi interne, dei regolamenti comunitari e delle convenzioni internazionali sulla tutela della proprietà intellettuale o industriale.
Il reato consta di due diverse fattispecie. La prima, perseguibile a querela, punisce chiunque, potendo conoscere dell’esistenza di brevetti o di registrazioni altrui, fabbrica o utilizza ai fini della produzione industriale oggetti o altri beni, usurpando un titolo di proprietà industriale o in violazione dello stesso. Qualora sussista la falsificazione dei marchi o un’altra delle condotte previste dagli artt. 473 e 474 c.p., l’usurpatore potrebbe rispondere anche di tali reati. La seconda fattispecie concerne la condotta di chi, al fine di trarne profitto, introduce in Italia, detiene per la vendita, pone in vendita o mette comunque in circolazione beni fabbricati in violazione dei titoli di proprietà industriale. Se le merci sono contraddistinte da segni falsificati si applica anche l’art. 474, comma 2, c.p..


6 REATI SOCIETARI [art. 25-ter D.lgs. 231/2001]

La Società può essere chiamata a rispondere, altresì, dei reati in materia societaria previsti dal codice civile, se commessi nel suo interesse o a suo vantaggio da Amministratori, direttori generali o liquidatori o da persone sottoposte alla loro vigilanza.
L’articolo 25-ter del Decreto è stato introdotto dal D.Lgs. 61/2002, che ha riformato la disciplina dei reati societari e contiene una lunga serie di reati societari che possono determinare la responsabilità della Società. Una delle condizioni indicate dall’art. 25-ter è costituita dal fatto che il soggetto attivo del reato deve aver agito nell’interesse della Società, vale a dire mirando ad ottenere un risultato apprezzabile per la Società stessa, (risultato che può anche non essere stato, in concreto, raggiunto).
Per la commissione dei reati societari viene prevista solo la sanzione pecuniaria che, laddove la società abbia conseguito un profitto di rilevante entità, potrà essere aumentata di un terzo.

Nella descrizione che segue non si è tenuto conto del delitto di cui all’art. 2624 cod. civ. in tema di “Falsità nelle relazioni o nelle comunicazioni delle società di revisione”, in quanto reato proprio delle società di revisione e soggetto a recente riordino10.
L’art. 1 co. 77 della L. 190/2012 introduce tra i reati societari (lettera “s-bis”) del Decreto il reato di “corruzione tra privati”.

6.1 False comunicazioni sociali

Art. 2621 c.c.: “False comunicazioni sociali” Salvo quanto previsto dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sè o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti con l’arresto fino a due anni. La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi. La punibilità è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento. In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta. Nei casi previsti dai commi terzo e quarto, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa.

La norma è diretta a salvaguardare il principio della buona fede che ciascuna società deve rispettare nei confronti dei soci, degli investitori e del pubblico in genere e a tutelare la regolarità dei bilanci e delle altre comunicazioni sociali, in quanto interesse della collettività.

Il reato può verificarsi qualora vengano esposti in bilanci, relazioni o comunicazioni sociali fatti materiali non veritieri ovvero vengano omesse informazioni obbligatorie relative alla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, per ingannare i soci o il pubblico. Attesa la formulazione della disposizione in esame – che prevede, a livello quantitativo, specifiche soglie di punibilità – sembrano rimanere escluse dall’ambito di applicazione della presente norma le informazioni di tipo “qualitativo”, inidonee ad alterare in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene.

Art. 2622 c.c.: “False comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o creditori” Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, esponendo fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni, ovvero omettendo informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, cagionano un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori, sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni. Si procede a querela anche se il fatto integra altro delitto, ancorché aggravato, a danno del patrimonio di soggetti diversi dai soci e dai creditori, salvo che sia commesso in danno dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee. Nel caso di società soggette alle disposizioni della parte IV, titolo III, capo II, del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni, la pena per i fatti previsti al primo comma è da uno a quattro anni e il delitto è procedibile d’ufficio. La pena è da due a sei anni se, nelle ipotesi di cui al terzo comma, il fatto cagiona un grave nocumento ai risparmiatori. Il nocumento si considera grave quando abbia riguardato un numero di risparmiatori superiore allo 0,1 per mille della popolazione risultante dall’ultimo censimento ISTAT ovvero se sia consistito nella distruzione o riduzione del valore di titoli di entità complessiva superiore allo 0,1 per mille del prodotto interno lordo. La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi. La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento. In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta. Nei casi previsti dai commi settimo e ottavo, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa.

Il danno patrimoniale subito dai soci e dai creditori rappresenta l’elemento di distinzione tra la contravvenzione di cui all’art. 2621 cod. civ. ed i delitti di cui all’art. 2622 cod. civ.: è questo l’evento che deve conseguire alla condotta menzognera. Il reato in esame rientra tra i cc.dd. reati di danno e, pertanto, si realizza con il verificarsi di un danno patrimoniale alla società, a soci o a creditori a seguito della esposizione di fatti non rispondenti al vero nei bilanci, nelle relazioni o in altre comunicazioni sociali ovvero a seguito dell’omissione di informazioni la cui comunicazione è obbligatoria per legge.

6.2 Impedito controllo
Art. 2625 c.c.: “Impedito controllo”

Gli amministratori che, occultando documenti o con altri idonei artifici, impediscono o comunque ostacolano lo svolgimento delle attività di controllo legalmente attribuite ai soci o ad altri organi sociali, sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria fino a 10.329 €11. Se la condotta ha cagionato un danno ai soci, si applica la reclusione fino ad un anno e si procede a querela della persona offesa. La pena è raddoppiata se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell’Unione Europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’art. 116 del Testo Unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.
Ai fini della responsabilità della società, ai sensi dell’art. 25-ter del Decreto, rileva soltanto l’ipotesi prevista dal secondo comma dell’art. 2625 cod. civ., vale dire il caso in cui la condotta abbia causato un danno ai soci. Il reato si consuma allorché i soci subiscono un danno dall’ostacolo frapposto dagli amministratori allo svolgimento da parte dei soci stessi di controlli all’interno della società

6.3 Reati sul Capitale

Art. 2626 c.c.: “Indebita restituzione dei conferimenti” Gli amministratori che, fuori dei casi di legittima riduzione del capitale sociale, restituiscono, anche simulatamente, i conferimenti ai soci o li liberano dall'obbligo di eseguirli, sono puniti con la reclusione fino ad un anno.
La norma è diretta a salvaguardare la solidità patrimoniale della società, evitando fenomeni di “annacquamento” del capitale sociale.
Art. 2627 c.c.: “Illegale ripartizione di utili e riserve” Salvo che il fatto non costituisca più grave reato, gli amministratori che ripartiscono utili o acconti su utili non effettivamente conseguiti o destinati per legge a riserva, ovvero che ripartiscono riserve, anche non costituite con utili, che non possono per legge essere distribuite, sono puniti con l'arresto fino ad un anno. La restituzione degli utili o la ricostituzione delle riserve prima del termine previsto per l'approvazione del bilancio estingue il reato.
La norma è diretta a salvaguardare la capacità finanziaria delle società.
Art. 2628 c.c.: “Illecite operazioni sulle azioni o quote sociali o della società controllante” Gli amministratori che, fuori dei casi consentiti dalla legge, acquistano o sottoscrivono azioni o quote sociali, cagionando una lesione all’integrità del capitale sociale o delle riserve non distribuibili per legge, sono puniti con la reclusione fino ad un anno. La stessa pena si applica agli amministratori che, fuori dei casi consentiti dalla legge, acquistano o sottoscrivono azioni o quote emesse dalla società controllante, cagionando una lesione del capitale sociale o delle riserve non distribuibili per legge. Se il capitale sociale o le riserve sono ricostituiti prima del termine previsto per l’approvazione del bilancio relativo all'esercizio in relazione al quale è stata posta in essere la condotta, il reato è estinto.
La norma è diretta a salvaguardare la solidità patrimoniale della società, evitando fenomeni di “annacquamento” del capitale sociale.
11 L’art. 2625 c.c. contemplava anche il reato di impedito controllo degli amministratori nei confronti della società di revisione. Tale reato è stato espunto dall’art. 2625 c.c. dal D. Lgs. n. 39/2010, che ha riordinato la disciplina della revisione legale dei conti, ed è ora punito ai sensi dell’art. 29 di tale decreto, in vigore dal 7 aprile 2010, che prevede la procedibilità d’ufficio e sanzioni più gravi se viene procurato un danno ai soci e a terzi, o nel caso di revisione legale di enti di interesse pubblico.

I casi ed i limiti per l’acquisto di azioni proprie da parte della società, cui si riferisce l’art. 2628 c.c., sono stabiliti dal Codice Civile e dalla legislazione sugli emittenti. Il Codice Civile disciplina altresì i limiti temporali e contenutistici per l’acquisto di azioni proprie da parte dei Consiglieri a ciò delegati.
Art. 2629 c.c.: “Operazioni in pregiudizio dei creditori” Gli amministratori che, in violazione delle disposizioni di legge a tutela dei creditori, effettuano riduzioni del capitale sociale o fusioni con altra società o scissioni, cagionando danno ai creditori, sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni. Il risarcimento del danno ai creditori prima del giudizio estingue il reato.
La norma è diretta a tutelare i creditori delle società commerciali sia dal punto di vista della capacità finanziaria sia dal punto di vista della permanenza del soggetto debitore.
Art. 2632 c.c.: “Formazione fittizia del capitale” Gli amministratori e i soci conferenti che, anche in parte, formano od aumentano fittiziamente il capitale della società mediante attribuzione di azioni o quote sociali per somma inferiore al loro valore nominale, sottoscrizione reciproca di azioni o quote, sopravvalutazione rilevante dei conferimenti di beni in natura o di crediti ovvero del patrimonio della società nel caso di trasformazione, sono puniti con la reclusione fino ad un anno.
La norma è diretta a salvaguardare la solidità patrimoniale della società, evitando fenomeni di “annacquamento” del capitale sociale.
Art. 2633 c.c.: “Indebita ripartizione dei beni sociali” I liquidatori che, ripartendo i beni sociali tra i soci prima del pagamento dei creditori sociali o dell'accantonamento delle somme necessario a soddisfarli, cagionano danno ai creditori, sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni. Il risarcimento del danno ai creditori prima del giudizio estingue il reato.
La norma è diretta a salvaguardare la difesa della massa dei creditori nella fase della liquidazione (volontaria o coatta amministrativa) della società.

6.4 Corruzione tra privati

Art. 2635 c.c.: “corruzione tra privati” Salvo che il fatto costituisca più grave reato, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, che, a seguito della dazione o della promessa di denaro o altra utilità, per sé o per altri, compiono od omettono atti, in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà, cagionando nocumento alla società, sono puniti con la reclusione da uno a tre anni. Si applica la pena della reclusione fino a un anno e sei mesi se il fatto e' commesso da chi e' sottoposto alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti indicati al primo comma. Chi da' o promette denaro o altra utilità alle persone indicate nel primo e nel secondo comma e' punito con le pene ivi previste. Le pene stabilite nei commi precedenti sono raddoppiate se si tratta di societa' con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell'Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell'articolo 116 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni.

Si procede a querela della persona offesa, salvo che dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nella acquisizione di beni o servizi.
Il reato di corruzione tra i privati (art. 25-ter, comma 1, lettera s-bis) prevede la responsabilità amministrativa dell’ente solo nei casi previsti dal terzo comma del rinnovato art. 2635 del codice civile (si prevede la responsabilità per le imprese che corrompono, ma non per le imprese che vengono corrotte).
Le modifiche apportato al reato dalla L. 190/2012 in realtà portano ad una costruzione più nominale-concettuale di corruzione tra privati, che reale e sostanziale.
Infatti, anche sul punto appare chiaro che il legislatore si è discostato dal dettato della Convenzione di Strasburgo del 27 gennaio 1999, ratificata con Legge n. 110 del 28.6.2012, rimanendo legato nella sostanza al precedente reato di “Infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità” di cui al vecchio art. 2635 c.c.

La Convenzione di Strasburgo impone agli Stati firmatari, in base agli artt. 7 e 8, la punizione come reato della corruzione attiva e passiva nel settore privato, intesa in comportamenti di promessa, offerta o dazione, sollecito e ricezione di un vantaggio indebito, per sé o per terzi, in capo a persone che dirigano o lavorino in un ente privato, affinché questi compiano o si astengano dal compiere un atto in violazione dei loro doveri.

Il legislatore italiano nella L. 190/2012 ha invece disposto che il reato si perfeziona solo quando il soggetto compie od omette in concreto atti in violazione dei propri obblighi e alla società derivi di fatto un nocumento. Non si tratta dunque di vera corruzione tra soggetti privati, ma di un “reato societario”, essendo solo una violazione nei rapporti tra soggetto ed ente per cui opera. Mentre la Convenzione di Strasburgo intende punire il comportamento di chi dia o prometta il vantaggio indebito e di chi riceva la dazione o promessa del vantaggio stesso al fine di compiere un atto contrario ai propri doveri, oggi nell’art. 2635 c.c., come novellato, il reato sussiste solo se chi riceve il vantaggio indebito viene meno ai propri obblighi verso la propria società e se causa un nocumento alla società stessa, altrimenti l’atto corruttivo non è perseguito. Il reato così come previsto dal legislatore italiano non è perciò diretto a garantire un comportamento etico sul mercato e nella concorrenza. L’unico segnale positivo in tale ultima direzione, tuttavia di scarso effetto pratico, si rinviene solo nella previsione di procedibilità d’ufficio qualora dal reato derivi una distorsione della concorrenza.

6.5 Illecita influenza sull’assemblea

Art. 2636 c.c.: “Illecita influenza sull'assemblea” Chiunque, con atti simulati o fraudolenti, determina la maggioranza in assemblea, allo scopo di procurare a sé od altri un ingiusto profitto, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
La norma è diretta a tutelare la correttezza e la libertà di formazione della volontà assembleare nelle società.

6.6 Aggiotaggio

Art. 2637 c.c.: “Aggiotaggio” Chiunque diffonde notizie false, ovvero pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari non quotati o per i quali non è stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato, ovvero ad incidere in modo significativo sull'affidamento che il pubblico ripone nella stabilità' patrimoniale di banche o di gruppi bancari, e' punito con la pena della reclusione da uno a cinque anni.
La prima condotta vietata dalla norma è quella della divulgazione, ossia della comunicazione ad un numero indeterminato di persone, di fatti materiali non rispondenti al vero; la seconda è invece integrata dal compimento di operazioni simulate. Da ultimo, la condotta criminosa può consistere nella predisposizione di artifici di vario genere purché idonei a conseguire l’effetto vietato dalla norma. La norma è diretta sia ad evitare operazioni scorrette volte alterare il valore di strumenti finanziari non quotati o comunque non negoziabili in mercati regolamentati e, parallelamente, sia a conservare la stabilità patrimoniale delle società bancarie.

6.7 Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza


Art. 2638 c.c.: “Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza” Gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori di società o enti e gli altri soggetti sottoposti per legge alle autorità pubbliche di vigilanza, o tenuti ad obblighi nei loro confronti, i quali nelle comunicazioni alle predette autorità previste in base alla legge, al fine di ostacolare l’esercizio delle funzioni di vigilanza, espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni, sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria dei sottoposti alla vigilanza ovvero, allo stesso fine, occultano con altri mezzi fraudolenti, in tutto o in parte fatti che avrebbero dovuto comunicare, concernenti la situazione medesima, sono puniti con la reclusione da uno a quattro anni. La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi. Sono puniti con la stessa pena gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori di società, o enti e gli altri soggetti sottoposti per legge alle autorità pubbliche di vigilanza o tenuti ad obblighi nei loro confronti, i quali, in qualsiasi forma, anche omettendo le comunicazioni dovute alle predette autorità, consapevolmente ne ostacolano le funzioni. La pena è raddoppiata se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell’Unione Europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’art. 116 del Testo Unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.
La norma è diretta a tutelare la correttezza dei rapporti tra la Società ed enti deputati per legge alla vigilanza sulla medesima, al fine di consentire il migliore esercizio delle funzioni di vigilanza sulle società, rimuovendo ogni forma di ostacolo.

L’ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza si realizza in due ipotesi: - nel caso in cui determinati soggetti (amministratori, direttori generali, sindaci, liquidatori di società o enti e, in generale, i soggetti sottoposti alle autorità pubbliche di vigilanza ex lege) al fine di ostacolare l’attività delle autorità pubbliche di vigilanza: a) espongano, in occasione di comunicazioni alle autorità pubbliche di vigilanza, cui sono tenuti in forza di legge, fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni, ovvero

b) occultino, totalmente o parzialmente, con mezzi fraudolenti, fatti che erano tenuti a comunicare, circa la situazione patrimoniale, economica o finanziaria della società, anche qualora le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto terzi; - nel caso in cui la condotta, anche omissiva, degli stessi soggetti, indipendentemente dal fine perseguito, ostacoli effettivamente l’attività dell’autorità di pubblica vigilanza.
La norma non specifica quali siano le “autorità pubbliche di vigilanza” destinatarie della tutela penale. Al riguardo, si evidenzia come sul punto si fronteggiano due opposti orientamenti. Il primo, facendo leva sulla circostanza che la disposizione in commento è volta a riunificare le fattispecie di ostacolo nei confronti della Banca d’Italia e della Consob originariamente contenute nel TUB e nel TUF, ne limita l’applicabilità alle sole “authorities” di settore in senso stretto (es.: Consob, Banca d’Italia, Isvap, Covip, Uic …). Il secondo orientamento, del quale vi è traccia nelle linee guida di talune associazioni di categoria, estende la nozione in commento a qualunque soggetto pubblico che detenga poteri di natura ispettiva o di controllo.

6.8 Omessa comunicazione del conflitto di interessi

Art. 2629-bis c.c.: “Omessa comunicazione del conflitto di interessi” L’amministratore o il componente del consiglio di gestione di una società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altro Stato dell’Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’articolo 116 del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni, ovvero di un soggetto sottoposto a vigilanza ai sensi del testo unico di cui al decreto legislativo 1º settembre 1993, n. 385, del citato testo unico di cui al decreto legislativo n. 58 del 1998, della legge 12 agosto 1982, n. 576, o del decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, che vìola gli obblighi previsti dall’articolo 2391, primo comma, è punito con la reclusione da uno a tre anni, se dalla violazione siano derivati danni alla società o a terzi.
La figura delittuosa mira a punire il mancato rispetto degli obblighi di preventiva comunicazione e/o di astensione cui sono tenuti gli amministratori in ipotesi di interessi detenuti in proprio o per conto di terzi in una determinata operazione della società, quando da tale inadempimento derivi un danno alla società medesima o a terzi.
La norma è diretta a salvaguardare la sana e prudente gestione della società in qualsiasi operazione e ad evitare operazioni scorrette, a tutela sia della società stessa sia dei terzi.

7 REATI CON FINALITÀ DI TERRORISMO O DI EVERSIONE DELL'ORDINE DEMOCRATICO [art. 25-quater D.lgs. 231/2001]

I reati oggetto di analisi sono stati introdotti con l’articolo 3 della Legge 7/2003 con la quale sono stati inseriti nel novero dei reati previsti dal Decreto, attraverso l’art. 25-quater, i reati con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico.
In particolare, il terzo comma del citato articolo prevede che se l'Ente o una sua unità organizzativa viene stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione dei reati di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico, previsti dal codice penale e dalle leggi speciali, si applica la sanzione dell'interdizione definitiva dall'esercizio dell'attività ai sensi dell'articolo 16, comma 3.

Art. 25-quater del D. Lgs 231/2001: “Reati con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico” 1) In relazione alla commissione dei delitti aventi finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico, previsti dal codice penale e dalle leggi speciali, si applicano all'ente le seguenti sanzioni pecuniarie: a) se il delitto e' punito con la pena della reclusione inferiore a dieci anni, la sanzione pecuniaria da duecento a settecento quote; b) se il delitto e' punito con la pena della reclusione non inferiore a dieci anni o con l'ergastolo, la sanzione pecuniaria da quattrocento a mille quote. 2) Nei casi di condanna per uno dei delitti indicati nel comma 1, si applicano le sanzioni interdittive previste dall'articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore ad un anno. 3) Se l'ente o una sua unità organizzativa viene stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione dei reati indicati nel comma 1, si applica la sanzione dell'interdizione definitiva dall'esercizio dell'attività ai sensi dell'articolo 16, comma 3. 4) Le disposizioni dei commi 1, 2 e 3 si applicano altresì in relazione alla commissione di delitti, diversi da quelli indicati nel comma 1, che siano comunque stati posti in essere in violazione di quanto previsto dall'articolo 2 della Convenzione internazionale per la repressione del finanziamento del terrorismo fatta a New York il 9 dicembre 1999.
Per effetto del richiamo operato dal comma 1 del nuovo articolo 25-quater del D. Lgs 231/2001 assume rilevanza prevalentemente la fattispecie di reato prevista dal codice penale italiano nell’articolo 270 bis (associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico): Chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico è punito con la reclusione da sette a quindici anni. Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Ai fini della legge penale, la finalità di terrorismo ricorre anche quando gli atti di violenza sono rivolti contro uno Stato estero, un'istituzione o un organismo internazionale. Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego.
Tra le altre fattispecie astrattamente configurabili si rilevano, inoltre, quelle rubricate sotto la dizione di “assistenza” (quali ad esempio: articolo 270-ter c.p. - assistenza agli associati; articolo 307 c.p. - assistenza ai partecipi di cospirazione o di banda armata; articolo 418 c.p. - assistenza agli associati - associazione mafiosa) nei quali la condotta di reato si traduce in un sostegno logistico o nella messa a disposizione di rifugio, vitto, ospitalità, mezzi di trasporto o strumenti di comunicazione.
Per effetto del richiamo operato dal comma 4 del nuovo articolo 25-quater del D. Lgs. 231/2001 assumono rilevanza prevalentemente le seguenti fattispecie di reato previste dalle convenzioni internazionali di contrasto al fenomeno del terrorismo: Convenzione internazionale per la repressione del finanziamento del terrorismo – dicembre 1999 (art. 2) 1) Commette reato ai sensi della presente Convenzione ogni persona che, con qualsiasi mezzo, direttamente o indirettamente, illecitamente e deliberatamente fornisce o raccoglie fondi nell’intento di vederli utilizzati, o sapendo che saranno utilizzati, in tutto o in parte, al fine di commettere:

a) un atto che costituisce reato ai sensi e secondo la definizione di uno dei trattati enumerati nell’allegato; b) ogni altro atto destinato ad uccidere o a ferire gravemente un civile o ogni altra persona che non partecipa direttamente alle ostilità in una situazione di conflitto armato quando, per sua natura o contesto, tale atto sia finalizzato ad intimidire una popolazione o a costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere, un atto qualsiasi. 2) <omissis> 3) Affinché un atto costituisca reato ai sensi del paragrafo 1, non occorre che i fondi siano stati effettivamente utilizzati per commettere un reato di cui ai commi a) o b) del paragrafo 1 del presente articolo. 4) Commette altresì reato chiunque tenti di commettere reato ai sensi del paragrafo 1 del presente articolo. 5) <omissis>
Il menzionato articolo, inoltre, rinvia a numerose convenzioni internazionali aventi l’obiettivo di reprimere gli atti di terrorismo (a titolo esemplificativo si riportano: Protocollo per la repressione di atti illeciti diretti contro la sicurezza delle installazioni fisse sulla piattaforma continentale - Roma, 10 marzo 1988 -, Convenzione internazionale per la repressione degli attentati terroristici con esplosivo, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 15 dicembre 1997, ecc).
Nella fattispecie, potrebbe essere possibile che siano instaurati, nell’interesse della Società, rapporti con clienti che perseguano, direttamente o quali prestanome, finalità di terrorismo, sovversione o eversione dell’ordine costituzionale, agevolandoli nella realizzazione dei loro criminosi obiettivi. Tali norme tendono, infatti, a punire non solo fattispecie di costituzione di associazioni terroristiche e/o sovversive, ma anche qualsiasi ipotesi di fiancheggiamento o sostegno alle stesse attraverso la messa a disposizione di risorse finanziarie – sia mediante erogazioni liberali sia nell’ambito dello svolgimento dell’attività finanziaria tipica – nonché di mezzi di trasporto, rifugi o sedi logistiche.

8 PRATICHE DI MUTILAZIONE DEGLI ORGANI GENITALI FEMMINILI [art. 25.quater.1. D.Lgs. 231/2001]

La Legge 9 gennaio 2006, n. 7 "Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile", ha introdotto nel d.lgs. 231/2001 l'art. "25quater.1 Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili". Il reato in esame punisce chiunque, in assenza di esigenze terapeutiche, cagioni una mutilazione degli organi genitali femminili, nonché chiunque, in assenza di esigenze terapeutiche, provochi, al fine di menomare le funzioni sessuali, lesioni agli organi genitali femminili diverse da quelle indicate da cui derivi una malattia nel corpo o nella mentesi, intendendosi come pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili la clitoridectomia, l’escissione e l’infibulazione e qualsiasi altra pratica che cagiona effetti dello stesso tipo.
La ratio della norma è ravvisabile nella volontà del legislatore di sanzionare enti (ed in particolare, strutture sanitarie, organizzazioni di volontariato, ecc.) che si rendano responsabili dell'effettuazione, al loro interno, di pratiche mutilative vietate.

9 REATI CONTRO LA PERSONALITÀ INDIVIDUALE [art. 25-quinquies D.Lgs. 231/2001]

L’art. 5 della legge n. 228/2003, in tema di misure contro la tratta delle persone, ha aggiunto al D.Lgs. 231/2001 l’ articolo 25-quinquies che prevede l’applicazione di sanzioni amministrative alle persone giuridiche, società e associazioni per la commissione di delitti contro la personalità individuale.
La Legge 6 febbraio 2006, n. 38 "Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet", ha modificato l'art. 25quinquies del d.lgs 231/01 con riferimento a talune fattispecie di delitti contro la personalità individuale ai quali è estesa la responsabilità amministrativa dell'ente derivante da reato.
I delitti sanzionati sono: − riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù (art. 600 cod. pen.); − prostituzione minorile (art. 600-bis commi 1 e 2 cod. pen.); − pornografia minorile (art. 600-ter cod. pen.); − iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile (art. 600quinquies cod. pen..); − tratta di persone (art. 601 cod. pen.); − alienazione e acquisto di schiavi (art. 602 cod. pen.); − detenzione di materiale pornografico (art. 600-quater cod. pen..).
Tali norme puniscono chiunque riduca o mantenga persone in schiavitù e chi ne faccia oggetto di tratta, acquisto o alienazione; chiunque induca alla prostituzione una persona minorenne; chiunque sfrutti minori per realizzare esibizioni pornografiche o produrre materiale pornografico; chiunque organizzi o propagandi iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile (c.d. turismo sessuale).

La fattispecie in esame è diretta a reprimere le ipotesi di illecito arricchimento conseguito attraverso le attività connesse alla tratta di persone, al c.d. “turismo sessuale” ovvero a fatti di pedopornografia.

Per alcuni dei reati sopra richiamati è difficile individuare la sussistenza di un interesse o vantaggio per l’ente (es. prostituzione minorile). Vi sono tuttavia ipotesi in cui l’ente può trarre beneficio dall’illecito. È il caso, ad esempio, della pornografia minorile o delle iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile. A titolo puramente esemplificativo è opportuno richiamare alcuni strumenti di prevenzione che la società o ente potrà predisporre per prevenire la commissione delle condotte rilevanti. In particolare, la società o l’ente potrà:
− introdurre uno specifico divieto nel codice etico in tema di pornografia minorile; − dotarsi di strumenti informatici che impediscano accesso e/o ricezione di materiale relativo alla pornografia minorile; − fissare richiami netti ed inequivocabili ad un corretto utilizzo degli strumenti informatici in possesso dei propri dipendenti; − valutare e disciplinare con particolare attenzione e sensibilità l’organizzazione diretta e/o indiretta di viaggi o di periodi di permanenza in località estere con specifico riguardo a località note per il fenomeno del c.d. “turismo sessuale”;

− dedicare particolare attenzione nella valutazioni di possibili partnership commerciali con società operanti in settori quali ad esempio la comunicazione telematica di materiale relativo alla pornografia minorile ed il turismo nelle aree geografiche richiamate al punto precedente; − approntare un adeguato sistema di sanzioni disciplinari che tenga conto della peculiare gravità delle violazioni di cui ai punti precedenti.
Quanto invece ai reati connessi alla schiavitù, oltre a ricordare che tali ipotesi di reato si estendono non solo al soggetto che direttamente realizza la fattispecie illecita, ma anche a chi consapevolmente agevola anche solo finanziariamente la medesima condotta, è anche qui opportuno prevedere specifiche misure di prevenzione. La condotta rilevante in questi casi è costituita dal procacciamento illegale della forza lavoro attraverso il traffico di migranti e la tratta degli schiavi. Allo scopo di prevenire la commissione di tali reati la società o l’ente potrà: − prevedere, nel codice etico, uno specifico impegno a rispettare ed a far rispettare ai propri fornitori la normativa vigente in materia di lavoro, con particolare attenzione al lavoro minorile ed a quanto disposto dalla legge in tema di salute e sicurezza; − diversificare i punti di controllo all’interno della struttura aziendale preposta all’assunzione e gestione del personale, nei casi in cui le singole società o enti individuino aree a più alto rischio reato (in questi casi indicatori di rischio potrebbero essere l’età, la nazionalità, il costo della manodopera, ecc.); − richiedere e verificare che i propri partner rispettino gli obblighi di legge in tema di: o tutela del lavoro minorile e delle donne; o condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza; o diritti sindacali o comunque di associazione e rappresentanza.

10 REATI DI ABUSO DI MERCATO [art. 25-sexies D.lgs. 231/2001]
10.1 Abuso di informazioni privilegiate

Art. 184 D. lgs. 58/1998 (TUF) – Abuso di informazioni privilegiate È punito con la reclusione da due a dodici anni e con la multa da euro ventimila a euro tre milioni chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate in ragione della sua qualità di membro di organi di amministrazione, direzione o controllo dell’emittente, della partecipazione al capitale dell’emittente, ovvero dell’esercizio di un’attività lavorativa, di una professione o di una funzione, anche pubblica, o di un ufficio: a) acquista, vende o compie altre operazioni, direttamente o indirettamente, per conto proprio o per conto di terzi, su strumenti finanziari utilizzando le informazioni medesime; b) comunica tali informazioni ad altri, al di fuori del normale esercizio del lavoro, della professione, della funzione o dell’ufficio; c) raccomanda o induce altri, sulla base di esse, al compimento di taluna delle operazioni indicate nella lettera a.
La norma punisce tre condotte criminose, riferibili ai soggetti che abbiano accesso alle informazioni privilegiate a motivo della propria professione, della partecipazione al capitale dell’emittente, ovvero della partecipazione ad organi di amministrazione, direzione o controllo dello stesso (c.d. insider “primari”). Nel dettaglio, sono punite le seguenti condotte:

- acquistare, vendere o compiere altre operazioni, direttamente o indirettamente, per conto proprio o per conto di terzi, su strumenti finanziari utilizzando informazioni privilegiate (c.d. trading); - comunicare informazioni privilegiate ad altri, al di fuori del normale esercizio del lavoro, della professione, della funzione o dell’ufficio (c.d. tipping); - raccomandare o indurre altri, sulla base delle informazioni privilegiate, al compimento di taluna delle operazioni su strumenti finanziari (c.d. tuyautage).
Il reato in esame, così come il reato di “Manipolazione del mercato”, successivamente trattato, è punito qualora attenga a strumenti finanziari ammessi o per i quali è stata presentata una richiesta di ammissione alla negoziazione in un mercato regolamentato, mentre sono escluse dall’ambito di applicazione dell’art. 184 TUF (così come del successivo art. 185) le “operazioni attinenti alla politica monetaria, alla politica valutaria o alla gestione del debito pubblico compiute dallo Stato italiano, da uno Stato membro dell’Unione europea, dal Sistema europeo delle Banche centrali, da una Banca centrale di uno Stato membro dell’Unione europea, o da qualsiasi altro ente ufficialmente designato ovvero da un soggetto che agisca per conto degli stessi”, nonché le “negoziazioni di azioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari propri quotati, effettuate nell’ambito di programmi di riacquisto da parte dell’emittente o di società controllate o collegate, e operazioni di stabilizzazione di strumenti finanziari che rispettino le condizioni stabilite dalla CONSOB con regolamento”.
A seguito delle recenti modifiche legislative – derivanti dal recepimento della Direttiva Market Abuse – è stato ampliato l’ambito soggettivo della fattispecie, rendendo punibile anche l’insider da reato, ovverosia la condotta di colui che, essendo in possesso di informazioni privilegiate a motivo della preparazione o esecuzione di attività delittuose, ponga in essere una delle condotte rilevanti.
Un’ulteriore modifica della disciplina dell’abuso di informazioni privilegiate, risiede nell’introduzione della fattispecie dell’insider trading c.d. “secondario”: la nuova disciplina, infatti, vieta agli insider secondari il compimento di tutte le condotte vietate agli insider primari (trading, tipping, tuyautage), e non della sola attività di trading, come in precedenza.
Sono insider secondari i soggetti che, a qualunque titolo, si trovino a detenere un’informazione privilegiata senza che essa sia stata acquisita in virtù della partecipazione al capitale, o di un incarico societario o dello svolgimento di un’attività lavorativa, professione o ufficio.
Ai sensi dell’art. 181, TUF, per “informazione privilegiata” si intende un’informazione che ha carattere preciso, che non è stata resa pubblica e che concerne, direttamente o indirettamente uno o più emittenti di strumenti finanziari o uno o più strumenti finanziari, che, se resa pubblica, potrebbe influire in modo sensibile sui prezzi di tali strumenti ovvero su sui prezzi di strumenti finanziari derivati connessi.
Più in particolare, per informazione di “carattere preciso” si intende un complesso di circostanze esistente o che si possa ragionevolmente ritenere che verrà ed esistenza. Il requisito della precisione è funzionale ad isolare dalla nozione di informazione privilegiata le semplici voci di mercato (c.d. rumors), non suffragate da alcun dato oggettivo o dalla possibilità di essere comunicate in modo accurato. L’informazione deve, peraltro, essere qualificata da verità o verosimiglianza.

Per informazione che, “se resa pubblica potrebbe influire in modo sensibile sui prezzi degli strumenti finanziari”, si intende “un’informazione che presumibilmente un investitore ragionevole utilizzerebbe come uno degli elementi su cui fondare le proprie decisioni di investimento” (art. 181, comma 4, TUF). Tale requisito è stato oggetto di discussione ed è stato sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale (sent. n. 382, 1-14 dicembre 2004) che ha rilevato come il criterio non numerico (variazione sensibile), lungi dall’essere impreciso, è necessario in funzione del carattere relativo dell’influenza sensibile, “strettamente correlata alle caratteristiche dello strumento finanziario al quale la notizia si riferisce: rispetto ad un titolo relativamente stabile, infatti, anche una variazione di pochi punti potrebbe essere considerata significativa; mentre rispetto ad uno strumento finanziario “fisiologicamente” soggetto ad oscillazioni, difficilmente si potrebbe giungere alle medesime conclusioni”.

10.2 Manipolazione del mercato

Art. 184 D. lgs. 58/1998 (TUF) – Manipolazione del mercato Chiunque diffonde notizie false o pone in essere operazioni simulate o altri artifizi concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari, è punito con la reclusione da due a dodici anni e con la multa da euro ventimila a euro cinque milioni. 2. Il giudice può aumentare la multa fino al triplo o fino al maggiore importo di dieci volte il prodotto o il profitto conseguito dal reato quando, per la rilevante offensività del fatto, per le qualità personali del colpevole o per l'entità del prodotto o del profitto conseguito dal reato, essa appare inadeguata anche se applicata nel massimo.
La norma punisce chiunque diffonda notizie false o ponga in essere operazioni simulate o altri artifizi concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari quotati.
La fattispecie mira a reprimere le seguenti condotte, poste in essere al fine di arrecare turbamento al valore di mercato di strumenti finanziari quotati o per i quali sia stata richiesta la quotazione: - diffusione di notizie false; - realizzazione di operazioni simulate; - compimento di altri artifizi concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari.
Si evidenzia come possano costituire reato, qualora siano accompagnati dal dolo e dall’idoneità a provocare alterazioni del prezzo degli strumenti finanziari: - la diffusione, tramite mezzi di informazione, ivi compreso internet ed ogni altro mezzo, di informazioni, voci o notizie false o fuorvianti che forniscano o siano suscettibili di fornire indicazioni false ovvero fuorvianti in merito agli strumenti finanziari; - il compimento di operazioni o ordini di compravendita che forniscano o siano idonei a fornire indicazioni false o fuorvianti in merito all’offerta, alla domanda o al prezzo di strumenti finanziari; - l’assunzione di posizioni a lungo termine con successivi acquisti e diffusione di notizie positive fuorvianti; - l’assunzione di posizioni a breve termine con successive vendite e diffusione di notizie negative fuorvianti; - il compimento di operazioni o ordini di compravendita che consentono, tramite l’azione di una o più persone che agiscono di concerto, di fissare il prezzo di mercato di uno o più strumenti finanziari ad un livello anomalo o artificiale;

- l’effettuazione di operazioni od ordini di compravendita che utilizzano artifizi od ogni altro tipo di inganno o di espediente; - l’utilizzazione di altri artifizi idonei a fornire indicazioni false o fuorvianti in merito all’offerta, alla domanda o al prezzo di strumenti finanziari.
Il reato può realizzarsi, ad esempio, attraverso la diffusione di notizie false circa le strategie aziendali ovvero mediante il compimento di operazioni simulate o altri artifizi sul capitale della società o della società controllante o di quelle controllate. La diffusione di notizie false può avvenire anche attraverso le relazioni semestrali o la relazione e redazione del bilancio di esercizio.

11 REATI DI OMICIDIO COLPOSO E LESIONI COLPOSE GRAVI O GRAVISSIME [art. 25-septies D.lgs. 231/2001] 

L’art. 25-septies del D.lgs. 231/2001 prevede la responsabilità amministrativa degli Enti per i reati di omicidio colposo e di lesioni colpose gravi o gravissime, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell'igiene e della salute sul lavoro. In particolare, la norma richiamata espressamente prevede: 1) In relazione ai delitti di cui agli articoli 589 e 590, terzo comma, del codice penale, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell'igiene e della salute sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non inferiore a mille quote. 2) Nel caso di condanna per uno dei delitti di cui al comma 1, si applicano le sanzioni interdittive di cui all'articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno.
L’art. 589 c.p. (Omicidio colposo) espressamente prevede: 1) Chiunque cagiona per colpa la morte di una persona è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. 2) Se il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle per la prevenzione degli infortuni sul lavoro la pena è della reclusione da uno a cinque anni. 3) Nel caso di morte di più persone, ovvero di morte di una o più persone e di lesioni di una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni dodici”.
L’art. 590 c.p. (Lesioni personali colpose) stabilisce: 1) Chiunque cagiona ad altri, per colpa, una lesione personale è punito con la reclusione fino a tre mesi o con la multa fino a lire seicentomila. 2) Se la lesione è grave la pena è della reclusione da uno a sei mesi o della multa da lire duecentoquarantamila a un milione duecentomila; se è gravissima, della reclusione da tre mesi a due anni o della multa da lire seicentomila a due milioni quattrocentomila. 3) Se i fatti di cui al precedente capoverso sono commessi con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, la pena per le lesioni gravi è della reclusione da due a sei mesi o della multa da lire quattrocentottantamila a un milione duecentomila; e la pena per lesioni gravissime è della reclusione da sei mesi a due anni o della multa da lire un milione duecentomila a due milioni quattrocentomila. 4) Nel caso di lesioni di più persone si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse, aumentata fino al triplo; ma la pena della reclusione non può superare gli anni cinque. 5) Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo nei casi previsti nel primo e secondo capoverso, limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale”.

12 REATI DI RICETTAZIONE, RICICLAGGIO, IMPIEGO DI DENARO, BENI O UTILITÀ DI PROVENIENZA ILLECITA [art. 25-octies D.lgs. 231/2001]

Il Decreto Legislativo 231 del 16 novembre 2007 ha introdotto nel D.lgs. 231/2001 l’art. 25octies che espressamente prevede la responsabilità amministrativa dell’ente per i reati di ricettazione, riciclaggio e di impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita.
Il medesimo Decreto legislativo 231 del 16 novembre 2007 espressamente abroga, all’art. 64, comma I, lett. f) i commi 5 e 6 dell’articolo 10 della legge 16 marzo 2006, n. 146, recante ratifica ed esecuzione della Convenzione e dei Protocolli delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale, adottati dall’Assemblea generale il 15 novembre 2000 e il 31 maggio 2001.
In forza di tale intervento legislativo i reati di riciclaggio e di impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita non rilevano più, ai fini dell’applicazione del D.lgs. 231/2001, solo se realizzati trasnazionalmente, ma rendono l’ente responsabile anche se commessi sul solo territorio dello Stato italiano.

12.1 Ricettazione

Art. 648 c.p.: ”Ricettazione” 1. Fuori dei casi di concorso di reato, chi, al fine di procurare a sè o ad altri un profitto acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque si intromette nel farli acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione da due a otto anni e con la multa da euro 516 a euro 10.329. 2. La pena è della reclusione sino a sei anni e della multa sino a euro 516 se il fatto è di particolare tenuità. 3. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando l’autore del delitto da cui il denaro o le cose provengono non è imputabile o non è punibile ovvero quando manchi una condizione di procedibilità riferita a tale delitto.
Per tale reato è richiesta la presenza di dolo specifico da parte di chi agisce, e cioè la coscienza e la volontà di trarre profitto, per sé stessi o per altri, dall’acquisto, ricezione od occultamento di beni di provenienza delittuosa.
E’ inoltre richiesta la conoscenza della provenienza delittuosa del denaro o del bene; la sussistenza di tale elemento psicologico potrebbe essere riconosciuta in presenza di circostanze gravi ed univoche - quali ad esempio la qualità e le caratteristiche del bene, le condizioni economiche e contrattuali inusuali dell’operazione, la condizione o la professione del possessore dei beni - da cui possa desumersi che nel soggetto che ha agito poteva formarsi la certezza della provenienza illecita del denaro o del bene.

12.2 Riciclaggio

Art. 648-bis c.p.: ” Riciclaggio” 1. Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l'identificazione della loro provenienza delittuosa, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da 1.032 euro a 15.493 euro. 2. La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell'esercizio di un'attività professionale.

3. La pena è diminuita se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni. 4. Si applica l'ultimo comma dell'articolo 648.
Le condotte sanzionate sono tre: - sostituzione di denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo: vi rientrano tutte le attività dirette ad incidere sul compendio criminoso, separando ogni possibile collegamento con il reato; - trasferimento degli stessi: è una specificazione della prima condotta e consiste nello spostamento dei valori di provenienza illecita da un soggetto ad un altro, in modo da far perdere le tracce della loro provenienza e della loro specifica destinazione; - compimento di altre operazioni, in modo tale da ostacolare l’identificazione della loro provenienza illecita: dato che “operazioni” è concetto di genere, non suscettibile di particolari limitazioni, il riciclaggio deve ritenersi, nella sostanza, un reato a forma libera.
Si ha il reato di riciclaggio anche quando l’autore del delitto da cui il denaro, beni o altre utilità provengono non sia imputabile o non sia punibile ovvero quando manchi una condizione di procedibilità riferita a tale delitto.

La clausola di riserva “fuori dai casi di concorso” è stata introdotta per rispettare il ne bis in idem: il successivo impiego del provento illecito rappresenta una naturale prosecuzione, quasi un perfezionamento della medesima condotta criminosa e dunque un post factum non punibile ai sensi dell’art. 648-bis cod. pen.. La dottrina ha osservato come l’attuale impunità dell’autore o partecipe nel reato presupposto si risolva spesso in una sorta di privilegio in confronto ai soggetti responsabili di riciclaggio e comporti nella prassi una mancata applicazione della norma.
Il reato in esame si realizza qualora la Società sostituisca o trasferisca denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compia in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa.
Possibili occasioni: - costituzione o partecipazione ad un’associazione finalizzata ad attività di riciclaggio a livello transnazionale; - investimenti con il patrimonio libero; - vendita o locazione di immobili di proprietà; - adempimenti antiriciclaggio; - movimentazioni economiche relative ad ogni genere di rapporti finanziari.

12.3 Impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita

Art. 648-ter c.p.: ” Impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita” 1.Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli articoli 648 e 648-bis, impiega in attività economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da 1.032 euro a 15.493 euro. 2.La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell'esercizio di un'attività professionale. 3.La pena è diminuita nell'ipotesi di cui al secondo comma dell'articolo 648.
La sussidiarietà di tale norma rispetto ai reati di ricettazione e riciclaggio non lascia molto spazio alla fattispecie in esame: sembra, infatti, difficile immaginare un impiego in attività
economiche o finanziarie che non sia, appunto, un modo con cui il denaro sporco viene riciclato.

13 VIOLAZIONE DEL DIRITTO D’AUTORE [art. 25-novies D.lgs. 231/2001]

La norma contempla alcuni reati previsti dalla L. 633/1941 a protezione del diritto d’autore (e, in particolare degli artt. 171, 171-bis, 171-ter, 171-septies e 171-octies), quali, ad esempio: − la diffusione senza averne diritto, di copie di opere dell’ingegno protette attraverso l’immissione su reti telematiche; − la duplicazione abusiva e la diffusione nel territorio dello Stato di programmi informatici senza la preventiva comunicazione alla SIAE; − l’abusiva riproduzione, trasmissione e diffusione di opere dell’ingegno (letterarie, cinematografiche, musicali, scientifiche, didattiche, ecc..). Sono previste sanzioni pecuniarie sino ad un massimo di € 774.500 ed interdittive fino ad 1 anno.

Art. 171 l. n. 633/194112 Salvo quanto disposto dall'art. 171-bis e dall'articolo 171-ter è punito con la multa da euro 51 a euro 2.065 chiunque, senza averne diritto, a qualsiasi scopo e in qualsiasi forma: […] a-bis) mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un'opera dell'ingegno protetta, o parte di essa; […]
La pena è la reclusione fino ad un anno o la multa non inferiore a euro 516 se i reati di cui sopra sono commessi sopra una opera altrui non destinata alla pubblicità, ovvero con usurpazione della paternità dell'opera, ovvero con deformazione, mutilazione o altra modificazione dell'opera medesima, qualora ne risulti offesa all'onore od alla reputazione dell'autore.

Art. 171-bis l. n. 633/1941 1. Chiunque abusivamente duplica, per trarne profitto, programmi per elaboratore o ai medesimi fini importa, distribuisce, vende, detiene a scopo commerciale o imprenditoriale o concede in locazione programmi contenuti in supporti non contrassegnati dalla Società italiana degli autori ed editori (SIAE), è soggetto alla pena della reclusione da sei mesi a tre anni e della multa da euro 2.582 a euro 15.493. La stessa pena si applica se il fatto concerne qualsiasi mezzo inteso unicamente a consentire o facilitare la rimozione arbitraria o l'elusione funzionale di dispositivi applicati a protezione di un programma per elaboratori. La pena non è inferiore nel minimo a due anni di reclusione e la multa a euro 15.493 se il fatto è di rilevante gravità. 2. Chiunque, al fine di trarne profitto, su supporti non contrassegnati SIAE riproduce, trasferisce su altro supporto, distribuisce, comunica, presenta o dimostra in pubblico il contenuto di una banca di dati in violazione delle disposizioni di cui agli articoli 64-quinquies e 64-sexies, ovvero esegue l'estrazione o il reimpiego della banca di dati in violazione delle disposizioni di cui agli articoli 102-bis e 102-ter, ovvero distribuisce, vende o concede in locazione una banca di dati, è soggetto alla pena della reclusione da sei mesi a tre anni e della multa da euro 2.582 a euro 15.493. La pena non è inferiore nel minimo a due anni di reclusione e la multa a euro 15.493 se il fatto è di rilevante gravità.


Art. 171-ter l. n. 633/1941 1. È punito, se il fatto è commesso per uso non personale, con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 2.582 a euro 15.493 chiunque a fini di lucro:

a) abusivamente duplica, riproduce, trasmette o diffonde in pubblico con qualsiasi procedimento, in tutto o in parte, un'opera dell'ingegno destinata al circuito televisivo, cinematografico, della vendita o del noleggio, dischi, nastri o supporti analoghi ovvero ogni altro supporto contenente fonogrammi o videogrammi di opere musicali, cinematografiche o audiovisive assimilate o sequenze di immagini in movimento;

b) abusivamente riproduce, trasmette o diffonde in pubblico, con qualsiasi procedimento, opere o parti di opere letterarie, drammatiche, scientifiche o didattiche, musicali o drammatico-musicali, ovvero multimediali, anche se inserite in opere collettive o composite o banche dati;

c) pur non avendo concorso alla duplicazione o riproduzione, introduce nel territorio dello Stato, detiene per la vendita o la distribuzione, o distribuisce, pone in commercio, concede in noleggio o comunque cede a qualsiasi titolo, proietta in pubblico, trasmette a mezzo della televisione con qualsiasi procedimento, trasmette a mezzo della radio, fa ascoltare in pubblico le duplicazioni o riproduzioni abusive di cui alle lettere a) e b);

d) detiene per la vendita o la distribuzione, pone in commercio, vende, noleggia, cede a qualsiasi titolo, proietta in pubblico, trasmette a mezzo della radio o della televisione con qualsiasi procedimento, videocassette, musicassette, qualsiasi supporto contenente fonogrammi o videogrammi di opere musicali, cinematografiche o audiovisive o sequenze di immagini in movimento, od altro supporto per il quale è prescritta, ai sensi della presente legge, l'apposizione di contrassegno da parte della Società italiana degli autori ed editori (S.I.A.E.), privi del contrassegno medesimo o dotati di contrassegno contraffatto o alterato;

e) in assenza di accordo con il legittimo distributore, ritrasmette o diffonde con qualsiasi mezzo un servizio criptato ricevuto per mezzo di apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni ad accesso condizionato;

f) introduce nel territorio dello Stato, detiene per la vendita o la distribuzione, distribuisce, vende, concede in noleggio, cede a qualsiasi titolo, promuove commercialmente, installa dispositivi o elementi di decodificazione speciale che consentono l'accesso ad un servizio criptato senza il pagamento del canone dovuto.

f-bis) fabbrica, importa, distribuisce, vende, noleggia, cede a qualsiasi titolo, pubblicizza per la vendita o il noleggio, o detiene per scopi commerciali, attrezzature, prodotti o componenti ovvero presta servizi che abbiano la prevalente finalità o l'uso commerciale di eludere efficaci misure tecnologiche di cui all'art. 102-quater ovvero siano principalmente progettati, prodotti, adattati o realizzati con la finalità di rendere possibile o facilitare l'elusione di predette misure. Fra le misure tecnologiche sono comprese quelle applicate, o che residuano, a seguito della rimozione delle misure medesime conseguentemente a iniziativa volontaria dei titolari dei diritti o ad accordi tra questi ultimi e i beneficiari di eccezioni, ovvero a seguito di esecuzione di provvedimenti dell'autorità amministrativa o giurisdizionale;

h) abusivamente rimuove o altera le informazioni elettroniche di cui all'articolo 102¬ quinquies, ovvero distribuisce, importa a fini di distribuzione, diffonde per radio o per televisione, comunica o mette a disposizione del pubblico opere o altri materiali protetti dai quali siano state rimosse o alterate le informazioni elettroniche stesse.

2. È punito con la reclusione da uno a quattro anni e con la multa da da euro 2.582 a euro 15.493 chiunque:

a) riproduce, duplica, trasmette o diffonde abusivamente, vende o pone altrimenti in commercio, cede a qualsiasi titolo o importa abusivamente oltre cinquanta copie o esemplari di opere tutelate dal diritto d'autore e da diritti connessi; a-bis) in violazione dell'art. 16, a fini di lucro, comunica al pubblico immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un'opera dell'ingegno protetta dal diritto d'autore, o parte di essa;

b) esercitando in forma imprenditoriale attività di riproduzione, distribuzione, vendita o commercializzazione, importazione di opere tutelate dal diritto d'autore e da diritti connessi, si rende colpevole dei fatti previsti dal comma 1; c) promuove o organizza le attività illecite di cui al comma 1. 3. La pena è diminuita se il fatto è di particolare tenuità. 4. La condanna per uno dei reati previsti nel comma 1 comporta: a) l'applicazione delle pene accessorie di cui agli articoli 30 e 32-bis del codice penale; b) la pubblicazione della sentenza in uno o più quotidiani, di cui almeno uno a diffusione nazionale, e in uno o più periodici specializzati; c) la sospensione per un periodo di un anno della concessione o autorizzazione di diffusione radiotelevisiva per l'esercizio dell'attività produttiva o commerciale. 5. Gli importi derivanti dall'applicazione delle sanzioni pecuniarie previste dai precedenti commi sono versati all'Ente nazionale di previdenza ed assistenza per i pittori e scultori, musicisti, scrittori ed autori drammatici.

Art. 171-septies l. n. 633/1941 1. La pena di cui all'articolo 171-ter, comma 1, si applica anche: a) ai produttori o importatori dei supporti non soggetti al contrassegno di cui all'articolo 181-bis, i quali non comunicano alla SIAE entro trenta giorni dalla data di immissione in commercio sul territorio nazionale o di importazione i dati necessari alla univoca identificazione dei supporti medesimi; b) salvo che il fatto non costituisca più grave reato, a chiunque dichiari falsamente l'avvenuto assolvimento degli obblighi di cui all'articolo 181-bis, comma 2, della presente legge.

Art. 171-octies l. n. 633/1941 1. Qualora il fatto non costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 2.582 a euro 25.822 chiunque a fini fraudolenti produce, pone in vendita, importa, promuove, installa, modifica, utilizza per uso pubblico e privato apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni audiovisive ad accesso condizionato effettuate via etere, via satellite, via cavo, in forma sia analogica sia digitale. Si intendono ad accesso condizionato tutti i segnali audiovisivi trasmessi da emittenti italiane o estere in forma tale da rendere gli stessi . visibili esclusivamente a gruppi chiusi di utenti selezionati dal soggetto che effettua l'emissione del segnale, indipendentemente dalla imposizione di un canone per la fruizione di tale servizio. 2. La pena non è inferiore a due anni di reclusione e la multa a euro15.493 se il fatto è di rilevante gravità. 

14 REATI IN MATERIA DI DICHIARAZIONI ALL’AUTORITÀ GIUDIZIARIA [art. 25-decies D.lgs. 231/2001]

Art. 377-bis c.p.: “Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria” Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, con violenza o minaccia, o con offerta o promessa di denaro o di altra utilità, induce a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci la persona chiamata a rendere davanti alla autorità giudiziaria dichiarazioni utilizzabili in un procedimento penale, quando questa ha la facoltà di non rispondere, è punito con la reclusione da due a sei anni
Il reato può configurarsi, con riferimento ad ipotesi di indagini o di procedimenti giudiziari penali riguardanti o connessi con l’attività aziendale anche a livello nazionale.

15 REATI AMBIENTALI [art. 25-undecies D.lgs. 231/2001]
15.1 Reati inerenti alle specie e ai siti protetti

Art. 727-bis c.p.: “Uccisione, distruzione, cattura, prelievo, detenzione di esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette” Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, fuori dai casi consentiti, uccide, cattura o detiene esemplari appartenenti ad una specie animale selvatica protetta e' punito con l'arresto da uno a sei mesi o con l'ammenda fino a 4. 000 euro, salvo i casi in cui l'azione riguardi una quantità trascurabile di tali esemplari e abbia un impatto trascurabile sullo stato di conservazione della specie. Chiunque, fuori dai casi consentiti, distrugge, preleva o detiene esemplari appartenenti ad una specie vegetale selvatica protetta e' punito con l'ammenda fino a 4. 000 euro, salvo i casi in cui l'azione riguardi una quantità trascurabile di tali esemplari e abbia un impatto trascurabile sullo stato di conservazione della specie.
Ai fini dell'applicazione dell'articolo 727-bis del codice penale, per specie animali o vegetali selvatiche protette si intendono quelle indicate nell'allegato IV (“Specie animali e vegetali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa”) della direttiva 92/43/CE e nell'allegato I della direttiva 2009/147/CE concernente la conservazione degli uccelli selvatici.

Art. 733-bis c.p.: “Distruzione o deterioramento di habitat all'interno di un sito protetto” Chiunque, fuori dai casi consentiti, distrugge un habitat all'interno di un sito protetto o comunque lo deteriora compromettendone lo stato di conservazione, e' punito con l'arresto fino a diciotto mesi e con l'ammenda non inferiore a 3. 000 euro.
Ai fini dell'applicazione dell'articolo 733-bis del codice penale per 'habitat all'interno di un sito protetto' si intende qualsiasi habitat di specie per le quali una zona sia classificata come zona a tutela speciale a norma dell'articolo 4, paragrafi 1 o 2, della direttiva 2009/147/CE, o qualsiasi habitat naturale o un habitat di specie per cui un sito sia designato come zona speciale di conservazione a norma dell'art. 4, paragrafo 4, della direttiva 92/43/CE.
15.2 Reati previsti dal Testo Unico sull’Ambiente (D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)

Art. 137: “Sanzioni penali” (in merito alla Parte Terza del Testo Unico sull’Ambiente “Norme in materia di difesa del suolo e lotta alla desertificazione, di tutela delle acque dall'inquinamento e di gestione delle risorse idriche”) 1. omissis 2. Quando le condotte descritte al comma 113 riguardano gli scarichi di acque reflue industriali14 contenenti le sostanze pericolose comprese nelle famiglie e nei gruppi di sostanze indicate nelle tabelle 515 e 3/A16 dell'Allegato 5 alla parte terza del presente decreto, la pena è dell'arresto da tre mesi a tre anni.


3. Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui al comma 5, effettui uno scarico di acque reflue industriali contenenti le sostanze pericolose comprese nelle famiglie e nei gruppi di sostanze indicate nelle tabelle 5 e 3/A dell'Allegato 5 alla parte terza del presente decreto senza osservare le prescrizioni dell'autorizzazione, o le altre prescrizioni dell'autorità competente a norma degli articoli 107, comma 1, e 108, comma 4, è punito con l'arresto fino a due anni. 4. omissis 5. Chiunque, in relazione alle sostanze indicate nella tabella 5 dell’Allegato 5 alla Parte III del presente decreto, nell’effettuazione di uno scarico di acque reflue industriali, superi i valori limite fissati nella tabella 3 o, nel caso di scarico sul suolo, nella tabella 4 dell’Allegato 5 alla parte terza del presente decreto, oppure i limiti più restrittivi fissati dalle regioni o dalle province autonome o dall’Autorità competente a norma dell’art. 107, comma 1, è punito con l’arresto fino a 2 anni e con l’ammenda da 3.000 euro a 30.000 euro. Se sono superati anche i valori limite fissati per le sostanze contenute nella tabella 3/A del medesimo Allegato 5, si applica l'arresto da sei mesi a tre anni e l'ammenda da seimila euro a centoventimila euro. 6. - 10. omissis 11. Chiunque non osservi i divieti di scarico previsti dagli articoli 103 (“Scarichi sul suolo”) e 104 (“Scarichi nel sottosuolo e nelle acque sotterranee”) è punito con l'arresto sino a tre anni. 12. omissis 13. Si applica sempre la pena dell'arresto da due mesi a due anni se lo scarico nelle acque del mare da parte di navi od aeromobili contiene sostanze o materiali per i quali è imposto il divieto assoluto di sversamento ai sensi delle disposizioni contenute nelle convenzioni internazionali vigenti in materia e ratificate dall'Italia, salvo che siano in quantità tali da essere resi rapidamente innocui dai processi fisici, chimici e biologici, che si verificano naturalmente in mare e purché in presenza di preventiva autorizzazione da parte dell'autorità competente. 14.omissis

Art. 256: “Attività di gestione di rifiuti non autorizzata” 1. Chiunque effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione di cui agli articoli 20817, 20918, 21019, 21120, 21221,21422, 21523 e 21624 è punito: a) con la pena dell'arresto da tre mesi a un anno o con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti non pericolosi; b) con la pena dell'arresto da sei mesi a due anni e con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti pericolosi. 2. omissis 3. Chiunque realizza o gestisce una discarica non autorizzata è punito con la pena dell'arresto da sei mesi a due anni e con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro. Si applica la pena
azotati, Composti organici alogenati (compresi i pesticidi clorurati), Pesticidi fosforiti, Composti organici dello stagno, Sostanze classificate contemporaneamente «cancerogene» (R45) e «pericolose per l'ambiente acquatico» (R50 e 51/53) ai sensi del decreto legislativo 3 febbraio 1997, n. 52, e successive modifiche 16 Cadmio,Mercurio, Esaclorocicloesano (HCH), DDT, Pentaclorofenolo (PCP),Aldrin, dieldrin, endrin, isodrin, Esaclorobenzene (HCB), Esaclorobutadiene (HCBB), Cloroformio,Tetracloruro di carbonio (TETRA), dicloroetano (EDC), Tricloroetilene (TRI), Triclorobenzene (TCB),Percloroetilene (PER) 17 art. 208 “Autorizzazione unica per i nuovi impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti” 18 art. 209 “Rinnovo delle autorizzazioni alle imprese in possesso di certificazione ambientale” 19 art. 210 “Autorizzazioni in ipotesi particolari” (articolo abrogato dall'articolo 39, comma 3, d.lgs. n. 205 del 2010) 20 art. 211 “Autorizzazione di impianti di ricerca e di sperimentazione” 21 art. 212 “Albo nazionale gestori ambientali” 22 art. 214 “Determinazione delle attività e delle caratteristiche dei rifiuti per l'ammissione alle procedure semplificate” 23 art. 215 “Autosmaltimento” 24 art. 216 “Operazioni di recupero” dell'arresto da uno a tre anni e dell'ammenda da euro cinquemiladuecento a euro cinquantaduemila se la discarica è destinata, anche in parte, allo smaltimento di rifiuti pericolosi.

Alla sentenza di condanna o alla sentenza emessa ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, consegue la confisca dell'area sulla quale è realizzata la discarica abusiva se di proprietà dell'autore o del compartecipe al reato, fatti salvi gli obblighi di bonifica o di ripristino dello stato dei luoghi. 4. Le pene di cui ai commi 1, 2 e 3 sono ridotte della metà nelle ipotesi di inosservanza delle prescrizioni contenute o richiamate nelle autorizzazioni, nonché nelle ipotesi di carenza dei requisiti e delle condizioni richiesti per le iscrizioni o comunicazioni. 5. Chiunque, in violazione del divieto di cui all'articolo 187 (“Divieto di miscelazione di rifiuti pericolosi”), effettua attività non consentite di miscelazione di rifiuti, è punito con la pena di cui al comma 1, lettera b). 6. Chiunque effettua il deposito temporaneo presso il luogo di produzione di rifiuti sanitari pericolosi, con violazione delle disposizioni di cui all'articolo 227, comma 1, lettera b)25, è punito con la pena dell'arresto da tre mesi ad un anno o con la pena dell'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro. omissis. 7. -9. omissis

Art. 257: “Bonifica dei siti” 1. Chiunque cagiona l'inquinamento del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali o delle acque sotterranee con il superamento delle concentrazioni soglia di rischio è punito con la pena dell'arresto da sei mesi a un anno o con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro, se non provvede alla bonifica in conformità al progetto approvato dall'autorità competente nell'ambito del procedimento di cui agli articoli 242 (“Procedure operative ed amministrative” per la Bonifica di siti contaminati) e seguenti. In caso di mancata effettuazione della comunicazione di cui all'articolo 24226, il trasgressore è punito con la pena dell'arresto da tre mesi a un anno o con l'ammenda da mille euro a ventiseimila euro. 2. Si applica la pena dell'arresto da un anno a due anni e la pena dell'ammenda da cinquemiladuecento euro a cinquantaduemila euro se l'inquinamento è provocato da sostanze pericolose. 3. - 4. omissis

Art. 258: “Violazione degli obblighi di comunicazione, di tenuta dei registri obbligatori e dei formulari” 1. - 3. omissis 4. omissis. Si applica la pena di cui all'articolo 483 del codice penale27 a chi, nella predisposizione di un certificato di analisi di rifiuti, fornisce false indicazioni sulla natura, sulla composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti e a chi fa uso di un certificato falso durante il trasporto.

25 Art. 227 “Rifiuti elettrici ed elettronici, rifiuti sanitari, veicoli fuori uso e prodotti contenenti amianto” Restano ferme le disposizioni speciali, nazionali e comunitarie relative alle altre tipologie di rifiuti, ed in particolare quelle riguardanti: a) omissis b) rifiuti sanitari: d.P.R. 15 luglio 2003, n. 254; 26 “ L'operatore deve far precedere gli interventi di cui al comma 1 da apposita comunicazione al comune, alla provincia, alla regione, o alla provincia autonoma nel cui territorio si prospetta l'evento lesivo, nonché al Prefetto della provincia che nelle ventiquattro ore successive informa il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Tale comunicazione deve avere ad oggetto tutti gli aspetti pertinenti della situazione, ed in particolare le generalità dell'operatore, le caratteristiche del sito interessato, le matrici ambientali presumibilmente coinvolte e la descrizione degli interventi da eseguire. La comunicazione, non appena pervenuta al comune, abilita immediatamente l'operatore alla realizzazione degli interventi di cui al comma 1” 27 art. 483 cp “Falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico” 1. Chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità, è punito con la reclusione fino a due anni 2. Se si tratta di false attestazioni in atti dello stato civile, la reclusione non può essere inferiore a tre mesi.

Art. 259: “Traffico illecito di rifiuti” 1. Chiunque effettua una spedizione di rifiuti costituente traffico illecito ai sensi dell'articolo 2628 del regolamento (CEE) 1° febbraio 1993, n. 259 (“relativo alla sorveglianza e al controllo delle spedizioni di rifiuti all'interno della Comunità europea, nonché in entrata e in uscita dal suo territorio”), o effettua una spedizione di rifiuti elencati nell'Allegato II (“LISTA VERDE DI RIFIUTI”) del citato regolamento in violazione dell'articolo 1, comma 3, lettere a), b), e) e d), del regolamento stesso è punito con la pena dell'ammenda da millecinquecentocinquanta euro a ventiseimila euro e con l'arresto fino a due anni. La pena è aumentata in caso di spedizione di rifiuti pericolosi. 2. omissis

Art. 260: “Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti” 1. Chiunque, al fine di conseguire un ingiusto profitto, con più operazioni e attraverso l'allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, cede, riceve, trasporta, esporta, importa, o comunque gestisce abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti è punito con la reclusione da uno a sei anni. 2. Se si tratta di rifiuti ad alta radioattività si applica la pena della reclusione da tre a otto anni. 3. - 4. omissis

Art. 260-bis: “Sistema informatico di controllo della tracciabilità dei rifiuti” 1. -5. omissis 6. Si applica la pena di cui all’articolo 483 c.p.29 a colui che, nella predisposizione di un certificato di analisi di rifiuti, utilizzato nell’ambito del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti fornisce false indicazioni sulla natura, sulla composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti e a chi inserisce un certificato falso nei dati da fornire ai fini della tracciabilità dei rifiuti. 7. omissis. Si applica la pena di cui all’art. 483 del codice penale in caso di trasporto di rifiuti pericolosi. Tale ultima pena si applica anche a colui che, durante il trasporto fa uso di un certificato di analisi di rifiuti contenente false indicazioni sulla natura, sulla composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti trasportati. 8. Il trasportatore che accompagna il trasporto di rifiuti con una copia cartacea della scheda SISTRI - AREA Movimentazione fraudolentemente alterata è punito con la pena prevista dal combinato disposto degli articoli 477 (“Falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in certificati o autorizzazioni amministrative”) e 482 (“Falsità materiale commessa dal privato”)30 del codice penale. La pena è aumentata fino ad un terzo nel caso di rifiuti pericolosi. 9. - 9-ter. omissis

Art. 279: “Sanzioni” (in merito alla Parte Quinta del Testo Unico sull’Ambiente “Norme in materia di tutela dell'aria e di riduzione delle emissioni in atmosfera”) 1. omissis
28 Costituisce traffico illecito qualsiasi spedizione di rifiuti: a) effettuata senza che la notifica sia stata inviata a tutte le autorità competenti interessate conformemente al presente regolamento, o; b) effettuata senza il consenso delle autorità competenti interessate, ai sensi del presente regolamento, o; c) effettuata con il consenso delle autorità competenti interessate ottenuto mediante falsificazioni, false dichiarazioni o frode, o; d) non concretamente specificata nel documento di accompagnamento, o; e) che comporti uno smaltimento o un ricupero in violazione delle norme comunitarie o internazionali, o; f) contraria alle disposizioni degli articoli 14, 16, 19 e 21. 29 vedi nota 25 30 Art. 477 c.p. “Il pubblico ufficiale, che, nell'esercizio delle sue funzioni, contraffà o altera certificati o autorizzazioni amministrative, ovvero, mediante contraffazione o alterazione, fa apparire adempiute le condizioni richieste per la loro validità, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.” Art. 482 c.p. “Se alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 476, 477 e 478 è commesso da un privato, ovvero da un pubblico ufficiale fuori dell'esercizio delle sue funzioni, si applicano rispettivamente le pene stabilite nei detti articoli, ridotte di un terzo”

2. Chi, nell'esercizio di uno stabilimento, viola i valori limite di emissione o le prescrizioni stabiliti dall'autorizzazione, dagli Allegati I, II, III o V31 alla parte quinta del presente decreto, dai piani e dai programmi o dalla normativa di cui all'articolo 271 (“Valori limite di emissione e prescrizioni per gli impianti e le attività”) o le prescrizioni altrimenti imposte dall'autorità competente ai sensi del presente titolo è punito con l'arresto fino ad un anno o con l'ammenda fino a 1.032 euro. Se i valori limite o le prescrizioni violati sono contenuti nell'autorizzazione integrata ambientale si applicano le sanzioni previste dalla normativa che disciplina tale autorizzazione. 3. - 4. omissis 5. Nei casi previsti dal comma 2 si applica sempre la pena dell'arresto fino ad un anno se il superamento dei valori limite di emissione determina anche il superamento dei valori limite di qualità dell'aria previsti dalla vigente normativa 6. - 7. omissis

15.3 Reati in materia di commercio internazionale di animali in via di estinzione (L. 7 febbraio 1992, n. 150)

Art. 1. 1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno e con l’ammenda da lire quindici milioni a lire centocinquanta milioni chiunque in violazione di quanto previsto dal regolamento (CE) 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996, e successive attuazioni e modificazioni, per gli esemplari appartenenti alle specie elencate nell’allegato A del Regolamento medesimo e successive modificazioni: a) importa, esporta o riesporta esemplari, sotto qualsiasi regime doganale, senza il prescritto certificato o licenza, ovvero con certificato o licenza non validi ai sensi dell’articolo 11, comma 2a del regolamento(CE) 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996, e successive attuazioni e modificazioni; b) omette di osservare le prescrizioni finalizzate all’incolumità degli esemplari, specificate in una licenza o in un certificato rilasciati in conformità al Regolamento(CE) 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996, e successive attuazioni e modificazioni e del Regolamento (CE) n. 939/97 della Commissione del 26 maggio 1997 e successive modificazioni; c) utilizza i predetti esemplari in modo difforme dalle prescrizioni contenute nei provvedimenti autorizzativi o certificativi rilasciati unitamente alla licenza di importazione o certificati successivamente; d) trasporta o fa transitare, anche per conto terzi, esemplari senza la licenza o il certificato prescritti, rilasciati in conformità del regolamento(CE) 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996, e successive attuazioni e modificazioni e del Regolamento (CE) n. 939/97 della Commissione del 26 maggio 1997 e successive modificazioni e, nel caso di esportazione o riesportazione da un Paese terzo parte contraente della Convenzione di Washington, rilasciati in conformità della stessa, ovvero senza una prova sufficiente della loro esistenza; e) commercia piante riprodotte artificialmente in contrasto con le prescrizioni stabilite in base all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), del Regolamento(CE) 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996, e successive attuazioni e modificazioni e del Regolamento (CE) n. 939/97 della Commissione del 26 maggio 1997 e successive modificazioni; f) detiene, utilizza per scopi di lucro, acquista, vende, espone o detiene per la vendita o per fini commerciali, offre in vendita o comunque cede esemplari senza la prescritta documentazione. 2. In caso di recidiva, si applica la sanzione dell’arresto da tre mesi a due anni e dell’ammenda da lire venti milioni a lire duecento milioni. Qualora il reato suddetto viene commesso nell’esercizio di

31 Allegati alla Parte Quinta: - ALLEGATO I - Valori di emissione e prescrizioni - ALLEGATO II - Grandi impianti di combustione - ALLEGATO III - Emissioni di composti organici volati - ALLEGATO V - Polveri e sostanze organiche liquide attività di impresa, alla condanna consegue la sospensione della licenza da un minimo di sei mesi ad un massimo di diciotto mesi. 3. omissis

Art. 2. 1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con l’ammenda da lire venti milioni a lire duecento milioni o con l'arresto da tre mesi ad un anno ,chiunque in violazione di quanto previsto dal regolamento (CE) 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996, e successive attuazioni e modificazioni, per gli esemplari appartenenti alle specie elencate negli allegati B e C del Regolamento medesimo:

a) importa, esporta o riesporta esemplari, sotto qualsiasi regime doganale, senza il prescritto certificato o licenza, ovvero con certificato o licenza non validi ai sensi dell’articolo 11, comma 2a del regolamento(CE) 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996, e successive attuazioni e modificazioni;

b) omette di osservare le prescrizioni finalizzate all’incolumità degli esemplari, specificate in una licenza o in un certificato rilasciati in conformità al Regolamento(CE) 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996, e successive attuazioni e modificazioni e del Regolamento (CE) n. 939/97 della Commissione del 26 maggio 1997 e successive modificazioni;

c) utilizza i predetti esemplari in modo difforme dalle prescrizioni contenute nei provvedimenti autorizzativi o certificativi rilasciati unitamente alla licenza di importazione o certificati successivamente;

d) trasporta o fa transitare, anche per conto terzi, esemplari senza licenza o il certificato prescritti, rilasciati in conformità del regolamento(CE) 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996, e successive attuazioni e modificazioni e del Regolamento (CE) n. 939/97 della Commissione del 26 maggio 1997 e successive modificazioni e, nel caso di esportazione o riesportazione da un Paese terzo parte contraente della Convenzione di Washington, rilasciati in conformità della stessa, ovvero senza una prova sufficiente della loro esistenza;

e) commercia piante riprodotte artificialmente in contrasto con le prescrizioni stabilite in base all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), del Regolamento(CE) 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996, e successive attuazioni e modificazioni e del Regolamento (CE) n. 939/97 della Commissione del 26 maggio 1997 e successive modificazioni;

f) detiene, utilizza per scopi di lucro, acquista, vende, espone o detiene per la vendita o per fini commerciali, offre in vendita o comunque cede esemplari senza la prescritta documentazione, limitatamente alle specie di cui all'Allegato B del Regolamento 2. In caso di recidiva, si applica la sanzione dell’arresto da tre mesi a un anno e dell’ammenda da lire venti milioni a lire duecento milioni. Qualora il reato suddetto viene commesso nell’esercizio di attività di impresa, alla condanna consegue la sospensione della licenza da un minimo di quattro mesi ad un massimo di dodici mesi. 3. - 5. omissis

Articolo 3 bis. 1. Alle fattispecie previste dall'articolo 16, paragrafo 1 lettere a), c), d), e), ed l) del Regolamento (CE) n. 338/97 del Consiglio del 9 dicembre 1996 e successive modificazione in materia di falsificazione o alterazione di certificati, licenze, notifiche di importazione, dichiarazioni, comunicazioni di informazioni al fine di acquisizione di una licenza o di un certificato, di uso di certificati o licenze falsi o alterati si applicano le pene di cui al Libro II, Titolo VII, Capo III (“Della falsità in atti”) del Codice Penale. 2. omissis

Art. 6. 1. Fatto salvo quanto previsto dalla L. 11 febbraio 1992, n. 157 (2), è vietato a chiunque detenere esemplari vivi di mammiferi e rettili di specie selvatica ed esemplari vivi di mammiferi e rettili provenienti da riproduzioni in cattività che costituiscano pericolo per la salute e per l’incolumità pubblica.

2. - 3. omissis 4. Chiunque contravviene alle disposizioni di cui al comma 1 è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda da lire quindici milioni a lire duecento milioni 5. - 6. omissis


15.4 Reati in materia di tutela dell’ozono stratosferico e dell’ambiente (L. 28 dicembre 1993, n. 549)

Art.3: “Cessazione e riduzione dell'impiego delle sostanze lesive”

1. La produzione, il consumo, l'importazione, l'esportazione, la detenzione e la commercializzazione delle sostanze lesive di cui alla tabella A (“Sostanze lesive dell'ozono stratosferico”)32 allegata alla presente legge sono regolati dalle disposizioni di cui al regolamento (CE) n. 3093/94.

2. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge e' vietata l'autorizzazione di impianti che prevedano l'utilizzazione delle sostanze di cui alla tabella A allegata alla presente legge, fatto salvo quanto disposto dal regolamento (CE) n. 3093/94.

3. Con decreto del Ministro dell'ambiente, di concerto con il Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato, sono stabiliti, in conformita' alle disposizioni ed ai tempi del programma di eliminazione progressiva di cui al regolamento (CE) n. 3093/94, la data fino alla quale e' consentito l'utilizzo di sostanze di cui alla tabella A, allegata alla presente legge, per la manutenzione e la ricarica di apparecchi e di impianti gia' venduti ed installati alla data di entrata in vigore della presente legge, ed i tempi e le modalita' per la cessazione dell'utilizzazione delle sostanze di cui alla tabella B (“Sostanze sottoposte al particolare regime di controllo previsto dalla legge”)33, allegata alla presente legge, e sono altresi' individuati gli usi essenziali delle sostanze di cui alla tabella B, relativamente ai quali possono essere concesse deroghe a quanto previsto dal presente comma. La produzione, l'utilizzazione, la commercializzazione, l'importazione e l'esportazione delle sostanze di cui alle tabelle A e B allegate alla presente legge cessano il 31 dicembre 2008, fatte salve le sostanze, le lavorazioni e le produzioni non comprese nel campo di applicazione del regolamento (CE) n. 3093/94, secondo le definizioni ivi previste.

4. L'adozione di termini diversi da quelli di cui al comma 3, derivati dalla revisione in atto del regolamento (CE) n. 3093/94, comporta la sostituzione dei termini indicati nella presente legge ed il contestuale adeguamento ai nuovi termini.

5. Le imprese che intendono cessare la produzione e l'utilizzazione delle sostanze di cui alla tabella B, allegata alla presente legge, prima dei termini prescritti possono concludere appositi accordi di programma con i Ministeri dell'industria, del commercio e dell'artigianato e dell'ambiente, al fine di usufruire degli incentivi di cui all'articolo 10, con priorita' correlata all'anticipo dei tempi di dismissione, secondo le modalita' che saranno fissate con decreto del Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato, d'intesa con il Ministro dell'ambiente. 6. Chiunque viola le disposizioni di cui al presente articolo e' punito con l'arresto fino a due anni e con l'ammenda fino al triplo del valore delle sostanze utilizzate per fini produttivi, importate o commercializzate. Nei casi piu' gravi, alla condanna consegue la revoca dell'autorizzazione o della licenza in base alla quale viene svolta l'attivita' constituente illecito.


32 Sostanze lesive dell'ozono stratosferico. - Gruppo I: Idrocarburi completamente alogenati contenenti fluoro e cloro (clofluorocarburi,CFC); - Gruppo II: Idrocarburi completamente alogenati contenenti anche bromo (halons); - Gruppo III: tricloroetano; - Gruppo IV: tetracloruro di carbonio. 33 Sostanze sottoposte al particolare regime di controllo previsto dalla legge. - cloruro di metile; - bromuro di metile; - idrocarburi parzialmente alogenati della serie HCFC e HBFC.

15.5 Reati in materia di inquinamento provocato dalle navi (D.Lgs. 6 novembre 2007, n. 202)

Art.8: “Inquinamento doloso” 1. Salvo che il fatto costituisca piu' grave reato, il Comandante di una nave, battente qualsiasi bandiera, nonche' i membri dell'equipaggio, il proprietario e l'armatore della nave, nel caso in cui la violazione sia avvenuta con il loro concorso, che dolosamente violano le disposizioni dell'art. 434 sono puniti con l'arresto da sei mesi a due anni e con l'ammenda da euro 10.000 ad euro 50.000. 2. Se la violazione di cui al comma 1 causa danni permanenti o, comunque, di particolare gravita', alla qualita' delle acque, a specie animali o vegetali o a parti di queste, si applica l'arresto da uno a tre anni e l'ammenda da euro 10.000 ad euro 80.000. 3. Il danno si considera di particolare gravita' quando l'eliminazione delle sue conseguenze risulta di particolare complessita' sotto il profilo tecnico, ovvero particolarmente onerosa o conseguibile solo con provvedimenti eccezionali.

Art.8: “Inquinamento colposo” 1. Salvo che il fatto costituisca piu' grave reato, il Comandante di una nave, battente qualsiasi bandiera, nonche' i membri dell'equipaggio, il proprietario e l'armatore della nave, nel caso in cui la violazione sia avvenuta con la loro cooperazione, che violano per colpa le disposizioni dell'art. 4, sono puniti con l'ammenda da euro 10.000 ad euro 30.000. 2. Se la violazione di cui al comma 1 causa danni permanenti o, comunque, di particolare gravita', alla qualita' delle acque, a specie animali o vegetali o a parti di queste, si applica l'arresto da sei mesi a due anni e l'ammenda da euro 10.000 ad euro 30.000. 3. omissis.
16 REATI IN MATERIA DI IMPIEGO DI CITTADINI DI PAESI TERZI IL CUI SOGGIORNO È IRREGOLARE [art. 25-duodecies D.lgs. 231/2001]

Art. 22, comma 12-bis del Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (“Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”): Le pene per il fatto previsto dal comma 1235 sono aumentate da un terzo alla metà: a) se i lavoratori occupati sono in numero superiore a tre; b) se i lavoratori occupati sono minori in età non lavorativa; c) se i lavoratori occupati sono sottoposti alle altre condizioni lavorative di particolare sfruttamento di cui al terzo comma dell’articolo 603-bis36 del codice penale.
Il reato può configurarsi nelle ipotesi aggravate del reato che riguarda il datore di lavoro che occupa, alle proprie dipendenze, lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno, ovvero con permesso scaduto – e del quale non sia stato chiesto, nei termini di legge, il rinnovo – revocato o annullato, e, nel dettaglio, quando lo sfruttamento di manodopera irregolare

34 Art. 4. Divieti - 1. Fatto salvo quanto previsto all'articolo 5, nelle aree di cui all'articolo 3, comma 1, e' vietato alle navi, senza alcuna discriminazione di nazionalita', versare in mare le sostanze inquinanti di cui all'articolo 2, comma 1, lettera b), o causare lo sversamento di dette sostanze. 35 Art. 22, comma 12: Il datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno previsto dal presente articolo, ovvero il cui permesso sia scaduto e del quale non sia stato chiesto, nei termini di legge, il rinnovo, revocato o annullato, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa di 5000 euro per ogni lavoratore impiegato. 36 "intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro", finalizzato alla repressione dei fenomeni di sfruttamento del lavoro irregolare (c.d. "caporalato") supera certi limiti stabiliti, in termini di numero di lavoratori, età e condizioni lavorative, stabiliti nel Dlgs 286/98, il cosiddetto "Testo unico dell'immigrazione".

17 REATI TRANSNAZIONALI [art. 10 L. 146/2006]

Con la Legge 146/2006, recante «Ratifica ed esecuzione della Convenzione e dei Protocolli delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale, adottati dall’Assemblea generale il 15 novembre 2000 ed il 31 maggio 2001», il legislatore ha recepito nell’ordinamento italiano una serie di strumenti di diritto internazionale contro la criminalità organizzata transnazionale37.
Si considera transnazionale il reato, punito con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, qualora sia coinvolto un gruppo criminale organizzato, nonché: - sia commesso in più di uno Stato; - ovvero sia commesso in uno Stato, ma una parte sostanziale della sua preparazione, pianificazione, direzione o controllo avvenga in un altro Stato; - ovvero sia commesso in uno Stato, ma in esso sia implicato un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato; - ovvero sia commesso in uno Stato ma abbia effetti sostanziali in un altro Stato.

La legge amplia la responsabilità degli Enti in relazione alle seguenti figure di reato: - associazione a delinquere, di natura semplice (art. 416 cod. pen..) o mafiosa (art. 416-bis cod. pen.), finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati (art. 291-quater del DPR 23 gennaio 1973, n. 43) o al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope (art. 74 del DPR 9 ottobre 1990, n. 309); - tratta di migranti (art. 12, commi 3, 3-bis, 3-ter e 5 del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286); - induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria (art. 377-bis cod. pen..); - favoreggiamento personale (art. 378 cod. pen..). 37 L 146/2006 Art. 10 - Responsabilità amministrativa degli enti 1. In relazione alla responsabilità amministrativa degli enti per i reati previsti dall'articolo 3, si applicano le disposizioni di cui ai commi seguenti. 2. Nel caso di commissione dei delitti previsti dagli articoli 416 e 416-bis del codice penale, dall'articolo 291quater del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43, e dall'articolo 74 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, si applica all'ente la sanzione amministrativa pecuniaria da quattrocento a mille quote. 3. Nei casi di condanna per uno dei delitti indicati nel comma 2, si applicano all'ente le sanzioni interdittive previste dall'articolo 9, comma 2, del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, per una durata non inferiore ad un anno. 4. Se l'ente o una sua unità organizzativa viene stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione dei reati indicati nel comma 2, si applica all'ente la sanzione amministrativa dell'interdizione definitiva dall'esercizio dell'attività ai sensi dell'articolo 16, comma 3, del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231. 5. e 6. abrogati 7. Nel caso di reati concernenti il traffico di migranti, per i delitti di cui all'articolo 12, commi 3, 3-bis, 3-ter e 5, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, si applica all'ente la sanzione amministrativa pecuniaria da duecento a mille quote. 8. Nei casi di condanna per i reati di cui al comma 7 del presente articolo si applicano all'ente le sanzioni interdittive previste dall'articolo 9, comma 2, del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, per una durata non superiore a due anni. 9. Nel caso di reati concernenti intralcio alla giustizia, per i delitti di cui agli articoli 377-bis e 378 del codice penale, si applica all'ente la sanzione amministrativa pecuniaria fino a cinquecento quote. 10. Agli illeciti amministrativi previsti dal presente articolo si applicano le disposizioni di cui al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231.

Si descrivono, di seguito, le principali fattispecie di reato sopra menzionate.
17.1 Associazione per delinquere
Per la descrizione del reato si veda quanto precedentemente delineato nel capitolo 3 “Delitti di criminalità organizzata”.
17.2 Associazione di tipo mafioso
Per la descrizione del reato si veda quanto precedentemente delineato nel capitolo 3 “Delitti di criminalità organizzata”.
17.3 Associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri
Art. 291-quater del DPR 23 gennaio 1973, n. 43: “Associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri”.Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti tra quelli previsti dall'articolo 291-bis [i.e. contrabbando di tabacchi lavorati esteri], coloro che promuovono, costituiscono, dirigono, organizzano o finanziano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a otto anni. Chi partecipa all'associazione è punito con la reclusione da un anno a sei anni. La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più. Se l'associazione è armata ovvero se ricorrono le circostanze previste dalle lettere d) od e) del comma 2 dell'articolo 291-ter, si applica la pena della reclusione da cinque a quindici anni nei casi previsti dal comma 1 del presente articolo, e da quattro a dieci anni nei casi previsti dal comma 2. L'associazione si considera armata quando i partecipanti hanno la disponibilità, per il conseguimento delle finalità dell'associazione, di armi o materie esplodenti, anche se occultate o tenute in luogo di deposito. Le pene previste dagli articoli 291-bis, 291-ter e dal presente articolo sono diminuite da un terzo alla metà nei confronti dell'imputato che, dissociandosi dagli altri, si adopera per evitare che l'attività delittuosa sia portata ad ulteriori conseguenze anche aiutando concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l'individuazione o la cattura degli autori del reato o per la individuazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti.
17.4 Associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope
Per la descrizione del reato si veda quanto precedentemente delineato nel capitolo 3 “Delitti di criminalità organizzata”.
17.5 Disposizioni contro le immigrazioni clandestine

Art. 12, commi 3, 3-bis, 3-ter e 5 del D.Lgs. 25 luglio 1998. n. 286. 3. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarre profitto anche indiretto, compie atti diretti a procurare l'ingresso di taluno nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente testo unico, ovvero a procurare l'ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da quattro a quindici anni e con la multa di 15.000 euro per ogni persona. 3-bis. Le pene di cui ai commi 1 e 3 sono aumentate se: a) il fatto riguarda l'ingresso o la permanenza illegale nel territorio dello Stato di cinque o più persone; b) per procurare l'ingresso o la permanenza illegale la persona è stata esposta a pericolo per la sua vita o la sua incolumità;

c) per procurare l'ingresso o la permanenza illegale la persona è stata sottoposta a trattamento inumano o degradante. c-bis) il fatto è commesso da tre o più persone in concorso tra loro o utilizzando servizi internazionali di trasporto ovvero documenti contraffatti o alterati o comunque illegalmente ottenuti. 3-ter. Se i fatti di cui al comma 3 sono compiuti al fine di reclutare persone da destinare alla prostituzione o comunque allo sfruttamento sessuale ovvero riguardano l'ingresso di minori da impiegare in attività illecite al fine di favorirne lo sfruttamento, la pena detentiva è aumentata da un terzo alla metà e si applica la multa di 25.000 euro per ogni persona. 5. Fuori dei casi previsti dai commi precedenti, e salvo che il fatto non costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarre un ingiusto profitto dalla condizione di illegalità dello straniero o nell'ambito delle attività punite a norma del presente articolo, favorisce la permanenza di questi nel territorio dello Stato in violazione delle norme del presente testo unico, è punito con la reclusione fino a quattro anni e con la multa fino a euro 15.493 (lire trenta milioni).
17.6 Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria
Per la descrizione del reato si veda quanto precedentemente delineato nel capitolo 14 “reati in materia di dichiarazioni all’autorità giudiziaria”.
17.7 Favoreggiamento personale
Art. 378 c.p.: “Favoreggiamento personale” Chiunque, dopo che fu commesso un delitto per il quale la legge stabilisce l'ergastolo o la reclusione, e fuori dei casi di concorso nel medesimo, aiuta taluno a eludere le investigazioni dell'Autorità, o a sottrarsi alle ricerche di questa, è punito con la reclusione fino a quattro anni.
La norma punisce la condotta di chi, dopo che fu commesso un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione – e fuori dei casi di concorso nel medesimo – aiuta taluno a eludere le investigazioni dell’Autorità, oppure a sottrarsi alle ricerche di questa. Il reato di favoreggiamento personale sussiste anche quando la persona aiutata non è imputabile o risulta che non ha commesso il delitto.
Il reato consiste nel porre in essere una condotta volta ad ostacolare o fuorviare l’attività diretta all’accertamento dei reati ed all’individuazione dei relativi responsabili. L’azione tipica del reato di favoreggiamento può consistere anche in una omissione, ovverosia nel silenzio, nella reticenza, nel rifiuto di fornire notizie.

 

 

Reato

Riferimento
artt. D.Lgs. 231/01

Sanzione Pecuniaria[i]

Sanzione Interdittiva[ii]

Pubblicazione Sentenza su giornali indicati dal giudice a spese dell'ente[iii]

Confisca del Prezzo, Profitto del reato o di somme equivalenti [iv]

Min

Max

Quote

Interdizione dall'esercizio dell'attività[v]

Sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni

Divieto di contrattare con la PA

Esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o loro revoca

Divieto di pubblicizzare beni o servizi

Abusi di mercato (abuso di informazioni privilegiate e manipolazione del mercato previsti dal D.Lgs. 58/98 - parte V, titolo I-bis, capo II)

Art. 25-sexies

da

400

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

1000

Aggiotaggio (art. 2637 CC)

Art. 25-ter

da

400

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

1000

Concussione (art 317 CP)

Art. 25

da

300

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

800

Corruzione tra private (art. 2635 CC)

Art. 25-ter

da

200

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

 

V

A

400

Corruzione in atti giudiziari (artt. 319-ter, co. 1, 320, 321, 322-bis CP)

Art. 25

da

200

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

600

Corruzione in atti giudiziari con ingiusta condanna alla reclusione  (artt. 319-ter, co. 2, 320, 321, 322-bis CP)

Art. 25

da

300

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

800

Corruzione per un atto d'ufficio /istigazione alla corruzione (artt. 318, 320, 321, 322, co. 1 e 3, 322-bis CP)

Art. 25

da

100

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

200

Corruzione per un atto contrario ai doveri
d'ufficio/istigazione alla corruzione (artt. 319, 320, 321, 322, co. 2 e 4, 322-bis CP + 319 aggravato ex 319-bis e 320, 321, 322-bis CP)

Art. 25

da

200

 

 

V

 

 

V

 

 

V

 

 

V

 

 

V

 

 

V

 

 

V

A

600

Delitti contro l'industria e il commercio (artt. 513, 515, 516, 517, 517-ter e 517-quater CP)

 

Art. 25-bis.1

Da

100

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

500

Delitti contro l'industria e il commercio (artt. 513-bis e 514 CP)

Art. 25-bis.1

Da

100

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

800

Delitti contro la personalità individuale (artt. 600, 601 e 602 CP)

Art. 25-quinquies

Da

400

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

1000

Delitti contro la personalità individuale (artt. 600-bis, co. 1, 600-ter, co. 1 e 2 e 600-quinquies CP)

Art. 25-quinquies

da

300

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

800

Delitti contro la personalità individuale (artt. 600-bis, co. 2, 600-ter, co. 3 e 4 e 600-quater CP)

Art. 25-quinquies

da

200

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

700

Delitti con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico (Delitto- Reclusione<10 anni)

Art. 25-quater

da

200

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

700

Delitti con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico (Delitto- Reclusione>=10 anni)

Art. 25-quater

da

400

 

V

 

V

 

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

1000

Delitti di criminalità organizzata (artt. 416, sesto comma, 416-bis, 416-ter, 630 CP e delitti previsti dall'articolo 74 del D.P.R. 309/90)

Art. 24-ter

da

400

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

1000

Delitti di criminalità organizzata (artt. 416 escluso comma 6 e 407, comma 2, lettera a), numero 5 CP)

Art. 24-ter

da

300

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

800

Delitti  informatici e trattamento illecito di dati (artt. 615-ter, 617-quater, 617-quinquies, 635-bis, 635-ter, 635-quater e 635-quinquies CP)

 

Art. 24-bis

da

100

 

 

V

 

 

V

 

 

X

 

 

X

 

 

V

 

 

V

 

 

V

A

500

Delitti  informatici e trattamento illecito di dati (artt. 615-quater e 615-quinquies CP)

Art. 24-bis

da

100

 

X

 

V

 

X

 

X

 

V

 

V

 

V

A

300

Delitti  informatici e trattamento illecito di dati (artt. 491-bis e 640-quinquies CP)

Art. 24-bis

da

100

 

X

 

X

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

400

Discarica abusiva per rifiuti pericolosi (Art. 256, comma 3/2, D.lgs. 152/2006)

Art. 25-novies

da

100

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

500

False comunicazioni sociali (Contravvenzione ex art. 2621 CC)

Art. 25-undecies

da

200

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

300

False comunicazioni sociali, anche in danno di soci e/o creditori (Delitto ex art. 2622 CC, co. 1)

Art. 25-ter

da

300

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

660

False comunicazioni sociali, anche in danno di soci e/o creditori (Delitto-Società quotate ex art. 2622 CC, co. 3)

Art. 25-ter

da

400

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

800

Falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo e in strumenti o segni di riconoscimento (art. 453 CP)



Falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo e in strumenti o segni di riconoscimento (artt. 454, 460 e 461 CP)

Art. 25-bis

 

 

Art.25-bis

da

300

 

V

 

 

 

 

V

 

V

 

 

 

 

V

 

V

 

 

 

 

V

 

V

 

 

 

 

V

 

V

 

 

 

 

V

 

V

 

 

 

 

V

 

V

 

 

 

 

V

 

a

 

Da

 

 

a

800

 

 

100

 

500

Falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo e in strumenti o segni di riconoscimento (artt. 455 CP)

Art. 25-bis

da

100

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

533

Falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo e in strumenti o segni di riconoscimento (artt. 457 e 464, co. 2 CP)

 

 

Art. 25-bis

da

100

 

 

X

 

 

X

 

 

X

 

 

X

 

 

X

 

 

X

 

 

V

A

200

Falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo e in strumenti o segni di riconoscimento (artt. 464, co. 1 CP)

Art. 25-bis

da

100

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

300

Falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo e in strumenti o segni di riconoscimento (art. 459 CP)

 

 

Art. 25-bis

da

100

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

533

Falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo e in strumenti o segni di riconoscimento (artt. 473 e 474 CP)

Art. 25-bis

da

100

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

500

Falsità nelle relazioni e comunicazioni delle Soc. di Revisione (Contravvenzione ex art. 2624 CC)

Art. 25-ter

da

200

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

260

Falsità nelle relazioni e comunicazioni delle Soc. di Revisione (Delitto ex art. 2624 CC)

Art. 25-ter

da

400

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

800

Formazione fittizia del capitale (art. 2632 CC)

Art. 25-ter

da

200

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

360

Frode informatica (art. 640-ter CP)

Art. 24

da

100

 

X

 

X

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

600

Illecita influenza sull’assemblea (art. 2636 CC)

Art. 25-ter

da

300

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

660

Illecite operazioni sulle azioni o quote sociali o della società controllante (art. 2628 CC)

Art. 25-ter

da

200

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

360

Illegale ripartizione degli utili e delle riserve (Contravvenzione ex art. 2627 CC)

Art. 25-ter

da

200

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

260

Impedito controllo (art. 2625 CC)

Art. 25-ter

da

200

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

360

Impiego di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (art. 22, co 12-bis, D.Lgs. 286/98)

Art. 25-duodecies

da

100

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

200

Indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato (art. 316-ter CP)

Art. 24

da

100

 

X

 

X

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

600

Indebita restituzione dei conferimenti(art.2626 CC)

Art. 25-ter

da

200

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

360

Indebita ripartizione dei beni sociali da parte dei liquidatori (art. 2633 CC)

Art. 25-ter

da

150

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

330

Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria (art. 377-bis CP)

Art. 25-novies

da

100

 

 

X

 

 

X

 

 

X

 

 

X

 

X

 

 

X

 

 

V

A

500

Lesioni personali colpose gravi o gravissime (art. 590 CP)

Art. 25-septies

da

100

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

250

Malversazione ai danni dello Stato (art. 316-bis CP)

 

Art. 24

da

100

 

X

 

X

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

600

Omessa comunicazione del conflitto di interessi (art. 2629-bis CC)

Art. 25-ter

da

400

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

1000

Omicidio colposo (art. 589 CP)

Art. 25-septies

da

250

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

1000

Operazioni in pregiudizio dei creditori (art. 2629 CC)

Art. 25-ter

da

300

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

660

Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle Autorità pubbliche di vigilanza (art. 2638 CC)

Art. 25-ter

da

400

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

X

 

V

A

800

Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili (art. 583-bis CP)

Art. 25-quater.1

da

300

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

700

Reati transnazionali (Associazione a delinquere; associazione a delinquere di stampo mafioso; associazione a delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri; associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope: artt. 416 e 416-bis CP, 291-quater DPR 43/1973, art. 74 DPR 309/1990

Art. 10
L. 16.3.2006 n. 146

da

400

 

 

 

 

V

 

 

 

 

V

 

 

 

 

V

 

 

 

 

V

 

 

 

 

V

 

 

 

 

V

 

 

 

 

V

A

1000

Reati transnazionali (traffico di migranti): immigrazione clandestina: art. 12, co.3, 3bis, 3ter e 5 D.Lgs. 286/1998

Art. 10
L. 16.3.2006 n. 146

da

200

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

1000

Reati transnazionali (intralcio alla giustizia): induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria; favoreggiamento personale: art. 377bis e 378 CP

Art. 10
L. 16.3.2006 n. 146

da

100

 

 

X

 

 

X

 

 

X

 

 

X

 

 

X

 

 

X

 

 

V

A

500

Ricettazione, Riciclaggio e impiego di denaro beni o utilità di provenienza illecita (artt. 648, 648 bis e 648 ter CP)

Art. 25-octies

da

200

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

1000

Traffico illecito di rifiuti anche radioattivi – attività organizzata (artt. 648, 648 bis e 648 ter CP)

Art. 25-undecies

da

300

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

800

Truffa a danno dello Stato o di un altro ente pubblico (art. 640, co. 2, n°1 CP)

Art. 24

da

100

 

X

 

X

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V

A

600

                    Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640-bis CP)

Art. 24

da

100

 

X

 

X

 

V

 

V

 

V

 

V

 

V



[i] Per l'illecito amministrativo dipendente da reato si applica sempre la sanzione pecuniaria, in ragione di un numero di quote compreso fra 100 e 1000 e di un importo pro quota compreso fra 250 e 1500 Euro circa, in modo da consentire l'efficacia della sanzione. Nella commisurazione della sanzione pecuniaria, il giudice determina il numero delle quote tenendo conto della gravità del fatto, del grado della responsabilità dell'ente, nonchè dell'attività svolta per eliminare o attenuare le conseguenze del fatto e prevenire la commissione di ulteriori illeciti.

Ai sensi dell'art. 12, comma 1 del Decreto, la sanzione è ridotta della metà, la quota è pari a 100 Euro circa e l'importo irrogato non può comunque essere superiore a 100 mila Euro circa se:

a) l'autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l'ente non ne ha tratto vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo;

b) il danno patrimoniale cagionato è di particolare tenuità.

La sanzione è ridotta da un terzo alla metà (o dalla metà a due terzi in caso di concorso di entrambe le condizioni) se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado:

a) l'ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso;

b) è stato adottato e reso operativo un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi.

In ogni caso la sanzione pecuniaria non può essere inferiore a 10 mila Euro circa.

 

[ii] Le sanzioni interdittive si applicano in relazione ai reati per i quali sono espressamente previste, quando ricorra almeno una delle seguenti condizioni:

a) l'ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità e il reato è stato commesso da soggetti in posizione apicale o da soggetti sottoposti all'altrui direzione quando, in questo caso, la commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenze organizzative;

b) in caso di reiterazione degli illeciti.

Le sanzioni interdittive non si applicano nei casi di cui all'art. 12, comma 1 del Decreto.

Le sanzioni interdittive possono essere applicate anche congiuntamente.

Le sanzioni interdittive non si applicano quando, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, concorrono le seguenti condizioni:

a) l'ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso;

b) l'ente ha eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato mediante l'adozione e l'attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;

c) l'ente ha messo a disposizione il profitto conseguito ai fini della confisca.

 

[iii] La pubblicazione della sentenza di condanna può essere disposta quando nei confronti dell'ente viene applicata una sanzione interdittiva. La sentenza è pubblicata una sola volta, per estratto o per intero, in uno o più giornali indicati dal giudice nella sentenza nonchè mediante affissione nel comune ove l'ente ha la sede principale. La pubblicazione della sentenza è eseguita, a cura della cancelleria del giudice, a spese dell'ente.

 

[iv] Nei confronti dell'ente è sempre disposta la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato. Quando non è possibile eseguire la confisca del prezzo o del profitto, la stessa può avere ad oggetto somme di denaro, beni o altre utilità equivalente al prezzo o al profitto.

 

[v] L'interdizione dall'esercizio dell'attività comporta la revoca o la sospensione delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali allo svolgimento dell'attività. Tale sanzione può essere applicata solo quando l'irrogazione delle altre risulti inadeguata.

Può essere disposta l'interdizione definitiva dall'esercizio dell'attività se l'ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità ed è già stato condannato, almeno tre volte negli ultimi sette anni, all'interdizione temporanea dall'esercizio dell'attività, ovvero se l'ente o una sua unità organizzativa viene stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione di reati 231.

 


[i] Per l'illecito amministrativo dipendente da reato si applica sempre la sanzione pecuniaria, in ragione di un numero di quote compreso fra 100 e 1000 e di un importo pro quota compreso fra 250 e 1500 Euro circa, in modo da consentire l'efficacia della sanzione. Nella commisurazione della sanzione pecuniaria, il giudice determina il numero delle quote tenendo conto della gravità del fatto, del grado della responsabilità dell'ente, nonchè dell'attività svolta per eliminare o attenuare le conseguenze del fatto e prevenire la commissione di ulteriori illeciti.

Ai sensi dell'art. 12, comma 1 del Decreto, la sanzione è ridotta della metà, la quota è pari a 100 Euro circa e l'importo irrogato non può comunque essere superiore a 100 mila Euro circa se:

a) l'autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l'ente non ne ha tratto vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo;

b) il danno patrimoniale cagionato è di particolare tenuità.

La sanzione è ridotta da un terzo alla metà (o dalla metà a due terzi in caso di concorso di entrambe le condizioni) se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado:

a) l'ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso;

b) è stato adottato e reso operativo un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi.

In ogni caso la sanzione pecuniaria non può essere inferiore a 10 mila Euro circa.

 

[ii] Le sanzioni interdittive si applicano in relazione ai reati per i quali sono espressamente previste, quando ricorra almeno una delle seguenti condizioni:

a) l'ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità e il reato è stato commesso da soggetti in posizione apicale o da soggetti sottoposti all'altrui direzione quando, in questo caso, la commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenze organizzative;

b) in caso di reiterazione degli illeciti.

Le sanzioni interdittive non si applicano nei casi di cui all'art. 12, comma 1 del Decreto.

Le sanzioni interdittive possono essere applicate anche congiuntamente.

Le sanzioni interdittive non si applicano quando, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, concorrono le seguenti condizioni:

a) l'ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso;

b) l'ente ha eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato mediante l'adozione e l'attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;

c) l'ente ha messo a disposizione il profitto conseguito ai fini della confisca.

 

[iii] La pubblicazione della sentenza di condanna può essere disposta quando nei confronti dell'ente viene applicata una sanzione interdittiva. La sentenza è pubblicata una sola volta, per estratto o per intero, in uno o più giornali indicati dal giudice nella sentenza nonchè mediante affissione nel comune ove l'ente ha la sede principale. La pubblicazione della sentenza è eseguita, a cura della cancelleria del giudice, a spese dell'ente.

 

[iv] Nei confronti dell'ente è sempre disposta la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato. Quando non è possibile eseguire la confisca del prezzo o del profitto, la stessa può avere ad oggetto somme di denaro, beni o altre utilità equivalente al prezzo o al profitto.

 

[v] L'interdizione dall'esercizio dell'attività comporta la revoca o la sospensione delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali allo svolgimento dell'attività. Tale sanzione può essere applicata solo quando l'irrogazione delle altre risulti inadeguata.

Può essere disposta l'interdizione definitiva dall'esercizio dell'attività se l'ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità ed è già stato condannato, almeno tre volte negli ultimi sette anni, all'interdizione temporanea dall'esercizio dell'attività, ovvero se l'ente o una sua unità organizzativa viene stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione di reati 231.

 

 

MODELLO DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO

Adottato ai sensi del Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231

Allegato 3 – Codice Etico



PREMESSA

Il presente Codice Etico definisce l’insieme dei valori, principi e regole etici e comportamentali ai quali Helena Rubinstein Italia S.p.A. (di seguito “Helena Rubinstein Italia”) si ispira nella propria attività e nel perseguimento dei suoi obiettivi ed interessi.
Il presente Codice Etico, approvato dal Consiglio di Amministrazione di Helena Rubinstein Italia costituisce documento ufficiale di Helena Rubinstein Italia ed è stato adottato con lo scopo di codificare e stabilire le regole di condotta ed i comportamenti rilevanti ai fini della prevenzione dei reati indicati dal Decreto Legislativo n. 231 dell’8 giugno del 2001 (di seguito il “Decreto 231”).
La Società richiede a tutti coloro che operano in Helena Rubinstein Italia di attenersi rigorosamente alle regole contenute nel presente Codice Etico che, a tal fine, è diffuso da Helena Rubinstein Italia.
Il Codice Etico è integrato dalla “Carta Etica” adottata dal Gruppo L’Oréal, che costituisce parte integrante e sostanziale del presente Codice Etico.
Il Codice Etico forma, altresì, parte integrante e sostanziale del Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo adottato da Helena Rubinstein Italia ai sensi del Decreto 231 (di seguito il “Modello di Organizzazione e di Gestione”) allo scopo di prevenire la commissione dei reati ivi contemplati (i “Reati”).
In nessun modo, la convinzione di agire nell’interesse o a vantaggio di Helena Rubinstein Italia (o di altra società del Gruppo L’Oréal) può giustificare l’adozione di comportamenti in contrasto con i valori ed i principi aziendali espressi nel presente Codice.

AMBITO DI APPLICAZIONE DEL CODICE

I principi ed i contenuti del Codice Etico si applicano:

a) ai Dipendenti (inclusi i dirigenti) della Società,

b) ai membri degli organi sociali,

c) ai membri della società di revisione della Società,

d) ai dipendenti delle società appartenenti al Gruppo L’Oréal che svolgono attività per Helena Rubinstein Italia in forza di apposito contratto di service infragruppo,
e) ai fornitori, agli agenti, agli informatori scientifici, ai procacciatori, ai distributori, ai collaboratori, agli appaltatori, ai consulenti della Società, nonché a quanti operano in Italia e all’estero direttamente ed indirettamente in nome e/o per conto e/o sotto il controllo di Helena Rubinstein Italia (i “Collaboratori Esterni”).
I soggetti di cui ai punti a), b) ,c) ,d) ed e) sono congiuntamente i “Destinatari del Codice”.


ATTUAZIONE

Helena Rubinstein Italia si impegna a diffondere e portare a conoscenza il Codice Etico a tutti i Destinatari del Codice ed a vigilare sull’osservanza dello stesso mediante adeguati strumenti di gestione delle molteplici attività aziendali.
Al fine di attuare i principi ispiratori del Codice Etico e di garantirne l’osservanza, Helena Rubinstein Italia, anche attraverso l’Organismo di Vigilanza:
 adotta strumenti e procedure di informazione, prevenzione e controllo dell’applicazione e rispetto del Codice Etico;
 diffonde a chiunque abbia rapporti con Helena Rubinstein Italia i principi contenuti nel Codice Etico, richiedendo il rispetto degli stessi per quanto di competenza, inserendo a tal fine nei contratti con i terzi (ed infragruppo) specifiche clausole contrattuali che prevedano come inadempimento grave la violazione dei principi del codice Etico;
 assicura un’idonea attività di formazione e sensibilizzazione continua differenziata a seconda del ruolo e delle responsabilità dei soggetti interessati;
 propone all’organo amministrativo modifiche ed integrazioni del Codice Etico;
 riceve le segnalazioni di violazioni del Codice Etico;
 svolge indagini in merito alle presunte violazioni.

Ferme restando le attribuzioni degli organi sociali ai sensi di legge, nonché quelle dell’Organismo di Vigilanza ai sensi del Decreto 231, tutti i Destinatari del Codice sono tenuti:
 a contribuire attivamente all’attuazione del Codice Etico nell’ambito delle proprie competenze e funzioni;
 a conoscere ed osservare i principi e contenuti del Codice Etico nonché del Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo e delle procedure aziendali di riferimento in relazioni alle mansioni svolte ed alle funzioni assegnate;
 uniformarsi a tutte le disposizioni interne introdotte da Helena Rubinstein Italia al fine di dare attuazione al Codice o individuare violazioni allo stesso;
 consultare la Direzione Legale di L’Oréal Italia SpA per ottenere chiarimenti in relazione al Codice Etico;
 cooperare attivamente in caso di indagini svolte in relazione a potenziali violazioni del Codice, mantenendo il più stretto riserbo.
I Destinatari del Codice che ricoprono posizioni di management, responsabilità o dirigenza devono rappresentare un esempio e fornire guida in conformità ai principi contenuti nel Codice Etico nei confronti dei loro sottoposti ed accertarsi che gli stessi siano consapevoli che l’attività aziendale deve essere sempre condotta nel rispetto dei principi del Codice.

SEGNALAZIONE DI VIOLAZIONI

I Dipendenti e i membri degli organi sociali di Helena Rubinstein Italia sono tenuti a segnalare tempestivamente violazioni effettive o potenziali del Codice Etico nonché del Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo al diretto superiore o all’organo cui appartengono il quale indirizzerà poi la segnalazione all'Organismo di Vigilanza. Le segnalazioni potranno essere indirizzate anche direttamente all’Organismo di Vigilanza.
I Collaboratori Esterni e i dipendenti delle società appartenenti al Gruppo che svolgono attività per Helena Rubinstein Italia in forza di apposito contratto di service infragruppo sono tenuti a segnalare tempestivamente violazioni effettive o potenziali del Codice Etico nonché del Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo all’Organismo di Vigilanza
Le segnalazioni potranno essere trasmesse all’Organismo di Vigilanza tramite posta elettronica al seguente indirizzo: odvhr@it.loreal.com, oppure tramite posta all'indirizzo Organismo di Vigilanza, Helena Rubistein Italia S.p.A., via Primaticcio 155, 20100 Milano.

L’Organismo di Vigilanza valuterà le segnalazioni ricevute e adotterà gli eventuali provvedimenti conseguenti a sua ragionevole discrezione e responsabilità.
Helena Rubinstein Italia garantirà i segnalanti contro qualsiasi forma di ritorsione, discriminazione o penalizzazione, assicurando altresì la riservatezza dell’identità del segnalante, fatti salvi gli obblighi di legge e la tutela dei diritti della società o delle persone accusate erroneamente e/o in mala fede.


EFFICACIA E SANZIONI

E’ fatto obbligo ai Destinatari del Codice di osservare e fare osservare il Codice Etico.
Il rispetto delle disposizioni contenute nel Codice Etico deve considerarsi parte integrante ed essenziale delle obbligazioni contrattuali previste per i Dipendenti di Helena Rubinstein Italia ai sensi dell’art. 2104 c.c. nonché per i collaboratori dello stesso.
La violazione e l’inosservanza dei principi e delle disposizioni del Codice Etico comporta l’applicazione delle misure sanzionatorie contenute nel Sistema Disciplinare adottato in base al Decreto 231.
La violazione e l’inosservanza dei principi e delle disposizioni del Codice Etico da parte dei Collaboratori Esterni potrà costituire inadempimento delle obbligazioni contrattuali, fino a comportare anche la risoluzione del contratto ed in ogni caso legittimerà la Società a richiedere il risarcimento dei danni.

RUOLO DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA
Il compito di vigilare sul rispetto del presente Codice Etico spetta all’Organismo di Vigilanza.
Fermo restando il rispetto di ogni tutela prevista dalla normativa o dai contratti collettivi vigenti e fatti salvi gli obblighi di legge, l’Organismo di Vigilanza è legittimato a ricevere notizie di potenziali o attuali violazioni del presente Codice Etico.
Qualsiasi notizia sarà mantenuta strettamente riservata in conformità alle norme di legge applicabili.

PRINCIPI DI RIFERIMENTO

RISPETTO DELLE LEGGI E DEI REGOLAMENTI

I Destinatari del Codice sono tenuti ad osservare, scrupolosamente e con diligenza, le leggi ed i regolamenti vigenti in tutti Paesi in cui Helena Rubinstein Italia opera, i principi di lealtà, correttezza, trasparenza, nonché le disposizioni ed i principi contenuti nel Codice Etico, nel Modello di Organizzazione e Gestione e nei regolamenti e procedure aziendali rilevanti.
In nessun caso, gli scopi o gli interessi di Helena Rubinstein Italia potranno essere perseguiti e/o conseguiti in violazione di leggi e regolamenti vigenti o tramite condotte non in linea con il Codice Etico.
I Destinatari del Codice che operano in nome e per conto e/o sotto il controllo di Helena Rubinstein Italia in virtù di procure o deleghe, devono agire nei limiti da queste fissati.

CONFLITTI DI INTERESSE

I Destinatari del Codice sono tenuti ad evitare le situazioni in cui si possono manifestare conflitti di interesse ad evitare situazioni in cui interessi personali possano influenzare l’imparzialità e l’eticità del comportamento ed ad astenersi dall’avvantaggiarsi personalmente di opportunità d’affari di cui sono venuti a conoscenza in virtù dello svolgimento delle proprie funzioni.

RAPPORTI CON I COLLABORATORI

Helena Rubinstein Italia ricerca Collaboratori Esterni che dimostrino professionalità e impegno alla condivisione dei principi e contenuti del Codice Etico.
In relazione ai rapporti coi Collaboratori Esterni, i Dipendenti, i dipendenti delle società appartenenti al Gruppo che svolgono attività per Helena Rubinstein Italia in forza di apposito contratto di service infragruppo e i membri degli organi sociali sono tenuti a:
 osservare le procedure aziendali per la selezione e la gestione dei rapporti con i Collaboratori Esterni;
 selezionare i Collaboratori Esterni sulla base di parametri obiettivi di qualità, professionalità, convenienza, prezzo, capacità, efficienza;  non fare alcuna illecita pressione a prestazioni che nei contenuti e/o nei modi non siano previste contrattualmente e che non siano in linea con i principi del Codice Etico; includere nei contratti la conferma di avere preso conoscenza del Codice Etico e la assunzione di un espresso obbligo di attenersi ai principi ivi contenuti, nonché specifiche clausole contrattuali clausole contrattuali che prevedano come inadempimento grave la violazione dei principi del Codice Etico.
prevedere compensi commisurati alla prestazione indicata in contratto; non disporre pagamenti ad un soggetto diverso dalla controparte contrattuale né in un paese terzo diverso da quello delle parti o di esecuzione del contratto.

CONCORRENZA LEALE

Helena Rubinstein Italia considera la concorrenza libera, aperta e leale un valore imprescindibile e si astiene dal tenere comportamenti collusivi, di abuso di posizione dominante e predatori.
Helena Rubinstein Italia osserva scrupolosamente le leggi antitrust, le regole a tutela del diritto d’autore e della proprietà industriale, e collabora con le autorità regolatrici del mercato.

RISPETTO DELLA NORMATIVA A TUTELA DEL COMMERCIO

Helena Rubinstein Italia assicura il rispetto dei principi di trasparenza, onestà, correttezza e buona fede nella conduzione dei suoi affari, senza distinzione alcuna in funzione dell’importanza dell’affare.
Helena Rubinstein Italia esige dai Destinatari del Codice l'esclusione di qualunque comportamento volto, in qualsivoglia forma, ad infrangere le regole che presidiano il regolare esercizio del commercio, che è da sempre valore fondamentale per il Gruppo L’Oréal.
Helena Rubinstein Italia vieta ai Destinatari del Codice, tutte quelle condotte volte a turbare l'esercizio regolare dell'industria e del commercio e/o a mettere in commercio su qualunque mercato nazionale ed estero, prodotti industriali con nomi, segni distintivi, contraffatti o alterati, ovvero con marchi CE contraffatti ovvero privi del marchio CE.

QUALITÀ E SICUREZZA DEI PRODOTTI

Helena Rubinstein Italia ha come scopo primario della propria attività la massima soddisfazione e la tutela dei propri clienti. La Società si impegna pertanto a dare ascolto alle richieste e segnalazioni ricevuti dai clienti al fine di migliorare la qualità dei prodotti offerti, a monitorare costantemente le esigenze del mercato e ad adeguare la qualità dei prodotti offerti ai propri clienti.
Helena Rubinstein Italia pone un’attenzione meticolosa al fine di evitare che, anche solo erroneamente, vengano venduti prodotti industriali con nomi, marchi, segni distintivi mendaci oppure contraffatti, ovvero beni con caratteristiche qualitative e quantitative non conformi a quanto rappresentato o garantito al cliente.
Helena Rubinstein Italia condanna i comportamenti volti alla contraffazione e/o alterazione di brevetti, disegni, modelli industriali nazionali o esteri e all'uso degli stessi, alla contraffazione e/o alterazione di indicazioni geografiche o denominazione di origine dei prodotti agroalimentari ed alla vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine.

RISPETTO DELLE REGOLE A TUTELA DEL DIRITTO D’AUTORE

Helena Rubinstein Italia considera valore fondamentale per il corretto svolgimento delle attività commerciali, la tutela della proprietà intellettuale, ivi compresi i marchi e segni distintivi, i brevetti, i modelli o disegni, i segreti industriali, i diritti d’autore, le opere dell’ingegno di terzi.
Helena Rubinstein Italia esige dai Destinatari del Codice il rispetto delle norme poste dal legislatore a tutela della proprietà intellettuale e del diritto d'autore. E’ fatto quindi divieto ai Destinatari del Codice in qualsiasi modo e forma, di riprodurre, trascrivere, porre in commercio illecitamente opere altrui o protette dal diritto d’autore.

A tutti i Destinatari del Codice ed a maggior ragione a quelli operanti nell'ambito dei sistemi informativi e/o del marketing, è altresì richiesto espressamente di evitare qualsivoglia comportamento volto a diffondere o utilizzare anche solo in parte opere autoriali, in spregio alle regole sul diritto d’autore, nonché di fare copia per uso personale di software aziendali, di utilizzare e installare software privi della licenza d’uso, in violazione della legge sul diritto di autore.
A titolo esemplificativo sono vietati tutti quei comportamenti volti a: o duplicare abusivamente i programmi per elaboratore, predisporre mezzi volti a rimuovere e/o eludere dispositivi di protezione di programmi per elaboratori; o riprodurre/trasferire/distribuire abusivamente una banca dati, anche al fine di cederla a qualsivoglia titolo; o riprodurre/diffondere opere autoriali anche solo in parte, in violazione alle norme sul diritto d'autore, fonogrammi, videogrammi, articoli e /o opere letterarie.

INFORMAZIONI

Tutte le informazioni riservate in genere (intese come tali tutti i documenti, le informazioni e i dati relativi a Helena Rubinstein Italia) devono essere considerate confidenziali e conseguentemente non devono essere acquisite, utilizzate o comunicate se non alle/dalle persone autorizzate e in ogni caso non possono essere divulgate, usate o impiegate al di fuori delle attività sociali se non in conformità alla legislazione vigente, ai principi di correttezza, completezza, adeguatezza, tempestività e non selettività ed alle procedure aziendali applicabili.
E’ fatto divieto di diffondere notizie false o porre in essere operazioni simulate o altri artifizi concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari.
E’ comunque espressamente vietato l’utilizzo di informazioni che non siano di dominio pubblico, di cui i Destinatari del Codice siano a conoscenza in funzione della posizione ricoperta o per il fatto di essere in rapporti con Helena Rubinstein Italia, per negoziare, direttamente od indirettamente, azioni o titoli societari o, comunque, per trarne un vantaggio personale o a favore di altri.

Inoltre, qualsiasi informazione in possesso di Helena Rubinstein Italia ed i dati acquisiti e gestiti dai Destinatari del Codice in funzione della loro attività, anche tramite apposite banche dati, devono essere trattati nei limiti stabiliti dalle procedure aziendali e sempre nel rispetto della normativa vigente in tema di riservatezza e protezione dei dati personali.

RAPPORTI CON LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Le trattative d’affari e i rapporti con le pubbliche amministrazioni centrali e periferiche, gli enti pubblici, gli enti locali, le autorità pubbliche di vigilanza, i pubblici dipendenti, i Pubblici Ufficiali, gli Incaricati di Pubblico Servizio, i dirigenti ed i funzionari che agiscono per conto della Pubblica amministrazione e degli enti pubblici o assimilabili, e, in ogni caso, con gli interlocutori istituzionali, sia italiani che esteri, (di seguito la “Pubblica Amministrazione”) sono condotti in conformità alla legge e nel rispetto dei principi di lealtà, correttezza, trasparenza e verificabilità.
Tutte le regole di comportamento relative ai rapporti con la Pubblica Amministrazione e le Autorità devono essere osservate anche con riferimento ai membri degli organi della Comunità Europea e di funzionari della Comunità Europea e di Stati esteri e, in genere, di interlocutori istituzionali esteri.
I Destinatari del Codice devono tenere presente che alcuni comportamenti rientranti nella normale prassi commerciale possono essere ritenuti inaccettabili, quando non addirittura in aperta violazione di legge e/o regolamenti, se tenuti nei confronti di dipendenti della Pubblica Amministrazione o di funzionari che agiscono per conto della Pubblica Amministrazione.
Nella conduzione di qualsiasi trattativa d’affari, rapporto o richiesta con la Pubblica Amministrazione è necessario evitare situazioni nelle quali i soggetti coinvolti nelle operazioni e transazioni siano o possano apparire in situazioni di conflitto di interesse.
Inoltre, i Destinatari del Codice si impegnano a garantire il rispetto della normativa vigente qualora Helena Rubinstein Italia si avvalga di prestazioni professionali di Pubblici Ufficiali o Incaricati di Pubblico Servizio in qualità di consulenti.
Helena Rubinstein Italia condanna ogni fenomeno di peculato, truffa, malversazione ed adotta tutte le misure più opportune al fine di prevenire ed evitare la commissione di tali reati e si impegna affinchè tutti i Destinatari del Codice, ognuno per quanto di propria competenza, rispettino le raccomandazioni OCSE in materia di integrità ed etica pubblica, legge anti-corruzione (Legge n. 190/2012) e le regole contenute nel Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (DPR 16 aprile 2013, n. 62).

TRASPARENZA NELLA GESTIONE DEI FONDI PUBBLICI

Helena Rubinstein Italia condanna qualsiasi comportamento volto a conseguire, da parte dello Stato, della Pubblica Amministrazione, degli organismi europei o di altro ente pubblico, qualsiasi tipo di contributo, finanziamento, mutuo agevolato o altra erogazione dello stesso tipo, per mezzo di dichiarazioni e/o documenti alterati o falsificati o per il tramite di informazioni omesse o, più in generale, tramite artifici e raggiri, compresi quelli realizzati per mezzo di un sistema informatico o telematico, volti ad indurre in errore l’ente erogatore.
E’ vietato destinare a finalità diverse da quelle per cui sono stati concessi contributi, sovvenzioni e finanziamenti ottenuti dallo Stato, dalla Pubblica Amministrazione o da altro ente pubblico o dagli organismi europei anche di modico valore e/o importo.
Tutti i fatti rappresentati, le dichiarazioni rilasciate e la documentazione presentata a corredo di domande per l’ottenimento delle suddette erogazioni devono essere corretti, veritieri, accurati e completi.

RAPPORTI CON LE AUTORITÀ

I Destinatari Codice devono cooperare attivamente e pienamente con l’Autorità Giudiziaria, le Autorità di Vigilanza, le forze dell’ordine e di qualunque Pubblico Ufficiale o Incaricato di Pubblico Servizio che abbia poteri ispettivi (le “Autorità”) e non ostacolare in qualsiasi forma, anche omettendo le comunicazioni dovute, l’esercizio delle funzioni delle Autorità e la corretta amministrazione della giustizia, operando in modo lecito e corretto e collaborando con i rappresentanti delle Autorità.
Nei rapporti con la Pubblica Amministrazione e le Autorità è vietato fornire e rilasciare informazioni e dichiarazioni false, incomplete o ingannevoli.

E’ vietato distruggere o alterare registrazioni, verbali, scritture contabili e qualsiasi tipo di documento.
Inoltre, è fatto divieto di esporre a qualsiasi Autorità nelle comunicazioni previste in base alla legge fatti materiali non rispondenti al verso sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria di Helena Rubinstein Italia, così come è fatto divieto – allo stesso fine – di occultare, con mezzi fraudolenti, fatti che, anche parzialmente, avrebbero dovuto essere comunicati.
Helena Rubinstein Italia condanna qualsiasi comportamento da parte dei Destinatari del Codice volto in qualsiasi forma ad indurre a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’Autorità Giudiziaria, in violazione delle norme di legge.

LOTTA ALLA CORRUZIONE

Helena Rubinstein condanna ogni fenomeno di corruzione, concussione, induzione indebita a dare o promettere utilità ed adotta tutte le misure più opportune al fine di prevenire ed evitare la commissione di tali reati.
In particolare, sono espressamente vietati: le offerte, le promesse, le dazioni di denaro o di beni o di altre utilità (in qualunque forma e modo, ivi compresi doni, omaggi e intrattenimenti) fatte direttamente e/o anche in modo indiretto e/o per interposta persona, e/o tramite persone che agiscono per conto di Helena Rubinstein Italia sia in Italia che all’estero; la ricerca e l’instaurazione di relazioni personali di favore, l’impropria influenza e l’indebita ingerenza idonee a condizionare, direttamente o indirettamente, le decisioni della controparte (Pubblica Amministrazione o privata) e/o lo svolgimento di un corretto rapporto; tutti i comportamenti diretti a proporre o generare opportunità di impiego o altra forma di collaborazione e/o opportunità commerciali ed ogni altra attività che possa avvantaggiare, a titolo personale, la controparte (Pubblica Amministrazione o privata); l’accettazione per sé o per altri di offerte, dazioni, promesse di denaro o di beni o di altre utilità o di beni o di altre utilità (in qualunque forma e modo, anche come forma di doni) per promuovere o favorire interessi di terzi nei rapporti con Helena Rubinstein Italia; le azioni finalizzate a sollecitare o ad ottenere informazioni riservate; il compimento di qualsiasi altro atto volto ad indurre la controparte (Pubblica Amministrazione o privata) a fare o ad omettere qualcosa in violazione delle norme aziendali (infedeltà aziendale) e/o delle leggi dell’ordinamento cui appartengono.
I suddetti comportamenti si considerano vietati sia se tenuti direttamente dai membri degli organi sociali e dai Dipendenti di Helena Rubinstein Italia sia se realizzati tramite terzi Collaboratori Esterni.
In nessun caso, Helena Rubinstein Italia si farà rappresentare nei rapporti con la controparte (Pubblica Amministrazione o privata) da un consulente o un soggetto terzo quando si possono creare situazioni di conflitto di interessi.
Le sponsorizzazioni di eventi, manifestazioni, meeting e simili iniziative potranno essere effettuate soltanto se in conformità alla legge ed ai principi di lealtà, correttezza, trasparenza e verificabilità e nel rispetto dei principi etici e delle procedure adottati da Helena Rubinstein Italia e, comunque, a condizione che non possano essere intese od interpretate, in alcun modo, come una ricerca di favori e/o non integrino una delle condotte vietate ai sensi del presente Codice Etico. Gli stessi principi si applicano agli eventuali acquisti ed all’adesione ad iniziative effettuati a scopo benefico, in qualunque forma attuati.

ACCESSO A SISTEMI INFORMATICI

In caso di accesso a sistemi informatici o telematici della Pubblica Amministrazione (quali, ad esempio, i registri informatici), è fatto divieto ai Destinatari del Codice di alterare, in qualsiasi modo, il funzionamento dei sistemi informatici o telematici, intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti nel sistema informatico o telematico.

RAPPORTI CON ORGANIZZAZIONI POLITICHE E SINDACALI

Helena Rubinstein Italia non eroga contributi diretti o indiretti sotto qualsiasi forma a partiti, movimenti, comitati e organizzazioni politiche e sindacali, a loro rappresentanti e candidati, ad eccezione di quelli previsti nel rispetto delle legge e in piena trasparenza e nell’osservanza delle procedure aziendali interne applicabili.

VERIFICABILITÀ DELLE AZIONI, OPERAZIONI E TRANSAZIONI

Ogni azione, operazione e transazione deve essere correttamente ed adeguatamente registrata, autorizzata, legittima, corretta, congrua, coerente, trasparente, verificabile e conforme ai poteri di firma.
Per ogni operazione e transazione, è fatto obbligo di osservare rigorosamente le procedure aziendali di riferimento, nonché di predisporre un adeguato supporto documentale che consenta di poter verificare l’effettività della prestazione e l’attività svolta, e di procedere al controllo sulle caratteristiche dell’operazione, sulle motivazioni dell’operazione e su chi ha autorizzato, effettuato, registrato, verificato l’operazione.

TRASPARENZA DELLE REGISTRAZIONI CONTABILI E RISPETTO DELLA NORMATIVA IN MATERIA DI ILLECITI SOCIETARI

Helena Rubinstein Italia considera il rispetto delle norme di legge e la piena osservanza dei principi di trasparenza, veridicità e correttezza della contabilità e di ogni altro documento in cui siano esposti elementi economici, patrimoniali e finanziari della società valori e criteri imprescindibili.
I Destinatari del Codice che, a qualunque titolo, sono coinvolti nelle operazioni di formazione del bilancio, delle scritture contabili e di altri documenti similari (incluse le note interne di rimborso spese) devono assicurare la massima collaborazione affinché i fatti di gestione siano rappresentati tempestivamente e correttamente e garantire la completezza, veridicità e chiarezza delle informazioni fornite, nonché la accuratezza dei dati e delle elaborazioni.
I Destinatari del Codice che dovessero operare stime necessarie ai fini del bilancio dovranno operare con criteri prudenziali, supportati dalle conoscenze delle tecniche contabili più specifiche del settore interessato e in ogni caso con la diligenza richiesta agli esperti del settore.
E’ fatto espresso divieto di porre di esporre nei bilanci, nelle relazioni e nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge fatti materiali non rispondenti al vero (anche se oggetto di valutazione) o di omettere informazioni (la cui comunicazione è imposta dalla legge) sulla situazione economica, patrimoniale, o finanziaria di Helena Rubinstein Italia.
E’ vietato qualsiasi comportamento atto a impedire od ostacolare lo svolgimento di tutte le attività di controllo o revisione legalmente attribuite ai soci, agli altri organi sociali o alle società di revisione.
Helena Rubinstein Italia garantisce la massima collaborazione e trasparenza nei rapporti con le Società di revisione ed il Collegio Sindacale. Nelle relazioni o in altre comunicazioni delle società di revisione, è fatto divieto di attestare il falso od occultare informazioni relative alla situazione economica, patrimoniale o finanziaria di Helena Rubinstein Italia.
E’ vietato diffondere notizie false o porre in essere qualsiasi altro artificio idoneo a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari non quotati o per i quali non è stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato, ovvero incidere in maniera significativa sull’affidabilità nella stabilità patrimoniale di banche o di gruppi bancari. L’utilizzo, al fine di trarne un vantaggio di informazioni riservate relative a Helena Rubinstein Italia o ad altri soggetti, di cui si sia venuti a conoscenza in occasione del rapporto di lavoro o dei rapporti con Helena Rubinstein Italia, può costituire violazione di legge.
Al di fuori dei casi di legittima riduzione del capitale, è fatto divieto di restituire, anche mediante condotte dissimulate, i conferimenti ai Soci o liberarli dall’obbligo di conferimento.
E’ vietato ripartire utili non effettivamente conseguiti o destinati per legge a riserva o ripartire riserve (anche non costituite con utili) non distribuibili per legge; è altresì vietato ripartire acconti su utili.
Al di fuori dei casi consentiti dalla legge, è fatto divieto di acquistare o sottoscrivere azioni o quote sociali, anche della società controllante, cagionando una lesione all’integrità del capitale sociale e delle riserve non distribuibili per legge.

E’ vietato effettuare operazioni di riduzione del capitale sociale o fusioni o scissioni, in violazione delle norme di legge a tutela dei creditori e cagionando danno ai creditori medesimi.
E’ fatto divieto di formare od aumentare fittiziamente il capitale di mediante attribuzione di azioni o quote sociali in misura superiore all’ammontare del capitale sociale, sottoscrizione reciproca di azioni o quote, sopravvalutazione rilevante dei conferimenti di beni in natura o di crediti ovvero del patrimonio in caso di trasformazione.
E’ fatto espresso divieto a chiunque di determinare la maggioranza in Assemblea con atti e condotte simulate o fraudolente, allo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto.
E’ vietato il compimento di operazioni (fusioni, riduzioni di capitale) in pregiudizio dei creditori.
Nessun Dipendente può porre in essere attività che determinino tali illeciti, anche se su richiesta di un superiore gerarchico.
La responsabilità di attuare un efficace sistema di controllo interno è affidata a tutta la struttura organizzativa che ha nei dirigenti i soggetti incaricati di rendere i dipendenti partecipi per gli aspetti di loro pertinenza.

FALSIFICAZIONE DI BANCONOTE, MONETE, CARTE DI PUBBLICO CREDITO E VALORI DI BOLLO

E’ vietato falsificare, detenere, spendere o comunque mettere in circolazione banconote, monete, carte di pubblico credito, valori di bollo contraffatti od alterati.

RICETTAZIONE E RICICLAGGIO DI DENARO

Helena Rubinstein Italia condanna ogni forma di ricettazione, riciclaggio ed impiego di denaro, di beni od utilità di provenienza illecita. E’ vietato ai Destinatari del Codice svolgere od essere coinvolti in attività tali da comportare la ricettazione o il riciclaggio di introiti di attività criminali in qualsiasi forma e modo.
I Destinatari del Codice sono tenuti a verificare in via preventiva le informazioni disponibili (incluse informazioni finanziarie) su controparti commerciali e fornitori, al fine di appurare la loro rispettabilità e la legittimità della loro attività prima di instaurare con questi rapporti d’affari.

USO DEGLI STRUMENTI INFORMATICI

I Destinatari del Codice sono tenuti ad utilizzare gli strumenti informatici a loro disposizione, esclusivamente quale strumento di lavoro, nel rispetto della normativa vigente e delle procedure aziendali applicabili. Helena Rubinstein Italia condanna l’utilizzo delle reti informatiche per l’uso e lo scambio di materiale pornografico (specie se prodotto mediante lo sfruttamento sessuale dei minori).
L’Oréal condanna tutte le condotte illecite in relazione ai sistemi informatici, tra cui l’attentato a impianti di pubblica utilità compreso il danneggiamento o la distruzione di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità, la falsità nei documenti informatici pubblici o privati, l’accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, la detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici, la diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico, l’intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche, l’installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni informatiche o telematiche, il danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici.

TERRORISMO

Helena Rubinstein Italia condanna qualsiasi forma di attività avente finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico e dei principi di libera determinazione politica. E’ fatto espresso divieto di porre in essere qualsiasi comportamento che possa costituire o sia connesso ad attività terroristiche o di eversione dell’ordine democratico dello Stato.

TUTELA DELLA PERSONALITÀ INDIVIDUALE

Helena Rubinstein Italia condanna qualsiasi attività che possa implicare lo sfruttamento o la riduzione in stato di soggezione di qualsiasi individuo e riconosce altresì l’importanza primaria della tutela dei minori e della repressione di qualsiasi forma di sfruttamento del lavoro minorile.
 
Helena Rubinstein Italia si impegna a non attuare alcuna forma di sfruttamento o di riduzione in stato di soggezione di qualsiasi individuo e/o di minori.

TUTELA E SICUREZZA DEL LAVORO

Helena Rubinstein Italia promuove presso tutti i Dipendenti e i Collaboratori Esterni l’impegno all’osservanza dei principi di Sicurezza e Salute che l’azienda pone alla base della propria attività, con lo scopo di garantire condizioni di lavoro rispondenti alle disposizioni legislative vigenti e, attraverso l’individuazione delle misure tecniche e organizzative, il miglioramento della qualità di vita nell’ambiente lavorativo per la tutela della sicurezza e salute.
Helena Rubinstein Italia riconosce nella corretta applicazione della legislazione vigente e nel rispetto della normativa tecnica ad essa connessa, unitamente alla attività di informazione e formazione dei lavoratori ed al coinvolgimento degli stessi, gli strumenti indispensabili per il raggiungimento, mantenimento e miglioramento di condizioni di lavoro e di ambiente che consentano la tutela della sicurezza e salute dei lavoratori, dei collaboratori e dei terzi presenti in azienda.
I dirigenti e i preposti, nell’ambito delle proprie attribuzioni e competenze, sono tenuti a conoscere, far osservare e promuovere i principi contenuti nel Codice Etico, coinvolgendo e motivando i propri collaboratori.
Ogni Dipendente deve osservare le disposizioni legislative e le disposizioni interne finalizzate alla tutela della salute e sicurezza propria, dei componenti l’organigramma aziendale, dei Collaboratori Esterni e dei lavoratori delle ditte esterne presenti in azienda.
Le decisioni assunte da Helena Rubinstein Italia in materia di salute e sicurezza sul lavoro, sono ispirate ai seguenti principi i quali vengono debitamente resi noti a tutti coloro che intrattengano un qualsivoglia rapporto di lavoro con la Società: evitare i rischi; valutare i rischi che non possono essere evitati; combattere i rischi alla fonte; adeguare il lavoro all’uomo, in particolare per quanto concerne la concezione dei posti di lavoro e la scelta delle attrezzature di lavoro e dei metodi di lavoro e di produzione, in particolare per attenuare il lavoro monotono e ripetitivo e per ridurre gli effetti di questi lavori sulla salute;  tener conto del grado di evoluzione della tecnica; sostituire ciò che è pericoloso con ciò che non è pericoloso o che è meno pericoloso; programmare la prevenzione, mirando ad un complesso coerente che integri nella medesima tecnica, l’organizzazione del lavoro, le condizioni di lavoro, le relazioni sociali e l’influenza dei fattori dell’ambiente di lavoro; dare la medesima priorità sia alle misure di protezione collettiva sia alle misure di protezione individuale; impartire adeguate istruzioni ai lavoratori.
I sopra enunciati principi - che devono essere osservati da tutta la Società, anche ai livelli apicali, nell’adozione ed attuazione delle decisioni in tema di sicurezza e salute dei lavoratori - sono applicati da Helena Rubinstein Italia al fine di adottare ogni misura necessaria per la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, anche con riferimento ai profili della formazione ed informazione e della prevenzione dei rischi professionali.

A) Applicazione nei confronti dei terzi

I principi di salvaguardia della salute e sicurezza che sono alla base del Codice Etico dovranno essere conosciuti e rispettati anche da terzi durante lo svolgimento dell’attività all’interno dell’azienda.
Sarà pertanto compito di tutti i Dipendenti di Helena Rubinstein Italia in base alla loro specifica attività, diffondere e promuovere l’osservanza del Codice Etico, vigilando nel contempo sul rispetto dello stesso.
Anche i Collaboratori Esterni (consulenti, prestatori di servizi) ed i dipendenti delle società appartenenti al Gruppo che svolgono attività per Helena Rubinstein Italia in forza di apposito contratto di service infragruppo devono attenersi ai principi contenuti nel presente Codice Etico.
Nei confronti dei Collaboratori Esterni e dei dipendenti delle società appartenenti al Gruppo che svolgono attività per Helena Rubinstein Italia in forza di apposito contratto di service infragruppo sono predisposte specifiche clausole contrattuali che in aderenza ai principi contemplati dal Codice civile, stabiliranno, a seconda della gravità delle violazioni, ovvero della loro reiterazione, l’applicazione degli artt. 1454 c.c. “Diffida ad adempiere” e 1453 c.c. “Risoluzione del rapporto contrattuale per inadempimento”.

B) Obblighi specifici dei dirigenti e dei preposti

Helena Rubinstein Italia individua nei dirigenti e nei preposti le componenti aziendali che, con il loro operato, possono efficacemente contribuire al raggiungimento degli obiettivi di tutela della sicurezza e salute. Ogni dirigente o preposto deve: assicurare il mantenimento delle misure di prevenzione e protezione adottate; mantenere un comportamento mirato al raggiungimento degli obiettivi aziendali; diffondere, verso i propri collaboratori, i principi enunciati nel Codice Etico; vigilare sul corretto comportamento dei propri collaboratori; farsi promotore di interventi sia tecnici che gestionali, finalizzati al miglioramento delle condizioni dell’ambiente lavorativo.

C) Obblighi dei lavoratori

Al fine della tutela della sicurezza e salute - obiettivo primario di Helena Rubinstein Italia - si riconoscono negli obblighi previsti per i lavoratori dall’art. 20 del D.Lgs 81/08, gli elementi indispensabili per il conseguimento dell’obiettivo aziendale.

L’obbligo per ogni lavoratore è pertanto di “prendersi cura della propria sicurezza e della propria salute e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui possono ricadere gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione ed alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro”.
In particolare, ogni lavoratore deve:  osservare le disposizioni e le istruzioni impartite dal datore di lavoro, dai dirigenti e dai preposti, ai fini della protezione collettiva ed individuale;
utilizzare in modo appropriato i dispositivi di protezione messi a disposizione, conformemente alle istruzioni fornite; utilizzare correttamente i macchinari, le apparecchiature, gli utensili, le sostanze e i preparati pericolosi, i mezzi di trasporto e le altre attrezzature di lavoro, nonché i dispositivi di sicurezza, conformemente alle istruzioni fornite; segnalare immediatamente al datore di lavoro, al dirigente o al preposto le anomalie e mancanza di adeguatezza dei mezzi e dispositivi di protezione, dei macchinari, delle apparecchiature, dei mezzi di trasporto, delle attrezzature di lavoro; segnalare immediatamente al datore di lavoro, al dirigente o al preposto le pericolosità riscontrate conseguenti all’impiego delle sostanze pericolose; segnalare immediatamente al datore di lavoro, al dirigente o al preposto ogni situazione di pericolo di cui venga a conoscenza; nell’ambito delle proprie competenze e possibilità, adoperarsi direttamente, in caso di urgenza, per eliminare o ridurre tali deficienze o pericoli; dare notizia al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza di ogni situazione di pericolo riscontrata al fine di consentirne il coinvolgimento nel processo di miglioramento; evitare di rimuove o modificare senza autorizzazione, i dispositivi di sicurezza o di segnalazione o di controllo evitare di compiere di propria iniziativa, operazioni o manovre che non siano di sua competenza ovvero che possano compromettere la sicurezza propria o di altri lavoratori; sottoporsi ai controlli sanitari previsti nei suoi confronti; contribuire, insieme al datore di lavoro, ai dirigenti e ai preposti, all'adempimento di tutti gli obblighi imposti dall'autorità competente o comunque necessari per tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori durante il lavoro.
Inoltre ogni lavoratore deve: impegnarsi a comprendere le informazioni di natura tecnica, comportamentale, gestionale fornite dalla Società ed osservare puntualmente le disposizioni aziendali, riconoscendo le posizioni assunte nell’organigramma aziendale anche nel rispetto dei rapporti gerarchici; impegnarsi a seguire con la dovuta partecipazione, gli interventi di formazione attuati dall’azienda; astenersi dall’assumere atteggiamenti non collaborativi.

Per lo svolgimento dell’attività lavorativa Helena Rubinstein Italia mette a disposizione locali, impianti, macchine e attrezzature in genere per i quali tutti sono tenuti all’utilizzo conforme alla destinazione d’uso.
L’utilizzo delle dotazioni dell’azienda deve essere effettuato esclusivamente per l’espletamento delle mansioni lavorative previste dall’azienda.
E’ vietato l’utilizzo delle dotazioni dell’azienda per scopi personali o diversi da quelli aziendali.
E’ vietato introdurre in azienda attrezzature personali nonché prodotti chimici o di altra natura, anche se previste per lo svolgimento dell’attività lavorativa.
I Destinatari del Codice sono tenuti al rispetto del presente Codice Etico che rappresenta elemento basilare per la corretta applicazione del Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo previsto dal Decreto 231.
Helena Rubinstein Italia riconosce il Contratto collettivo nazionale di lavoro quale strumento complementare per la gestione dell’attività dell’azienda.

AMBIENTE

Tutte le attività di Helena Rubinstein Italia sono svolte nel totale rispetto della normativa vigente in materia di tutela ambientale. Per garantire il pieno rispetto di tale intendimento aziendale, Helena Rubinstein Italia opera in modo da favorire la diffusione della cultura inerente il rispetto della normativa prevista in tema di ecologia ed attua le necessarie misure per assicurare la tutela ambientale e la prevenzione dall’inquinamento.

ALTRE ATTIVITÀ ILLECITE

Helena Rubinstein Italia condanna qualunque forma di associazione per delinquere e/o di tipo mafioso o comunque finalizzata al contrabbando di tabacchi o al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, nonché così come l’immigrazione clandestina, sia in ambito nazionale che internazionale. E’ fatto espresso divieto di porre in essere qualsiasi comportamento che possa costituire o sia connesso alle suddette attività.






MODELLO DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO

Adottato ai sensi del Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231

Allegato 4 – Elenco Protocolli di Decisione e Procedure rilevanti ex D.Lgs. 231/01
 

Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo ex d.lgs. 231/2001 – Allegato 4
Protocolli di Decisione1 •
n° 1 “Adempimenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro e ambiente” •
n° 2 “consulenze e incarichi professionali a terzi” •
n° 3 “Contabilità, bilancio e operazioni straordinarie” •
n° 4 “Gestione adempimenti societari e rapporti con gli organi sociali” •
n° 5 “Gestione dei rapporti infragruppo” •
n° 6 “Gestione dei contenziosi, accordi transattivi e rapporti con l’Autorità Giudiziaria” •
n° 7 “Gestione delle attività di vendita” •
n° 9 “Gestione dei flussi monetari e finanziari” •
n° 10 “Individuazione e gestione dei rapporti di agenzia e altre forme di assistenza
commerciale” •
n° 11 “Richiesta e gestione di finanziamenti pubblici” •
n° 12 “Selezione, assunzione e gestione del personale” •
n° 13 “Gestione della sicurezza dei sistemi informativi”
Procedure di L’Oréal Italia SpA rilevanti ex D.Lgs. 231/01 •
Procedura "Comunicazione Corporate - Guida alle relazioni con i media " •
Procedura "Procedura Operativa di gestione del Ciclo Passivo" •
Procedura " Liberalità, incentivi, omaggi ed ospitalità" •
Procedura" Sponsorizzazioni" •
Procedura “Rapporti con la Pubblica amministrazione e le Autorità di Vigilanza" •
Procedura "Travel Policy"
1 I Protocolli di decisione sono stati predisposti recependo (ed adattando alla realtà aziendale